Il congiuntivo a volte non serve

Spioncino

Non è raro che, durante le uscite serali tra giardini e palazzi, mentre aspetto che i cani sondino, si aggiornino e trovino il ciuffo d’erba giusto su cui rispondere con più o meno sostanziosità, dalle finestre illuminate intorno mi arrivino echi di televisori, voci e a volte urla. Questa sera una voce femminile e una maschile si prendono la scena, arrivano da un piano tra il terzo e il quinto di un palazzo pieno di luci accese e spezzano il silenzio di un giardinetto altrimenti palco di cornacchie e scoiattoli. E chi sono io per non cedere alla tentazione scandalistica di origliare qualcuno che litiga?

Oriento i guinzagli cercando di convincere le scodinzolanti a concentrarsi su una zona limitrofa all’origine della discussione, mi assecondano con sdegno, come biasimarle.

– Hai rotto il cazzo, hai rotto il cazzo!

La ripetizione come rafforzativo è qualcosa che non passa mai di moda. Che sia gioia, tristezza, paura o rabbia, ribadire parole e frasi dà sempre una solida certezza; prima di tutto conferma il concetto a chi lo esprime, poi lo rende inequivocabile e materico a chi lo ascolta. In questo caso poi la reiterazione è caratterizzata da tonalità rapidamente in crescendo e un riverbero acuto, leggermente incrinato sul finale. Tutta la frustrazione e l’insofferenza che strappano la cortina del contegno, lacerando l’ambiente con la lama seghettata delle frequenze più alte. Un brutto segno.

– Vaffanculo! Siete due idiote, tu e quella stronza!

Una sempreverde apertura e un colpo basso. Tirare in ballo soggetti terzi è sempre un ottimo modo per ingarbugliare la discussione, esporre antiche antipatie malcelate e rendere più fitta la trama degli intrighi relazionali. Da manovrare con attenzione perché può rivelarsi un’arma a doppio taglio, andando a creare un bundle promozionale virtuale che si lega al contendente e colpisce con forza raddoppiata. Ardito, potenzialmente letale, per entrambi. Rimango con il dubbio: chi è la stronza? L’amica? La madre? La sorella? La vicina di casa? La parrucchiera? Sarebbe più coretto specificare in questi casi, per non lasciare spazio a fraintendimenti e per non tradire il pubblico con un’imperdonabile omissione.

– Spero che muori, bastardo!

Ok questo è un colpo basso. Per il congiuntivo, intendo. Anche se, a ben pensarci, un’invettiva del genere, diretta, con il presente, anzi no l’imperativo, ha una sua coerenza filosofica. Non mi importa nulla della grammatica, né tantomeno della consecutio temporum, ho un’urgenza in questo momento: che tu muoia. Non ho però tempo di aspettare che tu muoia. Quindi muori, qui, ora, bastardo. Sono sicuro che potrei trovare almeno una manciata di accademici disposti a promuovere tale tolleranza verbale a favore dell’emotività del momento.

– Sei una debole! Una cogliona debole!

Qui mi gelo. In parte perché la frase è cattiva, pesante e mortificante, umilia intimamente e rivela un disprezzo di fondo che travalica il contenuto della singola discussione; si tratta di un giudizio maturato negli anni, macerato nel livore e nel non detto, dal sapore acido e bruciante. In parte perché il tono che lo veste è quello di qualcuno che sovrasta con il fisico e la violenza, l’origine è apparentemente la gola, ma in verità l’epicentro è più in basso, da qualche parte intorno allo stomaco, in un punto in cui il sistema nervoso lambisce un lago di lava. Non esce mai niente di buono da là sotto.

Rimango nei dintorni della casa, in un ascolto adesso meno divertito, con un sottofondo di preoccupazione e interrogativi sull’eventuale da farsi in caso la situazione degenerasse. Attendo turbato urla, urti o schiocchi, che però paiono non arrivare. Un paio di frasi indistinguibili, a toni molto più contenuti, poi il silenzio.

Una delle due padrone pelose tira e mi guarda, risentita di aver sostato così a lungo in una zona poco interessante, perlopiù con fastidiosi rumori umani di sottofondo. Chiedo scusa e subito la seguo, non voglio discutere.

Lattina di sogni

Miraggio

Non ho mai avuto grosse pretese né chissà quali ambizioni, è vero. Certo ammetto che ogni tanto fermentava in me il sogno di poter ottenere un giorno un qualche riconoscimento, anche solo un posto in cui potessi essere vista e desiderata, ma la verità è che mi sarei accontentata di trovare qualcuno che mi apprezzasse per quella che ero.

