I favolosi 4

Miraggio

Driiin.

Mentre la folla di teste spettinate si riversava disordinatamente fuori dalla porta, i quattro si attardarono fingendo di sistemare qualcosa alle rispettive postazioni. Quando il caos diventò un vociare poco lontano, si scambiarono un rapido cenno d’intesa e uscirono dalla stanza che sapeva di chiuso, dirigendosi spediti verso il lato opposto rispetto a quello preso dal flusso umano che li aveva preceduti. Svoltarono un angolo e, semi nascosti da un alto termosifone in ghisa, si radunarono al solito davanzale, sotto al quale avevano lasciato un paio di sgabelli in plastica colorati, che finora nessuno aveva reclamato. Era certo un luogo di ritrovo scarno, ma come base segreta provvisoria poteva bastare.

Lei, capelli ricciuti biondi e scarpe imbrattate di fango rappreso, si tirò su con grazia, mettendosi a sedere sul davanzale, lasciando le gambe a penzoloni.

– Sarà meglio che ci muoviamo. Abbiamo perso un sacco di tempo.

Mentre stava finendo la frase, chiuse le labbra e gonfiò un palloncino di gomma da masticare rosa fluo, che perse colore man mano che si faceva più grande. Rimase sospeso un paio di secondi, poi cedette e esplose, afflosciandosi lentamente.

Su uno degli sgabelli si sedette pesantemente un tizio con sopracciglia folte e un gilet imbottito un po’ troppo pesante per la stagione. Teneva lo sguardo fisso sul pavimento, mentre si torturava la pellicina di un pollice con le dita dell’altra mano.

– Siamo proprio sicuri che attaccheranno oggi? Magari era solo un falso allarme, magari alla fine non si faranno vedere, come l’ultima volta – disse senza alzare gli occhi, quasi con rassegnazione.

La voce che gli rispose scandì con cura le parole, come se stesse leggendo un copione scritto.

– I segnali sono chiari, proprio come aveva previsto il vecchio pazzo.

Era il più basso del gruppo, e i pantaloni a pinocchietto beige non aiutavano a esaltare la sua figura, ciononostante emanava un’aura di autorevolezza che cozzava con l’apparente flemma. Rimase in piedi accanto a uno degli sgabelli e riprese a parlare.

– La profezia descrive chiaram…

– Ooh, basta con ‘sta profezia, Andre. Non mi importa più nulla di quel vecchio, sono stufa dei suoi falsi allarmi. Se siamo qui non è per la profezia, ma perché ci siamo stancati di aspettare che vengano loro a cercarci. Li attaccheremo prima noi, sfruttando l’effetto sorpresa. E gli faremo il culo.

Gli altri tre rimasero un po’ interdetti per l’utilizzo di quel linguaggio scurrile, ma ormai ci avevano fatto il callo. Lei era la più grande del gruppo, il suo essere di inizio gennaio la rendeva in qualche modo giustificata a usare parole che per gli altri erano proibite. Appoggiò un piede sullo sgabello rimasto vuoto e tirò fuori dalla tasca una rotella di liquirizia che morse senza srotolarla, come un biscotto.

– Cloti, va bene, pensala come vuoi. Ma non possiamo semplicemente gettarci in campo aperto e sbattere i pugni sul petto. Sarebbe un massacro. Dobbiamo attenerci al piano.

Andrea parlò pacatamente, senza rivolgere lo sguardo direttamente a Clotilde, che nel frattempo ciancicava a bocca aperta spandendo un odore dolciastro di liquirizia. Lei non replicò.

– Viola, vuoi cominciare tu a ripassare il piano? – disse Andrea rivolgendosi alla ragazza con lo sguardo un po’ svagato, seduta sul davanzale.

– Ah, sì, certo, ecco allora… mi pare che… per prima cosa… senti, perché non fai cominciare Ravi, lui è bravo in ‘ste cose.

Andrea guardò Viola senza dire nulla, lei distolse lo sguardo e gonfiò un palloncino di gomma da masticare così grande che coprì il leggero rossore che per qualche secondo le colorò le gote.

– Ravi, per favore, puoi…

Il ragazzo seduto sullo sgabello iniziò a parlare con un tono di voce appena udibile, senza staccare lo sguardo dal pavimento e dalle sue unghie.

