[In viaggio]
Il piano di marmo del tavolino è striato di tonalità rosa, ocra e marroni, percorso da venature irregolari come il corso di un fiume imbizzarrito. Poso la tazzina che cozza sul piano lucido con un acuto clink e il rumore viene assorbito dal locale pieno del vocio della gente, del fermento dei camerieri, dei fragori della cucina. Nel caffè più antico di Tallinn, a detta dello stesso caffè, il caffè non è un granché, i dolci poco meglio.
Mi alzo e mentre cammino con le gambe rigide verso l’uscita, buttando lì un “arrivederci” in italiano che non arriva a nessuno, subisco il cliché del rullo cinematografico davanti agli occhi e in un attimo ripercorro i pochi giorni passati in inedita solitudine: luci e sguardi, viste da parapetti affollati, nuovi giochi per combattere la noia, panchine, siepi e scale. Nuovi colori che si aggiungono sulla pelle.
Varco la soglia del locale e vengo investito dal cielo e dal sole.
Sorrido.
Perché siamo gabbiani grassi e si vola così bene lassù, con il mare in basso e tutte le nuvole da scoprire.