Sono cresciuta in uno stabilimento modesto, per non dire ai limiti delle regole d’igiene e di decenza. Eravamo in tante, trattate come se fossimo una uguale all’altra, destinate a gusti semplici più attenti alla quantità che alla qualità. Ogni tanto, però, filtrava tra noi il chiacchiericcio illusorio che raccontava di una conoscente che si era imbucata a una festa di giovani rampolli, un’altra trasportata fino in una baita a migliaia di metri sul livello del mare, un’altra ancora che il mare era riuscita a vederlo per davvero. Storie che aiutavano a mandar giù il retrogusto amarognolo della vita di tutti i giorni.

Non ho mai avuto grosse pretese, eppure neppure nei miei incubi peggiori avrei immaginato che mi sarei ritrovata qui, al fondo di un autobus gonfio di caldo e sudore, al fianco di un compagno accasciato sul sedile, a malapena cosciente. Il vestito ammaccato che indosso è lo stesso di cui andavo tanto fiera il giorno che me lo consegnarono. Sembrava fatto su misura per me, mi fasciava perfettamente senza risultare scomodo, era colorato e brillante. Mi sentivo speciale, che stupida. Ora il rosso e l’oro mi sembrano opachi e pacchiani, le scritte sono sbiadite e il cappellino argentato si è arrugginito. Il solo pensiero della fierezza con cui lo esponevo di fronte a chi mi concedeva anche solo una rapida occhiata ora mi nausea.

Avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava quando ci sistemarono in file disordinate, senza nessuna logica o rispetto. Non volevano che restassimo a lungo, eravamo di passaggio e meno saremmo state esposte agli sguardi dei clienti, prima avrebbero potuto svuotare i magazzini, per riempirli nuovamente. Appena arrivai, ero già in offerta.

Avrei dovuto capirlo che mi era andata male quando quella mano mi aveva abbracciata senza affetto. Non mi aveva dato neanche il tempo di darmi una rinfrescata, prima di concedermi a lui. Posso ancora percepire sul bordo quel primo contatto con le sue labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.  Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, con disgusto, vorrei urlare che non ho potuto opporre resistenza, che avrei potuto essere meglio di così. Lui si sdraia, forse sviene, non mi considera, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di disperazione. Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora rotolo lentamente via da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa, in fondo?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza bollicine: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.

I migliori anni della vostra vita

Spioncino

Persona “X” di scarso interesse con cui sono forzato a interagire nel corso di una cena tra colleghi – La scorsa settimana, poi, ho dovuto sorbirmi gli incontri con i professori a scuola, perché figurati se mia moglie ci va. Ogni volta ci devo andare io, se no lei ci litiga.

Io, fingendo con scarso successo di partecipare con curiosità alla conversazione – Ahahah, immagino.

X, intenzionato ad approfondire l’argomento – L’ultima volta ha mandato a fanculo quella di Inglese, che poi quelle sono stronze, si vendicano sui ragazzi, fanno così.

Io – Ahaha, certo, immagino. Che scuole fanno?

X – Una le medie, l’altro il secondo anno di liceo.

Io – Mamma mia, mi vengono i brividi a pensare quegli anni.

Talvolta capita che si diano per scontati alcuni vissuti e alcune interpretazioni, pensando che le altre persone condividano i nostri giudizi e sensazioni in merito al passato, a esperienze di vita comuni. Spesso si finisce a scontrarsi con realtà parallele, a fare i conti con fardelli psicologici dai tratti contrapposti e chiedersi chi è lo strano, noi o loro?

X – Ah io ci tornerei subito, ho fatto tante di quelle cazzate, avevo pure ancora i capelli!

Io – Si? No guarda, io ho solo pessimi ricordi di quel periodo, medie e liceo in partic…

Persona “Y”, se possibile ancor meno gradevole di X, che ascolta e ci tiene tanto a dire la sua – Ma nooo, io pagherei per avere di nuovo quell’età! Mi sono divertita così tanto in classe, le feste, le gite, andavamo a ballare tutti i sabati sera, maro’ che bellezza.

X – Noi ogni anno organizziamo la cena di classe del liceo, vanno via non meno di venti bottiglie ogni volta, ahahah!

Y – Pensa che noi abbiamo il gruppo Whatsapp della classe, con quelli che sono rimasti giù ci vediamo ogni tanto per un aperitivo, ormai abbiamo una certa eh, però quelli sono stati i migliori anni della vita, dai!

Dentro di me, nel frattempo, si sono sovrapposti strati su strati di disagio adolescenziale, e non, che mi appiattiscono contro la sedia.