– Il piano è diviso in quattro parti, se vogliamo che abbia successo ognuno dovrà mettere a disposizione i propri poteri. La capacità di leggere nei pensieri di Andrea sarà essenziale per poterci muovere conoscendo già le mosse dei nostri nemici, dopodiché toccherà a Viola fermare il tempo, per far partire l’operazione Sradicamento.

Viola annuì energicamente, incrociando i piedi sospesi nel vuoto. Ravi continuò, dopo una breve pausa.

– Io e Clotilde aspetteremo il vostro segnale. Non appena saranno a tiro io mi renderò invisibile per muovermi tra di loro, mentre Cloti volerà sopra i tetti per distrarli e colpirli dall’alto.

– Grazie Ravi – commentò Andrea – ricordatevi, il segnale è un doppio fischio rapido seguito da un fischio lungo. Dovremo essere perfettamente sincronizzati, se vogliamo batterli.

– Questa volta non faremo prigionieri – disse Clotilde stringendo i denti, che nel frattempo si erano tinti di nero a causa della caramella.

– Non sottovalutiamo i nostri nemici, sono tenaci, subdoli e dalla loro hanno anni di allenamento e battaglie vinte – Andrea manteneva un tono risoluto e calmo, ma la sua voce perse un briciolo di convinzione mentre parlava.

– Io posso leggere nei pensieri e trasmettervi telepaticamente ciò che scopro, ma l’Aspettativa Altrui è un’avversaria che cambia forma continuamente, l’ultima volta ci ha quasi schiacciati tutti e quattro.

Viola rimase colpita dal leggero velo di esitazione che trasmise Andrea; era raro che uno come lui non apparisse imperturbabile e rassicurante, e in un attimo rannicchiò le gambe contro il petto, tenendosele strette con le braccia.

– Io non so per quanto riuscirò a bloccare il tempo, ragazzi. E se non fossi abbastanza forte per reggere…

– Viola – intervenne Clotilde, guardandola negli occhi – tu sei una grande e il tuo ruolo è fondamentale. La Paura del Giudizio è un mostro tutto muscoli e niente cervello. Non pensare a quanto grande si farà per impressionarti, farà più rumore quando la abbatterai.

Viola rialzò appena il capo, ma il sostegno della compagna sembrava averle ridato un po’ di sicurezza.

– Ravi, tu… – cominciò Andrea, ma il ragazzo seduto con il gilet imbottito lo interruppe – Non ti preoccupare per me. Ho un conto in sospeso con quel bast… maledetto. Non succederà come l’ultima volta. Questa volta so come rimanere invisibile per il tempo necessario. Colpirò quel dannato Senso di Colpa alle spalle, prima che possa rendersi conto di cosa è successo.

Ravi aveva pronunciato quelle parole con una ferocia inaspettata, ma che gli altri conoscevano molto bene. Quello che in apparenza sembrava un soggetto taciturno e remissivo, celava uno spirito attento e determinato. Andrea annuì in direzione dell’amico, poi rivolse un’occhiata seria a Clotilde.

– Tu sei pronta?

– Lo sono – rispose lei convinta, ma senza quel velo di presunzione che aveva ostentato fino a poco prima – Sono stanca di fuggire e di nascondermi. Questa volta volerò talmente in alto che neanche la Paura di Sbagliare sarà in grado di raggiungermi. Restituirò a quella stronza tutto quello che mi ha fatto provare in questi anni. Fosse l’ultima cosa che faccio.

Clotilde era così, un po’ melodrammatica e spaccona, ma anche coraggiosa e fedele, gli altri tre lo sapevano bene.

Calò un silenzio che sapeva di voglia di rivalsa. In lontananza il brusio di un vociare acuto sembrava quello di una folla in attesa. In attesa di quattro eroi.

Driiin.

La campanella suonò la fine dell’intervallo e le maestre cominciarono a radunare i bambini che controvoglia rientravano dal cortile verso le rispettive classi. Andrea, Clotilde, Ravi e Viola si scambiarono uno sguardo deciso, unirono le mani al centro del loro cerchio e, prima di rientrare in classe per la lezione di italiano, simultaneamente dissero – Favolosi quattro, uniti!

