Miraggio
Non ho mai avuto grosse pretese né chissà quali ambizioni, è vero. Certo ammetto che ogni tanto fermentava in me il sogno di poter ottenere un giorno un qualche riconoscimento, anche solo un posto in cui potessi essere vista e desiderata, ma la verità è che mi sarei accontentata di trovare qualcuno che mi apprezzasse per quella che ero.
Sono cresciuta in uno stabilimento modesto, per non dire ai limiti delle regole d’igiene e di decenza. Eravamo in tante, trattate come se fossimo una uguale all’altra, destinate a gusti semplici più attenti alla quantità che alla qualità. Ogni tanto, però, filtrava tra noi il chiacchiericcio illusorio che raccontava di una conoscente che si era imbucata a una festa di giovani rampolli, un’altra trasportata fino in una baita a migliaia di metri sul livello del mare, un’altra ancora che il mare era riuscita a vederlo per davvero. Storie che aiutavano a mandar giù il retrogusto amarognolo della vita di tutti i giorni.
Non ho mai avuto grosse pretese, eppure neppure nei miei incubi peggiori avrei immaginato che mi sarei ritrovata qui, al fondo di un autobus gonfio di caldo e sudore, al fianco di un compagno accasciato sul sedile, a malapena cosciente. Il vestito ammaccato che indosso è lo stesso di cui andavo tanto fiera il giorno che me lo consegnarono. Sembrava fatto su misura per me, mi fasciava perfettamente senza risultare scomodo, era colorato e brillante. Mi sentivo speciale, che stupida. Ora il rosso e l’oro mi sembrano opachi e pacchiani, le scritte sono sbiadite e il cappellino argentato si è arrugginito. Il solo pensiero della fierezza con cui lo esponevo di fronte a chi mi concedeva anche solo una rapida occhiata ora mi nausea.
Avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava quando ci sistemarono in file disordinate, senza nessuna logica o rispetto. Non volevano che restassimo a lungo, eravamo di passaggio e meno saremmo state esposte agli sguardi dei clienti, prima avrebbero potuto svuotare i magazzini, per riempirli nuovamente. Appena arrivai, ero già in offerta.
Avrei dovuto capirlo che mi era andata male quando quella mano mi aveva abbracciata senza affetto. Non mi aveva dato neanche il tempo di darmi una rinfrescata, prima di concedermi a lui. Posso ancora percepire sul bordo quel primo contatto con le sue labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me. Eppure non lo odio.
Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, con disgusto, vorrei urlare che non ho potuto opporre resistenza, che avrei potuto essere meglio di così. Lui si sdraia, forse sviene, non mi considera, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di disperazione. Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.
Ora rotolo lentamente via da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa, in fondo?
Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza bollicine: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.