Io del periodo scolastico che va dalle elementari al liceo conservo un ricordo ripugnante. Niente di particolarmente traumatico, né storie di bullismo o drammi da additare, bensì un susseguirsi di sensazioni sgradevoli, emozioni da reprimere, brevi flashback situazionali imbarazzanti e fastidi nei confronti del me del passato. Nel mezzo lo spirito di sopravvivenza cerca di far risaltare sprazzi di positività e nicchie di soddisfazione, che per anni hanno coperto e nascosto un fondale di malessere e isolamento che nel tempo si è sedimentato, diventando tagliente come corallo.

Il solo pensiero di una cena con gente che non vedo e non sento da una ventennio, e ci sarà ben un motivo di questo reciproco ignorarsi, mi ha fatto rispuntare un brufolo sulla fronte. Essere inserito in un gruppo Whatsapp di classe potrebbe farmi finalmente prendere in considerazione un nuovo stile di vita, basato sulla sopravvivenza in una giungla con solo un coltellino svizzero come strumento.

Che sia io in un completo di tuta coordinato della Think Pink, grazie eh Ma’, oppure la domenica sera durante “Per un pugno di libri” mentre affiorava la nausea in vista del lunedì, il rientro in classe dopo l’ennesimo derby perso, la delusione delle aspettative in seguito a un quattro secco, la costante paura di essere giudicato e mortificato per un passo falso o la continua sensazione di inadeguatezza che accompagnava le giornate, ciò che tiene insieme quel fagotto di vita sono legacci di disagio, solitudine, rabbia e autorepressione. Un bel pacchettino di merda con cui faccio i conti e i cui riverberi influenzano il mio oggi. Talmente vibrante nella mia consapevolezza, che mi autoconvinco che debba essere opinione comune dell’umanità intera. Così non è, buon per loro direi, ma ora vediamo di cambiare argomento, perché no, X e Y, quelli sono stati i migliori anni della vostra vita, non della mia.

Una mosca

Miraggio

Una mosca cammina sul bordo lungo di un comodino. Più precisamente su quella striscia curva che unisce la superficie piana del mobiletto – libri su libri, una penna accanto a una lampada rossa, un pacchetto di fazzoletti mezzo vuoto e il cavo penzolante di un caricabatterie – con il dirupo di legno che termina la corsa sul pavimento.

In bilico sul lembo lucido di superficie si muove a scatti la mosca, ancorata, rapida, apparentemente incerta sulla direzione da prendere. Affetta da un qualche disturbo della memoria a breve termine, a corrente alternata scorda e ricorda la destinazione del suo vagare; scatta sicura in linea retta poi si blocca e temporeggia, riparte convinta per recuperare il tempo perso, ma subito si guarda intorno come si risvegliasse in una casa diversa dalla propria, si affanna e si smarrisce.

In balia di riverberi e suoni improvvisi si sposta, attratta da una voce che non è sicura di aver sentito veramente, intimorita da un acuto che forse ha solo sognato, si guarda intorno e non vede nessuno, si crede pazza, si chiede che cosa mai ci faccia lì, proprio lì, in quel momento, persa o solo smemorata.

Si ferma, ora ricorda, un prato, un albero, molti alberi, la sensazione del vento che l’avvolge, freddo, trasparente come la superficie sulla quale era incappata poco tempo prima, un approdo tangibile eppure falso. Un pavimento che permetteva di vedere attraverso, che assurdità, una superficie tiepida, comoda in effetti, perfetta per riprendere fiato e osservare mondi.

Aveva sostato sul vetro della finestra per un tempo indefinibile, forse era morta e risorta, finché una voce le aveva sussurrato ammaliante “Dentro, ora!”. A tentoni aveva mappato l’intera area, alla ricerca di una via, di un percorso, di un senso. Il vasistas era aperto, fortunata lei.

Smisurato era stato lo stupore muscoide nello scoprire quel mondo nuovo, fatto di colori bruni e strutture rigide, un caleidoscopio di meraviglie domestiche le vorticava attorno, odori senza un perché, suoni ovattati e compressi, sinestesie di un placido trip senza conseguenze stupefacenti. Per un attimo sopraffatta da tutto ciò si era posizionata in un angolo, in alto, a testa in giù per permettersi di pensare meglio, a osservare. Tutto questo non aveva senso, il contrasto con l’esterno, la differenza di temperatura, le altezze ridotte, il cielo inaccessibile. Come poteva esistere una realtà del genere? Doveva essere frutto di una qualche allucinazione o di un qualche demone aracneo, creatore di una magistrale illusione che avrebbe messo fine all’intera popolazione dei ditteri. Sarebbero potuti di certo arrivare a tanto, quei pazienti tessitori.