Ma che voglia di arrivare

Spioncino

A gennaio la spuma del mare si rimbocca in un sonno senza respiro, trattiene fiato, calore e rintocchi di risate, sonnecchia senza sensi di colpa, in bilico fra sogni e ricordi. Pizzo che orla un lenzuolo color nero dipinto di blu, si attarda ai bordi di una curva lenta, rimane qualche attimo in più sul bagnasciuga, si guarda intorno e, prima di svanire lentamente, accenna uno sbadiglio.

A gennaio la spuma del mare è uno sbuffo di panna senza sapore, un suono ovattato che esplode una bollicina alla volta, cauta eppure talmente stoica da farti pensare che anche tu, avvolto in un giaccone dai gomiti lisi, al riparo di una sciarpa che profuma di fumogeno, puoi resistere ancora qualche mese, puoi tener duro ancora un po’, perché il tuo sorriso non è così lontano come credi.

Ad aprile il fondale non sta più nella pelle, saltella, si agita impaziente sotto una corrente di vetro fluido che si mescola al cielo. Arriva fino al pelo dell’acqua, quasi ne infrange la tensione superficiale, spinto dalla voglia di far correre nell’aria la sua smania incontrollabile, le sue grida di gioia covate come perle preziose, oramai schiuse in un contagioso cinguettio floreale.

Ad aprile il fondale è un bambino in botta da uovo di pasqua, baffi di cioccolato e sole alla finestra, che corre perdendo e ritrovando il fiato chissà dove, separando al suo passaggio prati d’alghe mentre disegna nuovi percorsi, come te, che fai progetti e prenoti voli, senza curarti di nulla se non di assecondare un vortice di pruriti, intontito da una sbronza di pollini che ami e odi, senza capire com’è che in queste settimane sogni così tanto.

A luglio le onde sono in piena crisi ormonale, baciano tutti i raggi di sole che vedono, si lanciano in danze sfrenate all’ultimo riflesso, senza badare ai vestiti che svolazzano e alle gambe che si mostrano; cantano ubriache di tramonti e di birre con la fettina di limone, sorseggiate tra risacche di risate sguaiate.

A luglio le onde non stanno mai ferme, anche quando in superficie appaiono come una placida tavola glitterata, sono in un perenne stato di euforica inquietudine, alimentate dall’energia repressa dell’attesa e dalla brama inderogabile del godimento, come te, che fai oscillare i piedi seduto sul bordo di un moletto, con le spalle che grattano perché non hai voluto lavar via la salsedine, mentre vivi nella convinzione che questo momento sia eterno, destinato a non conoscere fine, né mutamento.

A ottobre il granello di sabbia è umido e fresco, esausto del calore estivo e intirizzito dalle nottate ogni giorno più fredde; è fine e morbido, consumato da migliaia di suole, piedi e zampe, levigato come un pezzo d’artigianato unico, fino a diventare una cascata di seta tra le dita aperte.

A ottobre il granello di sabbia non è più rena, ma malinconia mista a gratitudine, ha un’ombra allungata e un fiato che rinfresca; è un vecchio amico con cui puoi stare muto a osservare lo scorrere del tempo, è un’ora di silenzio dopo una baraonda di compleanno, come te, ancora in pantaloncini nonostante la pelle d’oca sugli stinchi, immerso nella solitudine di una spiaggia vuota, a crogiolarti nel pensiero che quando scavi con i piedi nella sabbia non stai cercando l’acqua, stai cercando te stesso.

No al credo moderno

Miraggio

L’uomo alza un braccio e sulla folla cala un silenzio devoto. Abbassa la mano lentamente, guardando le persone di fronte a sé uno a uno con sguardo autoritario. Da terra prende un megafono e se lo porta alla bocca, un fischio acuto trapana le orecchie dei fedeli, che non si scompongono.

– Oggi non è un giorno come gli altri. Oggi c’è bisogno di ognuno di voi. Oggi non è ammessa sconfitta.

La voce distorta è roca, le pause nette e il tono duro.

– Oggi voglio sentirvi cantare tutti, chi non canta viene cacciato fuori. Oggi dobbiamo dimostrare chi siamo, dobbiamo difendere tutto quello in cui crediamo e per cui lottiamo ogni domenica. Oggi dobbiamo farci sentire fino all’alto dei cieli. Su ‘ste cazzo di mani!

