Pistola e giarrettiera (3 di 3)

[Varietà]

Terza e ultima parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Buona lettura.

Piegò la gamba tatuata poggiando la suola dello stivaletto contro il muro senza preoccuparsi di sporcare un intonaco già segnato e stanco. La linea di fuoco si alzò ubbidiente, fissando la mira su un cinquantenne dalla fronte sudata che aveva sbirciato un paio di volte la pelle nuda della ragazza. Una signora storse il naso come se le fosse stata servita una pietanza straniera dall’odore nauseabondo. Con la bocca serrata fissò prima il tatuaggio poi il volto della giovane come a volerle chiedere spiegazione di un tale scempio. Non venne considerata e non ruppe il silenzio, limitandosi a cercare sostegno negli sguardi dei vicini.

Perché una pistola?

Uno strumento di offesa o di autodifesa? Autonomia e sicurezza, aggressività e intimidazione.

Eppure, tutto questa potenza di fuoco era retta dalla delicatezza di un filo d’inchiostro. Una nuvola di fragilità e sesso, eleganza e provocazione.

Perché una giarrettiera?

Nessuno glielo chiese, preferendo ammirare con disgusto l’ossimoro grafico che mutava significato di mente in mente.

Bip, richiamò all’ordine il tabellone dei turni che lentamente fece defluire ognuno verso la tanto agognata uscita.