La paura dell’ignoto non aveva fermato però la mosca, che spinse al massimo le sue capacità, stremò le sue ali, per non perdersi nemmeno un pulvillo di quell’ambiente asettico, statico e con un vago odore di chiuso. Presa dalla foga si perse più volte, in sé stessa e nella casa, tra ripide salite e stucchi malmessi, superfici color malva e attrezzature mostruose. Cosa può fare una mosca in mezzo a tutto questo se non perdere il senno?

Ormai senza più una bussola, senza più una meta, senza una certezza che sia una, l’errante in frac si abbandona in quello che si può a ragione considerare come l’archetipo dello zigzagare. Irripetibile, irrazionale, vittima dei continui black out sul circuito del proprio sé, il percorso della mosca prosegue senza che sia possibile neanche per la Fortuna scommettere sul prossimo passo. Abbandonata da tutti, in attesa di un cenno, di un Dio, avanza poi si ferma, volge lo sguardo a est poi confabula verso sud, salta finalmente decisa, salvo poi tornare sulle proprie zampe. In perpetua lotta con il ricordo della propria missione vaga sul comodino la stolida mosca, inconscia solo a tratti, determinata solo per metà.

Stanze vuote e benne piene

Spioncino

Essere mostruoso presente in tutte le mitologie e religioni conosciute dall’uomo, nei secoli il trasloco è stato rappresentato in modi assai diversi, ma con caratteristiche ricorrenti: per i Galiziani guidati da Bermudi II era spirito impalpabile seminatore di zizzania intrafamiliare; gli Aztechi della Triplice Alleanza lo rappresentavano come un viscido serpiforme divoratore di scatole e ninnoli; nella cultura Masai del clan Kisonko veniva tramandato il pericolo di un vortice psichico, che causava raptus di censimento maniacale dei vestiti in eccesso. Ogni versione esistente è concorde in merito alle terribili conseguenze psicofisiche del trasloco.

Nell’epoca moderna la decisione di trasferirsi da una casa all’altra, una volta esaurito l’iniziale entusiasmo causato da quegli intonsi muri appena imbiancati e dall’eco dei salotti ancora vuoti, conduce l’essere umano in uno stato di preoccupazione e ansia non tanto difforme dalle leggende dell’antichità. Non si manifestano di certo pitoni antropomorfi affamati, né fantasmi della discordia, ciononostante ogni persona viene messa di fronte a uno dei grandi quesiti del nostro tempo: faccio da me con la mia utilitaria Euro -1 del 1996 o metto mano al portafogli e chiamo una ditta di professionisti?

Spesso lo zio con il furgone-quello-che-usa-per-lavorare fa pendere la bilancia verso l’autodeterminazione. Si parte carichi d’entusiasmo e pennarelli indelebili con i quali scrivere, cancellare e riscrivere il contenuto di scatoloni di recupero, che come piante infestanti occupano in pochi attimi ogni metro quadro di terreno calpestabile, salvo poi rendersi conto dell’enormità dell’impresa troppo tardi. Studi dimostrano che almeno il 66,6% di chi decide di occuparsene in solitaria, a metà dell’opera si ritrova sul tetto della vettura preposta, in lacrime, a scorrere annunci online di ditte dell’est Europa composte da ex campioni regionali di Wrestling. Il restante 33,4% semplicemente mente e inveisce in silenzio contro la propria arroganza.

Tutto questo però non deve fermare il nomadismo domestico, il desiderio di cambiamento e la voglia di avere un’anta in più per non dover accatastare le magliette ricreando colonne partenoniche di cotone e viscosa. Perché il trasloco è sì una delle peggiori decisioni che si possano prendere nella vita, ma anche un’occasione di catarsi che trova la sua massima realizzazione nelle benne dell’Ecocentro.

Forse solo Frodo può comprendere la sensazione che regala il trovarsi sulla cima di una rampa, di fronte a un enorme contenitore nel quale gettare mobili e oggetti, godendosi lo sforzo muscolare e gli applausi scroscianti dei vetri che si infrangono. Frodo e chiunque reputi il Capodanno il momento perfetto per fare spazio in casa.

Per questa operazione di pulizia liberatoria vale più che mai il detto “Happiness is real only when shared”, ovvero: portatevi un amico/a forzuto/a con cui battervi il cinque e comunicare tramite versi scimmieschi, mentre lanciate il divano Ikea color ciliegia, che sembrava tanto caruccio sul catalogo, e godetevi insieme la melodia del suo infrangersi tra i resti di credenze della nonna e Billy malmontate. Voi fidatevi e provateci, la terapia non sembrerà più l’unica esperienza in grado di sgravarvi di pesi e traumi infantili.