Il silenzio più totale viene interrotto dal frusciare di centinaia di braccia che si alzano verso l’alto, poi nella chiesa torna a non volare una mosca.

– Tutti! Un Salvatore, c’è…

Il muro di persone immediatamente si aggancia e, come una sola voce tonante, con un grido corale prosegue il canto.

– … SOLO UN SALVATORE, UN SALVATOOORE, C’È SOLO UN SALVATORE!

Non è ancora finita l’ultima eco, che dal megafono l’uomo riprende subito la parola.

– Noi non siamo dei miscredenti!

Le mani ancora sollevate si uniscono in rapidi colpi, scandendo un ritmo all’unisono, che viene reso roboante dall’ambiente chiuso.

Tum tum tum tu-tu-tum tu-tu-tum.

– NOI NON SIAMO DEI MISCREDENTI! – tum tum tum tu-tu-tum tu-tu-tum – NOI NON SIAMO DEI MISCREDENTI! – tum tum tum tu-tu-tum tu-tu-tum.

L’uomo lascia scemare le urla e il ritmo, senza concedere nemmeno un cenno di soddisfazione in seguito alla pronta risposta ricevuta dalla folla che gli sta di fronte. Inizia a camminare lentamente a destra e sinistra, senza staccare gli occhi dalle prime file, che fin quasi a mezzo busto sono coperte da un pesante striscione. Rialza il megafono e ricomincia a parlare.

– Aprite tutti la fanzine a pagina sei, riprenderemo da dove ci siamo fermati l’ultima volta. Fuori la voce! Preeega il rospo..

– PREGA ANCHE LA RANA, CHI NON PREGA FA PIANGERE SUOR ANNA-OLÈ! – in sincronia con l’ultima sillaba tutti fanno un salto, senza smettere di cantare – PREGA IL ROSPO, PREGA ANCHE LA RANA, CHI NON PREGA FA PIANGERE SUOR ANNA-OLÈ!

Un attimo prima che termini l’ultima nota la voce amplificata si fa spazio tra i canti, cambiando melodia.

– Chi non salta…

– PECCATORE È, È! CHI NON SALTA PECCATORE È, È!

Tra le pietre fredde della navata le voci riverberano e si moltiplicano, intontendo timpani e prolungando la risonanza. Quando anche gli ultimi alle ali del gruppo smettono di saltare, al centro della calca si infiammano tre candelotti di incenso, che rischiarano di scintille e luce rossa le volte della chiesa, spargendo un odore acre e dolciastro che intasa presto le narici. Alcuni si tirano sul naso colli delle magliette e scialli per filtrare il fumo denso che sta riempiendo veloce l’ambiente, creando un’atmosfera surreale.

L’uomo si volta e si sfila la veste bianca che lo copre, rivelando un’enorme croce tatuata a tutta schiena. Quando si gira nuovamente verso la folla, alza le braccia: in mano ha una striscia di stoffa e un piccolo cilindro di plastica colorato. Spontaneamente parte un nuovo grido unanime da parte della gente, che sembra attendesse con ansia questo momento.

– VIA, VIA ALL’EUCARESTIA! VIA, VIA ALL’EUCARESTIA!

L’officiante accenna un sorriso e, aprendo le dita mentre tiene gli oggetti tra pollice e indice, richiama a sé il silenzio e la calma, che giunge nel giro di pochi secondi.

– Oggi non vedo uomini e donne davanti a me, ma fratelli e sorelle che lottano insieme per questi valori. Per questo siamo qui, non importa dove, non importa quando. Saremo sempre pronti a sacrificarci l’uno per l’altra. Proprio come ha fatto lui.

Il suo tono muta leggermente, in una cantilena vagamente ipnotica, solleva quello che tiene tra le dita verso il cielo, catturando gli occhi di tutti.

– Prendete e indossatene tutti, questa è la mia sciarpa, offerta in sacrificio per voi. Prendete e bevetene tutti, questo il calice del mio Borghetti, offerto in sacrificio per voi.

Dal gruppo si sollevano bandiere di diverse dimensioni, che prendono a roteare e oscillare, disperdendo il fumo d’incenso che stagna poco sopra le teste. Una in particolare è alta oltre quattro metri e alterna lenti movimenti a otto, a improvvisi avvitamenti su sé stessa, dando la sensazione di essere sul ponte di una nave in lotta con una tempesta.

