Spioncino
Ho ordinato un caffè e me lo sono portato al tavolo, esonerando il calvo dietro al bancone da un servizio che dubito sia previsto qui, al bar dell’autolavaggio. Più precisamente degli autolavaggi, poiché, in questo piazzale a lato di una strada molto battuta, il proprietario d’auto lercia ha l’imbarazzo della scelta: far da sé, cedere l’incombenza a sistemi automatici più o meno complessi o lasciare che siano esperti del settore a mettere mano su tappetini incrostati e cerchioni infangati. Un ampio supermercato della lindezza automobilistica simile a un accrocco di moduli, come fossero elementi di un simulatore in stile Simcity, Theme Hospital per i più settoriali, in cui particelle occupanti un certo numero di quadratoni vengono accostate alla bell’e meglio da un quattordicenne senza un gran senso architettonico. Il bar, dal canto suo, ha l’autorità tipica della struttura capostipite, qui da sempre.
La mia scelta l’avevo fatta poco prima; mentre mi aggiravo in quella variegata offerta igienica, il mio sguardo era stato attirato da un paio di fogli A3 scotchati insieme, con una scritta a pennarello che recitava “Servizio pulizia interni”. La nettezza della macchina non è mai stata in cima ai miei pensieri, delego volentieri l’onere in cambio d’una cifra ragionevole, con un’alta probabilità di non vederne mai la ricevuta.
Microevasione a parte, riparato dalle lastre di plexiglass d’un rattoppato dehor, osservo il mondo degli autolavaggi che mi scorre davanti: ciclisti arcobaleno, un’habitué del bar su tacchi a spillo, poliziotti in borghese, cinquantenni dall’aria spaesata, un paio di signori tassellati ai migliori posti del locale. Negli immediati dintorni del bar si raduna una fauna prettamente maschile, che mi ricorda i gruppetti estivi che accerchiavano il calcetto della piscina.
I signori tassellati ai migliori tavoli e i cinquantenni dall’aria sperduta fanno parte di un ecosistema comune: i bulli e i nerd, i fighi e gli sfigati, i ripetenti e i secchioni, gli arroganti e gli insicuri. Non potrebbero esistere l’uno senza l’altro, in perenne contrasto e dipendenza, portano avanti le stesse guerre di cortile di trent’anni fa, fingendo che le proprie vere emozioni siano solo moscerini da scacciare. Forse sto esagerando, forse sono i miei traumi scolastici che riaffiorano. Fanculo a te psicologo e ai tuoi riverberi.
I poliziotti in borghese dovrebbero capire, prima o poi, che sono talmente in borghese da essere chiaramente dei poliziotti. Il jeans scuro un po’ troppo aderente, con le tasche sempre eccessivamente gonfie, e la cintura di pelle, la polo Fred Perry o similare, il gilet anche d’estate e le scarpe da ginnastica di marca tristi, il taglio di capelli sfumato sul collo e l’occhiale con lente riflettente, nient’altro che la divisa da passeggio. Si assicurano con un cenno del mento un angolo del bancone, fanno capannello mentre uno del gruppo si guarda intorno, metti mai che faccia capolino un criminale. Un cittadino coscienzioso andrebbe a parlargli del problema della microevasione negli autolavaggi, magari arriverà anche lui tra poco.
Il ciclista multicolor in tutto ciò stona; innanzitutto cosa ci fa un ciclista in un autolavaggio, verrebbe da chiedersi, ma, prima che un pensiero del genere possa formarsi, la retina viene obnubilata da una tutina aderente, troppo aderente, sulla quale pare si sia sciolta un’intera collezione di fumetti. Essere visibili a bordo della carreggiata è importante, non nego, così però si rischia l’ipnosi indotta del conducente su quattro ruote.
L’habitué su tacchi a spillo è senza dubbio colei che conserva maggiore dignità e coerenza in questo bailamme. Lei è la star, quella per cui i gruppi precedenti si danno di gomito mugolando tra loro, quella che scatena chiacchiericci adolescenziali, quella che illumina e dà valore a uno squallido bar di periferia. Saluta per nome il barista, elargisce accenni di sorriso, guarda poco o nulla negli occhi, decide lei come far muovere le teste del branco, senza che nessuno dei presenti osi sfidare la soggezione imposta da quei tacchi affilati.
Intorno a me sciama umanità variegata, occasionale o di casa, mentre vetture entrano sudicie ed escono mondate da polvere e peccati.
— Capo! È pronta.
Riporto al banco la tazzina, faccio un cenno di saluto al calvo e, con un vago senso di colpa, poso le scarpe su tappetini meravigliosamente lindi.