La piacevole burrosità delle braccia e la sensazione di aver buttato via la brutta parte di voi vi riaccompagneranno sulla strada del ritorno verso casa, ma prima non dimenticate di salutare gli operatori giallo fluo dell’Ecocentro, con quel sorriso stanco e complice tipico di un compagno di trip allucinogeno. Loro vi guarderanno come si guardano i ragazzini che si atteggiano dopo il primo tiro di cannetta, eppure li sentirete vicini come compagni d’avventura.

Questo momento di purificazione dello spirito sarà sufficiente per evitarvi la dannazione eterna in seguito alla sequela ininterrotta di bestemmie con la quale avete scandito le ultime settimane? Di certo no. Non badateci e godetevi senza remore il passeggero rinfrancamento dell’animo, senza pensare al momento in cui quelle scatole che alla fine avete smesso di catalogare, perché tanto vi sareste sicuramente ricordati cosa ci avevate messo dentro, sosteranno silenziose accatastante in un angolo contenendo quel set di tegami che starete cercando con foga e incredulità.

Quando tutto sarà finito tra le dita rimarrà una malinconica fotografia, le stanze vuote e le benne piene, e la promessa che tutto questo non riaccadrà mai più. Fino al prossimo trasloco.

Pistola e giarrettiera

Spioncino

Gli sguardi delle persone in coda ondeggiavano in una melassa di noia, mentre la nausea dell’attesa si faceva largo nelle gole dei presenti. Le poste di quartiere. Gorgo di insofferenza, sospiri e francobolli. Le poste di quartiere il lunedì dopo un lungo ponte estivo. Una ciurma di anziani veterani, utenti occasionali e novizi spaesati.

Lo squittio della macchinetta che manteneva l’ordine della fila annunciò il suo ingresso nell’indifferenza altrui. Una giovane figura femminile prese il foglietto con il numero che le era stato assegnato, si voltò a fissare la tabella luminosa che associava il cartoncino a uno sportello ed entrò nell’afa. La noncuranza del pubblico scemava man mano che la ragazza avanzava nella saletta d’attesa alla ricerca di un posto a sedere. Saranno stati i suoi lunghi capelli rasati da un lato, di un biondo che stingeva verso le punte in un verde opaco, saranno stati i piercing al naso, o quelli sul sopracciglio. Sarà stata la canottiera nera con un demone che rideva mostrando un’ascia insanguinata, di una taglia tanto grande da far intravedere la fascia rosa carne che le reggeva il seno, oppure le Dr. Martens sfoggiate nonostante il caldo, la borsa di tela rattoppata con spillette e scritte colorate, gli occhi verdi senza trucco che non mollavano mai il tabellone dei turni. Girò intorno alle sedie che però sembravano tutte occupate e arrivò a ridosso degli sportelli. Dalla borsa estrasse il cellulare sul quale ticchettarono le unghie lucide, smaltate con precisione. Le dita si mossero svelte, armoniose, poi ripose il telefono nella borsa.

Tra i tanti elementi della ragazza che potevano catturare l’attenzione uno fra tutti lasciava uno strascico di fronti corrugate e labbra increspate. I pantaloncini di jeans la coprivano ben poco e il tatuaggio si stagliava sulla coscia pallida di primavera. Un reticolo di tratti finissimi correva in tondo disegnando con minuzia il pizzo di una giarrettiera. L’effetto ottico della trasparenza era accentuato da ombreggiature, la profondità esaltata da fiocchetti di seta inchiostrata. Un vezzo voluttuoso che era interrotto sull’esterno della gamba da linee ricalcate, dure, come se l’autore non avesse voluto lasciare il segno solo in superficie, come se quel nero massiccio avesse dovuto fissarsi fin dentro i muscoli, mescolarsi al sangue della ragazza. Quel calcio, quel grilletto, quel mirino non erano solo rappresentazioni grafiche, sembravano voler essere parte integrante della fisicità di lei, che intanto passeggiava annoiata, mantenendo lo sguardo fisso su un numero luminoso che pareva non cambiare mai.

La pistola rimaneva pizzicata in un equilibrio irreale tra la giarrettiera e la pelle. Un trittico laico ai cui lati femmilità e violenza si facevano ali di una spudorata sicurezza. A ogni passo l’arma seguiva fedele la padrona, modulando la sua forma insieme alla pelle ora rilassata ora tesa dallo scatto dei muscoli. La giovane lanciò un’ultima occhiata al fondo della sala prima di tornare indietro e appoggiare la schiena contro il muro vicino l’ingresso. Se aveva notato gli occhi che seguivano i suoi movimenti non lo diede a vedere.