L’uomo posa gli oggetti che ha in mano e riprende a parlare nel megafono.

– Ora forza, un’ultima volta! Tu-tta la chie-sa!

– TUTTA LA CHIESA! – tu-tum tu-tum tum – TUTTA LA CHIESA! – tu-tum tu-tum tum.

Si mette a cavalcioni di una piccola balaustra che ha di fronte a sé e, a petto nudo, si rivolge alla folla senza l’aiuto dell’amplificatore, spingendo al massimo la sua voce, che, forse aiutata da un intervento divino, riesce ad arrivare anche alle ultime file.

– Me-ri-tiamo Ge-sù!

Le mani rispondono subito, tum tum tu-tu-tum.

– MERITIAMO GESÙ – tum tum tu-tu-tum – MERITIAMO GESÙ! – tum tum tu-tu-tum.

Senso fisso

Spioncino

Sono una testa che pensa e quando me ne andrò in pensione, o quando mi cacceranno, potranno dire tutto di me, ma non che non abbia dato all’azienda tutto me stesso. Io quando cammino penso, questa notte mi sono svegliato e ho pensato, anche adesso, mentre sto giocando a tennis, sono tutto pieno di pensiero. Penso a come svolgere quel task, penso a quanto far fruttare quell’asset, penso a quando dovrò risolvere quell’issue.

Perché penso così tanto? Che domanda strana, sono fatto così, no? Sono uno che tiene alla maglietta che indossa, uno che non sa dire di no, sempre alla ricerca di qualcuno che abbia una deadline da imporre, un’aspettativa da soddisfare, un pensiero da assegnarmi.

Mi ritrovo a pranzare senza sentire sapori, mentre rincorro le urgenze, contatto chi di dovere, partecipo a tre riunioni contemporaneamente perché la mia presenza è mandatoria. La reperibilità perenne è esplicitamente richiesta dal mio piano di sviluppo, al quale mi attengo scrupolosamente, perché chi sono io se non la mia job description?

Il mio pallino è sempre verde, se vira al giallo vado in affanno, il contatore delle email non vede un numero sotto le tre cifre da almeno quindici o sedici cicli commerciali. Questo mondo è spietato, ma nulla mi scoraggia, le difficoltà mi giustificano, perché se tutto fosse semplice io non servirei, giusto?

Ogni mattina affronto la fitta selva della mia agenda con un click di machete e la visiera marca Qwerty, mentre dietro la nuca sento ringhiare fameliche le notifiche, i punti esclamativi, i non letto. Passa a stento l’aria tra una call e l’altra, eppure io trattengo il fiato e avanzo a testa bassa, a spalle curve, a culo piatto.

La scalata verso la vetta più alta non conosce tregua, richiede costanza, reattività e completa dedizione, solo così si può essere sicuri di essere considerati adatti al ruolo, meritevoli di responsabilità e in ultimo, l’utopia finale, indispensabili.

Sembra dura? Lo è, ma io conosco i trucchetti del mestiere. Primo, sempre fingere stupore ed eccitazione di fronte a repliche pluriennali mascherate da novità inedite. Mi pare si chiami avere un atteggiamento open mind, o non mettere mai in discussione quanto riportato in una presentazione, non ricordo. Secondo, scegliere massimo tre battute, di quelle che fanno i presentatori di programmi mattutini per risultare simpatici al pubblico delle case di riposo, e ripeterle, ripeterle costantemente nei momenti di silenzio, di convivialità, di stress. Se non erro si fa per risultare umani e aperti, non credo c’entri affatto la mia incapacità di inventare qualcosa di originale, il mio pessimo senso dell’humor e il mio disagio di fronte alle relazioni umane al di fuori del contesto lavorativo. Tanto chi sta sotto di me ha il dovere morale di ridere, perlomeno come segno di riconoscenza per tutto quello che faccio. Terzo, le lamentele e gli sfoghi sono accettati, non siamo mica in dittatura, l’importante è che siano lagne fini a sé stesse, nel caso in cui l’uditore sia un mio diretto riporto o critiche costruttive, nel caso in cui l’interlocutore sia un mio superiore. Sono piccoli accorgimenti che una testa d’esperienza come me ha imparato negli anni, che mi permettono di stare qui, saldo e motivato, colmo di target e pensieri.

