Miraggio
Era tornato più e più volte in quel luogo per essere sicuro di trovare il taglio giusto. Per giorni aveva frequentato solo quell’angolo di mondo, a tutte le ore, con qualsiasi condizione atmosferica. Si era appuntato nella mente ogni minima variazione, aveva contato gli insetti e gli uccelli, verificato la posizione delle nuvole, analizzato l’inclinazione dell’erba e la durezza delle pietre. Una voce dentro di lui continuava a pretendere una consapevolezza tale che, se mai fosse diventato cieco e il mondo fosse sparito, sarebbe dovuto essere in grado di descrivere a Madre Natura quello scorcio in tutte le stagioni e mezze stagioni, rovesci improvvisi inclusi, perché lei potesse ricrearlo esattamente com’era.
Ogni mattina si svegliava ancora al buio con la campana della sua ossessione, si dimenticava di fare colazione e si affrettava a raggiungere il luogo prima che la rugiada si dissolvesse; osservava l’evolversi dell’alba fino a che lo stomaco non lo richiamava all’ordine, a quel punto scendeva a cercare il primo banchetto aperto sulla via, dolce o salato non era importante, e tornava masticando prima che scoccasse mezzodì.
Il pomeriggio si concentrava sul vento e sulla pioggia, sulle ombre e sull’ondeggiare delle felci, combattendo un’iniqua lotta contro l’intransigente sonno, che regolarmente lo batteva e lo portava placido fino all’approcciarsi della sera. Si svegliava sempre un po’ sorpreso, alla ricerca della propria coscienza, quindi tornava sui suoi passi verso l’osteria del proprietario generoso, ritirava un calice sospeso, ringraziava e si riavviava verso il posto che l’anima aveva scelto per lui.
Il lento approcciarsi del tramonto era uno dei momenti più complessi, le trasformazioni dei colori erano continue e tutte indispensabili, non poteva perdersi neanche un rosso, giammai. Scomparso il sole, rivolgeva il bicchiere di vino al cielo, salutando il nero che colava dall’alto, brindando a stelle e luna. Con la testa piena di colori e le gote calde di soddisfazione, rientrava verso casa, esausto, contento, ma non ancora felice.
Fino a quel giorno.
Il pittore raggiunge infine il posto prescelto. Giunto sulla cima della collina si ferma, respira, annuisce. Apre lo sgabellino, legno, tela verde e panna; sistema il cavalletto, gioca con i centimetri e ne cambia l’angolazione di millimetri almeno dieci volte; poggia infine la tela, silenziosa, austera, spocchiosa, bianca.
Il pittore si siede.
Il pittore osserva.
Il pittore ascolta.
Il pittore sceglie.
Per il cielo sceglie il colore della brezza improvvisa in una giornata estiva.
Per le nuvole sceglie il soffio di un bambino su una girandola brillante.
Per i campi coltivati sceglie il biondo bagnato di una ragazza appena uscita dal mare.
Per gli alberi sceglie la saggezza frondosa di un anziano che gioca con il nipote.
Per i fiori sceglie le luci dei fuochi d’artificio più alti mai visti.
Per il fiume sceglie il riflesso di un occhio lucido affacciato da un treno in corsa.
Per le rocce sceglie la sfumatura della costa di un libro che gli era piaciuto tanto.
Per la terra sceglie la sporcizia tra le unghie di un uomo che torna tardi a casa dopo una giornata di lavoro.
Per i casolari in lontananza sceglie le risate di una famiglia durante una gita all’aperto.
Il pittore si alza, dà un ultimo sguardo al paesaggio, sorride e, richiudendo tutto, mette via la tela chiacchierona, bonaria, sorridente, bianca.