Piegò la gamba tatuata poggiando la suola dello stivaletto contro il muro senza preoccuparsi di sporcare un intonaco già segnato e stanco. La linea di fuoco si alzò ubbidiente, fissando la mira su un cinquantenne dalla fronte sudata che aveva sbirciato un paio di volte la pelle nuda della ragazza. Una signora storse il naso come se le fosse stata servita una pietanza straniera dall’odore nauseabondo. Con la bocca serrata fissò prima il tatuaggio, poi il volto della giovane come a volerle chiedere spiegazione di un tale scempio. Non venne considerata e non ruppe il silenzio, limitandosi a cercare sostegno negli sguardi dei vicini.

– Perché? – sembrava voler domandare, come a chiedere conto di un’offesa o di uno sgarbo, come a voler pretendere la cancellazione di quello scempio, il disarmo di quella potenza di fuoco retta dalla delicatezza di un filo d’inchiostro. Nessuno aprì però bocca, preferendo ammirare con disgusto l’ossimoro grafico che mutava significato di mente in mente.

Bip, richiamato all’ordine il tabellone dei turni. Tutti gli occhi si alzarono, per poi abbassarsi sui bigliettini sgualciti tra le mani umide e l’urgenza di raggiungere l’agognata uscita fece perdere il filo dei pensieri e dei pregiudizi. La ragazza sbuffò, riprese il telefono in mano e le unghie ripresero a ballare il tip tap sullo schermo.

Scalogna

Miraggio

— E così, oggi, morirò.

Il pensiero del condannato rimase ingabbiato nella sua mente, senza trovare la forza neppure per una minima verbalizzazione. Era stato trascinato sul patibolo, in attesa che il boia decretasse la sua fine.

— Morirò solo, senza neanche un insulto o uno sputo da parte di una folla carogna.

Non c’era pubblico ad assistere all’esecuzione, solo lui, il boia, un pavimento di legno unto e il filo mortale della mannaia accanto a lui. Si sentì quasi offeso, gli venne da pensare che almeno avrebbe voluto un pubblico che lo osservasse morire, gli venne da pensare che una morte senza neanche uno spettatore valesse poco o nulla. L’ultima mortificazione prima della fine.

— Morirò senza neanche sapere il perché. Senza avere il conforto di una parola o di qualcuno da odiare.

Non c’era stato un processo, non un qualche tipo di messa in scena per pulirsi la coscienza di fronte a Dio o chi per esso. Nemmeno un giudice puttaniere al quale prima implorare pietà e poi promettere vendetta dall’aldilà. Non c’era stata un’accusa, neanche quella. Era stato semplicemente preso e portato via.

— Morirò così, nudo e gelido, come un pezzo di niente che non interessa a nessuno.

Aveva passato le ultime ore nella cella fredda e umida di una prigione dalle pareti bianche, in bilico su una graticola che lasciava intravedere i piani sottostanti e i compagni di sventura lì relegati. Negli attimi in cui i carcerieri aprivano la porta e lasciavano filtrare luce all’interno del tugurio, aveva scorto prigionieri provenienti da qualsiasi parte della terra, anche di etnie a lui sconosciute. Esseri di cui non avrebbe mai conosciuto il nome e che sarebbero morti di lì a breve.

Pochi minuti prima il boia si era occupato personalmente di andare a prelevarlo dalla galera, lo aveva condotto su quel dannato palco di legno e lo aveva spogliato con le proprie mani, gettandone i vestiti direttamente nella spazzatura. Lo aveva trovato un gesto estremamente degradante da parte del carceriere; in fondo erano vestiti buoni, avrebbero potuto far comodo a qualcun altro, in fondo erano pur sempre vestiti suoi, le uniche cose che possedeva. Niente di quello che gli era appartenuto avrebbe visto un altro giorno, oggetti contaminati dal solo contatto con il suo corpo.

Il detenuto attendeva sdraiato con la guancia schiacciata sul pavimento da qualche minuto. O forse da qualche ora. O forse da qualche secondo. Aveva perso totalmente il senso del tempo durante la permanenza nella prigione bianca, dove il buio era costante e la luce entrava raramente, per pochi secondi soltanto. Da quella prospettiva quello che lo colpì furono i profondi segni a terra, lunghi solchi che fendevano il materiale ligneo, rivelando tonalità più chiare e fresche di quelle superficiali. Gli venne da pensare che il boia sapeva senza dubbio fare il proprio lavoro, se quelle erano, come immaginava, le fenditure lasciate dalla maledetta arma del suo aguzzino. Valutò che era proprio una considerazione idiota come ultimo pensiero prima di morire.