Questo lavoro mi dà da pensare, quotidianamente, orariamente, minutamente, continuamente impegna le energie che produco, perché questo ci si aspetta da me, questo mi aspetto da me in quanto testa.

Sono una testa che pensa, perché se mai smettessi di farlo mi renderei conto di essere vuota.

Due brioches

Miraggio

Ogni mattina, alla stessa ora, un uomo alto e pesante siede sul legno di una panchina solitaria di periferia. Ha un’età non definibile, potrebbe essere poco oltre i cinquanta per come si muove, come aver superato da tempo gli ottanta per la pelle ruvida e invecchiata. Veste in maniera semplice, con abiti appena lisi, sebbene sempre decorosi e profumati. Indossa scarpe sportive con la suola leggermente scollata e consumata sul lato esterno del tallone, mentre i lacci sono stretti in un nodo infantile. Il volto ha un’imperturbabile espressione neutra, gli occhi socchiusi, come se un pensiero ricorrente gli tornasse sempre alla mente. I capelli disordinati e ingrigiti, la fronte racchiusa in una stempiatura generosa, le mascelle morbide e un mento stondato fanno da cornice a un viso indefinibile. Porta sempre con sé un rumoroso sacchetto di carta, nel quale si abbracciano due brioches.

Prima di arrivare alla panchina si reca al solito bar, saluta con un tenue sorriso e cerca un angolo del bancone poco affollato. Ordina un caffè e lo beve amaro, bollente, in due sorsi. A volte si sofferma a osservare le incrostazioni sul fondo della tazzina, come un indovino alla ricerca di risposte sul futuro, ma sembra non trovare mai qualcosa di abbastanza interessante, quindi si ripulisce le idee con un bicchierino di acqua frizzante. Porge la tazzina al barista dietro il bancone, ringrazia e chiede due brioches da portar via, una alla crema, l’altra vuota. Chi lavora nel bar sa che deve tenere da parte quei due cornetti per lui, a costo di nasconderli o mettere un bigliettino “Prenotati” se le scorte finiscono più in fretta del previsto. Lui prende il sacchettino, che sfrigola nella sua mano sgarbata mentre lo arrotola per chiuderlo, e paga con le monetine che tiene nella tasca dei pantaloni.

Uscito dal bar l’uomo percorre quotidianamente la stessa strada, svolta dopo svolta, con un passo lento che lo porta in un piccolo parchetto cittadino poco frequentato; niente più che qualche aiuola delimitata da bordi di pietra grigia, quattro alberi anzianotti e tre panchine di legno scrostato, posizionate senza troppo decoro architettonico. Non ne ha una preferita, né pretende la totale solitudine, ma si dirige sempre verso quella più in disparte. Si siede, guarda per un momento le fronde degli alberi e apre il sacchettino, tirando fuori le due brioches. Una, quella alla crema, la mangia, l’altra, quella vuota, la appoggia a fianco a sé e finisce sempre che ci banchettano gli uccellini.

L’uomo non si preoccupa di chi approfitta di quel pasto regalato, che siano piccioni dall’aria allampanata o passerotti diffidenti, lui guarda di fronte a sé, talvolta chino con i gomiti sulle proprie ginocchia, talvolta distendendosi contro lo schienale della panchina. È capitato che qualcuno si avvicinasse e gli facesse notare che la sua brioche era stata rapita da uno scoiattolo audace, ma l’uomo aveva sorriso e sviato la conversazione, rispondendo che non importava, che tanto non era per lui quella brioche.

Mentre gli abitanti del parchetto più fortunati si accaparrano quell’inaspettato spuntino, lui finisce la sua brioche alla crema, prende il sacchetto vuoto che crepita tra le sue grandi mani, lo stende, lo piega in quattro parti e se lo infila in tasca.

Ogni mattina un uomo alto e pesante finisce la sua colazione, sussurra – Mi manchi – alle nuvole e se ne va.

Socialismo in coda

Spioncino

– Chi è l’ultimo? – chiede la signora giunta in prossimità del capannello di persone in attesa di fronte al bancone della farmacia.

