Spioncino
Negli occhi del ragazzino scorreva lento il paesaggio della città, filtrato attraverso il vetro della macchina. Tra le gambe uno zaino semiaperto ondeggiava assecondando le accelerazioni e le frenate, emanando un leggero odore di cloro. Accanto a lui il padre guidava placido, ossequiando la segnaletica e le buone norme stradali.
Il cielo foderava palazzi e alberi di un grigio istituzionale, l’aria era immobile, al punto da far apparire artificiale anche lo scorrere delle immagini, come in un film a basso costo in cui il fondale semovente si srotola per dare l’illusione dell’avanzare.
I due non erano soliti condividere il percorso che portava il ragazzino da casa alla piscina per l’allenamento del pomeriggio. Un incastro fortuito di impegni materni e possibili rovesci aveva dato luogo a quell’anomalia logistica, rendendoli partecipi di un momento quotidiano che raramente passavano insieme. Se uno o entrambi erano a disagio per questo, non lo diedero a vedere.
L’uomo parlò senza preavviso, sintetico e diretto com’era spesso, senza staccare gli occhi dalla strada.
– Mi raccomando quando esci. Dai sempre un occhio a cosa ti succede attorno. Le altre persone, le uscite di sicurezza. È importante avere la situazione sotto controllo.
Semaforo rosso, freni che fischiano, breve pausa, cenno d’assenso.
– Tieni sempre aperta una finestra sulla razionalità, qualsiasi cosa tu faccia.
Semaforo verde, marcia che scala, chiusura del discorso, cenno d’assenso.
Il ragazzino non aprì bocca, ma non mancò di far notare che l’informazione era stata recepita, tramite il movimento del capo e un convinto – Mh-mh. Tornò a rivolgere lo sguardo verso l’esterno, dove il cielo opaco e le case poco colorate continuavano a scorrergli davanti agli occhi.
Nel silenzio che seguì e nella pressoché totale inconsapevolezza di entrambi, le frasi del padre scesero in profondità e intrapresero un tenace processo di sedimentazione. Il subconscio del ragazzino disegnò quella finestra nell’angolo in alto a destra del proprio campo mentale. Si visualizzò affacciato con i gomiti sul davanzale, intento a osservare sé stesso nella strada più in basso. Pose il proprio sguardo a guardia di sé stesso e quella finestra il ragazzino non l’avrebbe chiusa mai più, neanche in caso di pioggia forte con raffiche di vento. Sembrava un consiglio importante, la finestra doveva rimanere aperta.
Non la chiuse quando la sensazione di essere osservato iniziò a farsi tangibile durante le uscite serali, le vacanze tra amici, i primi approcci amorosi. Sulla schiena sentiva il mirino dei suoi stessi occhi, che gli rammentavano di usare la propria testa e non quella degli altri. Tutto sommato gli sembrava un modo ragionevole di fare esperienze, un modo per evitare di commettere grossi errori, di lasciarsi trascinare in qualcosa di cui si sarebbe potuto pentire. Il modo migliore per non fare cazzate era quello: la finestra doveva rimanere aperta.
Non la accostò mentre vedeva scorrere le svolte dei bivi lavorativi, che, curva dopo curva, lo portavano sempre più lontano da quella che era la meta iniziale. Ogni volta che una scelta aveva più l’aspetto di un compromesso, piuttosto che di una decisione consapevole, la sua stessa voce lo rassicurava, dicendo che i sogni erano ancora lì, che doveva mantenere la testa sulle spalle, se voleva andare avanti sulla sua strada.
– Da quassù si vede chiaramente la logica del tuo tragitto, prosegui, l’importante è che lasci la finestra aperta.
Non tirò nemmeno le tende quando riuscì a intuire che quello spettatore era stato promosso a doganiere infaticabile, zelante nel bloccare carichi emotivi sospetti che venivano sottoposti a quarantena e a una puntigliosa ispezione. Quando si rese conto che lacrime e brividi arrivavano con il contagocce, qualche dubbio affiorò, qualche domanda si fece spazio, perché la risposta che arrivava dall’alto sembrava non essere più così inattaccabile. – Bisogna fare le cose con la testa – non risuonava più come buon proposito, ma come una scusa.
Fu allora che il fu ragazzino tirò su lo sguardo, verso la finestra aperta, e la vide più affollata di quanto se la ricordasse: con i gomiti sul davanzale c’era lui, fermo alla stessa età di un certo viaggio in macchina, alle sue spalle il padre, fermo nelle sue buone intenzioni. Controllo e aspettative erano diventati passeggeri abituali, dallo sguardo instancabile e dalla critica impietosa.
Solo in quel momento si fece la domanda che avrebbe voluto farsi molto tempo prima, che avrebbe voluto farsi subito, mentre dietro al finestrino scorreva un fondale cittadino bidimensionale, grigio e statico.
La finestra deve rimanere aperta?