Sentì dei passi avvicinarsi alle proprie spalle, poi fermarsi, poi armeggiare con qualcosa di metallico.

— E così, oggi, morirò. Non so se si possa definire destino, giustizia o sfortuna tutto questo. Di certo so solo che oggi morirò.

I pensieri del condannato rimasero intimi dentro di lui, mentre gustava l’ultimo scampolo di silenzio, assaporandolo come fosse il suo piatto preferito.

La lama del boia calò con un sibilo, tranciando di netto il collo come fosse un gambo di sedano. Non pago il boia infierì sul cadavere con forza sovrumana, apparentemente insensibile alla scena ripugnante che aveva creato con le proprie mani.

L’uomo posò il coltello e prese un panno per asciugarsi le mani.

— Amore, lo scalogno è pronto, devo tagliare qualcos’altro?

Servizio pulizia interni

Spioncino

Ho ordinato un caffè e me lo sono portato al tavolo, esonerando il calvo dietro al bancone da un servizio che dubito sia previsto qui, al bar dell’autolavaggio. Più precisamente degli autolavaggi, poiché, in questo piazzale a lato di una strada molto battuta, il proprietario d’auto lercia ha l’imbarazzo della scelta: far da sé, cedere l’incombenza a sistemi automatici più o meno complessi o lasciare che siano esperti del settore a mettere mano su tappetini incrostati e cerchioni infangati. Un ampio supermercato della lindezza automobilistica simile a un accrocco di moduli, come fossero elementi di un simulatore in stile Simcity, Theme Hospital per i più settoriali, in cui particelle occupanti un certo numero di quadratoni vengono accostate alla bell’e meglio da un quattordicenne senza un gran senso architettonico. Il bar, dal canto suo, ha l’autorità tipica della struttura capostipite, qui da sempre.

La mia scelta l’avevo fatta poco prima; mentre mi aggiravo in quella variegata offerta igienica, il mio sguardo era stato attirato da un paio di fogli A3 scotchati insieme, con una scritta a pennarello che recitava “Servizio pulizia interni”. La nettezza della macchina non è mai stata in cima ai miei pensieri, delego volentieri l’onere in cambio d’una cifra ragionevole, con un’alta probabilità di non vederne mai la ricevuta.

Microevasione a parte, riparato dalle lastre di plexiglass d’un rattoppato dehor, osservo il mondo degli autolavaggi che mi scorre davanti: ciclisti arcobaleno, un’habitué del bar su tacchi a spillo, poliziotti in borghese, cinquantenni dall’aria spaesata, un paio di signori tassellati ai migliori posti del locale. Negli immediati dintorni del bar si raduna una fauna prettamente maschile, che mi ricorda i gruppetti estivi che accerchiavano il calcetto della piscina.

I signori tassellati ai migliori tavoli e i cinquantenni dall’aria sperduta fanno parte di un ecosistema comune: i bulli e i nerd, i fighi e gli sfigati, i ripetenti e i secchioni, gli arroganti e gli insicuri. Non potrebbero esistere l’uno senza l’altro, in perenne contrasto e dipendenza, portano avanti le stesse guerre di cortile di trent’anni fa, fingendo che le proprie vere emozioni siano solo moscerini da scacciare. Forse sto esagerando, forse sono i miei traumi scolastici che riaffiorano. Fanculo a te psicologo e ai tuoi riverberi.

I poliziotti in borghese dovrebbero capire, prima o poi, che sono talmente in borghese da essere chiaramente dei poliziotti. Il jeans scuro un po’ troppo aderente, con le tasche sempre eccessivamente gonfie, e la cintura di pelle, la polo Fred Perry o similare, il gilet anche d’estate e le scarpe da ginnastica di marca tristi, il taglio di capelli sfumato sul collo e l’occhiale con lente riflettente, nient’altro che la divisa da passeggio. Si assicurano con un cenno del mento un angolo del bancone, fanno capannello mentre uno del gruppo si guarda intorno, metti mai che faccia capolino un criminale. Un cittadino coscienzioso andrebbe a parlargli del problema della microevasione negli autolavaggi, magari arriverà anche lui tra poco.

Il ciclista multicolor in tutto ciò stona; innanzitutto cosa ci fa un ciclista in un autolavaggio, verrebbe da chiedersi, ma, prima che un pensiero del genere possa formarsi, la retina viene obnubilata da una tutina aderente, troppo aderente, sulla quale pare si sia sciolta un’intera collezione di fumetti. Essere visibili a bordo della carreggiata è importante, non nego, così però si rischia l’ipnosi indotta del conducente su quattro ruote.