“Chi è l’ultimo”, perché ciò che scandisce la società sono le classifiche, le graduatorie, la meritocrazia del primo. Ciò che conta è l’oro, l’ordine cronologico, il diritto di precedenza basato sul dato di fatto. Ci siamo dati queste regole per mettere ordine, per organizzarci, per non ammazzarci tra di noi. Almeno non per una coda in farmacia.

Eppure penso che in un altro mondo la stessa signora avrebbe potuto chiedere qualcosa di diverso, per esempio “Chi ha più urgenza?” o “Chi ha più bisogno?”: ognuno avrebbe esposto brevemente la propria situazione e un criterio di buon senso sociale avrebbe determinato l’ordine d’ingresso.

Avremmo discusso se l’acquisto della scorta di pannolini per il marito novantacinquenne meritasse di passare prima della scelta tra miele e propoli o limone e menta per le pastiglie che avrebbero lenito la gola bruciante; avremmo valutato se la mamma con la figlia chiusa in macchina, in ritardo per la lezione di judo, potesse meritare di scalare posizioni, in confronto alla signora uscita con la permanente fresca di parrucchiera, ma con le buste della spesa cariche di surgelati.

Qualcuno magari si sarebbe fatto da parte senza troppe spiegazioni, facendo passare chiunque avesse l’aria anche solo vagamente insofferente, per godersi quel pomeriggio scarico di aspettative e contribuire a quello altrui con una semplice, banale gentilezza. Qualcun altro avrebbe potuto spiegare che stava passando una pessima giornata, che gli impegni si accavallavano senza tregua nella sua testa, che il lavoro l’aveva prosciugato di ogni energia e che desiderava uscire da quella farmacia il prima possibile, per poter fare due passi all’aria aperta e schiarirsi l’umore prima di rincasare.

Quelli già presenti in coda avrebbero aiutato i nuovi arrivati, illustrando la situazione a quel momento, per trovare tutti insieme il modo migliore di posizionare l’ultimo arrivato, che a quel punto non sarebbe più stato semplicemente “l’ultimo”, bensì una persona con bisogni, aspettative, umore, vita. Cosa potrebbe significare essere presi in considerazione non solamente in base al numeretto strappato all’ingresso, ma nell’interezza della propria esistenza, limitrofa all’esistenza di miliardi di altre persone con le stesse problematiche e desideri?

Nella testa mi risuona Bennato perché sì, a pensarci, che pazzia, detta così non può che essere una favola, solo fantasia, eppure quasi mi convinco che un’alternativa dovrebbe poter esistere, un modo di interagire differente, termini di valutazione che vadano oltre quelli a cui siamo abituati a pensare. Una rivoluzione culturale e sociale, possibile senza necessariamente i forconi e le ghigliottine, che metta in contatto facce e storie, per condividere e condivivere.

Un mondo con molte più parole, più lento forse, di certo non esente da bugie e truffe. Un mondo in cui società ed empatia avrebbero beneficiato di un peso diverso, un significato non solo ideologico, ma pratico e di applicazione quotidiana. Una realtà non per forza migliore, solo più umana, nella quale non sarebbe stata necessaria la condivisione di un freddo dato temporale o di una regola fisico-matematica per determinare azioni e interazioni tra persone.

In un mondo così, forse, la signora avrebbe posto un’altra domanda.

– Io, signora, sono io l’ultimo – rispondo con un cenno della mano, prima di tornare a spippolare sul telefono.

Il ballo degli attimi

Miraggio

Mentre le coppie si andavano formando e il salone da ballo iniziava a riempirsi di colori e volteggi, io rimasi in disparte, con un bicchiere di Porto in mano, a osservare movimenti e approcci, fugaci istanti della durata d’un cinguettio.

Proprio davanti a me due giovani si videro da lontano, sorrisero e si avvicinarono correndosi incontro.

– Finalmente vi ritrovo! Come state Risveglio del Mattino? Vi vedo ristorato e vibrante.

– Mi ero dimenticato che ci sareste stato anche voi Giorno di Festa, sono così contento che potrei mettermi a cantare!

– Lasciate fare ai passerotti e alle tortore, si occuperanno loro di accompagnarci finché staremo insieme. Piuttosto, avete già deciso come intendete passare le prossime ore?

– Per il momento no, mio caro, e va benissimo così. Godiamoci il semplice essere riuniti.