L’habitué su tacchi a spillo è senza dubbio colei che conserva maggiore dignità e coerenza in questo bailamme. Lei è la star, quella per cui i gruppi precedenti si danno di gomito mugolando tra loro, quella che scatena chiacchiericci adolescenziali, quella che illumina e dà valore a uno squallido bar di periferia. Saluta per nome il barista, elargisce accenni di sorriso, guarda poco o nulla negli occhi, decide lei come far muovere le teste del branco, senza che nessuno dei presenti osi sfidare la soggezione imposta da quei tacchi affilati.

Intorno a me sciama umanità variegata, occasionale o di casa, mentre vetture entrano sudicie ed escono mondate da polvere e peccati.

— Capo! È pronta.

Riporto al banco la tazzina, faccio un cenno di saluto al calvo e, con un vago senso di colpa, poso le scarpe su tappetini meravigliosamente lindi.

Il pittore senza colori

Miraggio

Era tornato più e più volte in quel luogo per essere sicuro di trovare il taglio giusto. Per giorni aveva frequentato solo quell’angolo di mondo, a tutte le ore, con qualsiasi condizione atmosferica. Si era appuntato nella mente ogni minima variazione, aveva contato gli insetti e gli uccelli, verificato la posizione delle nuvole, analizzato l’inclinazione dell’erba e la durezza delle pietre. Una voce dentro di lui continuava a pretendere una consapevolezza tale che, se mai fosse diventato cieco e il mondo fosse sparito, sarebbe dovuto essere in grado di descrivere a Madre Natura quello scorcio in tutte le stagioni e mezze stagioni, rovesci improvvisi inclusi, perché lei potesse ricrearlo esattamente com’era.

Ogni mattina si svegliava ancora al buio con la campana della sua ossessione, si dimenticava di fare colazione e si affrettava a raggiungere il luogo prima che la rugiada si dissolvesse; osservava l’evolversi dell’alba fino a che lo stomaco non lo richiamava all’ordine, a quel punto scendeva a cercare il primo banchetto aperto sulla via, dolce o salato non era importante, e tornava masticando prima che scoccasse mezzodì.

Il pomeriggio si concentrava sul vento e sulla pioggia, sulle ombre e sull’ondeggiare delle felci, combattendo un’iniqua lotta contro l’intransigente sonno, che regolarmente lo batteva e lo portava placido fino all’approcciarsi della sera. Si svegliava sempre un po’ sorpreso, alla ricerca della propria coscienza, quindi tornava sui suoi passi verso l’osteria del proprietario generoso, ritirava un calice sospeso, ringraziava e si riavviava verso il posto che l’anima aveva scelto per lui.

Il lento approcciarsi del tramonto era uno dei momenti più complessi, le trasformazioni dei colori erano continue e tutte indispensabili, non poteva perdersi neanche un rosso, giammai. Scomparso il sole, rivolgeva il bicchiere di vino al cielo, salutando il nero che colava dall’alto, brindando a stelle e luna. Con la testa piena di colori e le gote calde di soddisfazione, rientrava verso casa, esausto, contento, ma non ancora felice.

Fino a quel giorno.

Il pittore raggiunge infine il posto prescelto. Giunto sulla cima della collina si ferma, respira, annuisce. Apre lo sgabellino, legno, tela verde e panna; sistema il cavalletto, gioca con i centimetri e ne cambia l’angolazione di millimetri almeno dieci volte; poggia infine la tela, silenziosa, austera, spocchiosa, bianca.

Il pittore si siede.

Il pittore osserva.

Il pittore ascolta.

Il pittore sceglie.

Per il cielo sceglie il colore della brezza improvvisa in una giornata estiva.

Per le nuvole sceglie il soffio di un bambino su una girandola brillante.

Per i campi coltivati sceglie il biondo bagnato di una ragazza appena uscita dal mare.

Per gli alberi sceglie la saggezza frondosa di un anziano che gioca con il nipote.

Per i fiori sceglie le luci dei fuochi d’artificio più alti mai visti.

Per il fiume sceglie il riflesso di un occhio lucido affacciato da un treno in corsa.

Per le rocce sceglie la sfumatura della costa di un libro che gli era piaciuto tanto.

Per la terra sceglie la sporcizia tra le unghie di un uomo che torna tardi a casa dopo una giornata di lavoro.

Per i casolari in lontananza sceglie le risate di una famiglia durante una gita all’aperto.

Il pittore si alza, dà un ultimo sguardo al paesaggio, sorride e, richiudendo tutto, mette via la tela chiacchierona, bonaria, sorridente, bianca.