– E sia, mi concede questo ballo?

– Con estremo piacere.

I due presero a danzare con entusiasmo contagioso, spargendo risate e lucentezza su tutti i presenti.

Ferma all’ingresso una figura taciturna venne approcciata con inusitata delicatezza da un individuo imponente, che le rivolse la parola.

– Silenzio del Lampo, siete radioso questa sera.

– Mh.

– Ce l’avete ancora con me?

– Cosa ve lo fa pensare, Boato del Tuono?

– Non fate così, sapete quanto ci tenga a voi, esplodo di gioia al sol vedervi e non mi è possibile contenere l’euforia che mi provoca ascoltarvi.

– Le vostre reazioni spropositate mi provocano imbarazzo, lo sapete, e se qualcuno vi sentisse?

– Che mi sentano, che mi sentano tutti! Il mio amore per voi non può rimanere un sussurro, deve accecare cieli e scuotere fronde, proprio come fa il mio cuore allo sbattere delle vostre ciglia.

– Sempre la solita storia, non riesco a tenervi il muso per più di qualche secondo. Insomma, spero che per farvi perdonare almeno oggi riusciate a evitare di pestarmi i piedi.

– Se inciampo è solo perché mi perdo nei vostri occhi.

– Suvvia, damerino chiacchierone che non siete altro, danziamo.

Nel dirlo sorrise, lo guardò negli occhi, e tutti in sala si fermarono ad ammirarli per un momento appena, prima di continuare.

Al limitare della pista due soggetti attempati, eppure sorprendentemente atletici, si salutarono con un gesto del capo, come compagni di vecchia data.

– Bentrovato Svanire del Sole, ci avete messo un po’ ad arrivare.

– Pelo dell’Acqua, caro amico mio, sai che non posso fare a meno di godermi ogni attimo dell’ultimo tuffo.

– Me lo ribadite quotidianamente, come potrei scordarmene? Intanto lasciate me qui a galleggiare, in attesa. Un giorno o l’altro mi scosterò e vi ritroverete a tuffarvi su un irremovibile fondale marino.

– Non avreste il cuore di compiere una tale impudenza!

– Vero, non l’avrei, ma il solo pensiero mi rallegra e mi fa dimenticare del vostro ritardo. Beviamo qualcosa?

– Cosa si abbina meglio al nostro umore?

– Consiglierei qualcosa di fresco, beverino, che faccia risaltare le vostre tonalità di rosso, viola, arancione. Non saprei…

– Birretta?

– Birretta.

Si allontanarono sottobraccio, scivolando lentamente uno dentro l’altro.

Dall’altra parte della sala, in un angolo di penombra, un giovane si avvicinò a una dama avanti con l’età, seduta in disparte.

– Buongiorno Fine della Notte, mi concedete questa danza?

– Buonanotte Inizio del Giorno. Ardito, come vostro solito.

– È la vista di voi che mi fa accendere mia cara. Sola, schiarita e bella come non mai.

– Ma che dite… il mio momento più intenso è ormai lontano. La mia bellezza è un ricordo passato, come l’oscurità che porto dentro.

– La vostra oscurità, così distante dalla mia anima, è ciò che permette di conoscermi come niente e nessuno potrà mai fare.

– Siete il solito poeta adulatore. Sapete ancora condurre?

– Seguite me, mia cara

Si diedero un bacio, perché era giusto, poi fecero l’amore, perché era tempo.

Lucciole elbane

Spioncino

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per riproiettare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa, il meccanismo sinestetico agisce in completa autonomia, collegano immagini a odori, sapori a suoni, sensazioni tattili a una specifica scena familiare rivista in prima persona. Pennellate di memoria che riaffiorano a dispetto della volontà o della capacità di ricordare.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Le ho riviste in un contesto astruso: di ritorno da un concerto metal, in fila tra teste crespe sudate e canottiere demoniache impolverate, in un lembo di giardinetto cittadino tra macchine e panchine unte di smog. Era tempo che non incontravo quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro, riapparendo in una sfocata scia giallo fluo per un attimo appena. Ne sono sempre rimasto incantato e, da bambino, avevo maturato l’idea che si fossero imposte la regola di potersi muovere solo da spente, come in un, due, tre, stella, con la luce al posto dell’astro. In un gioco solo nostro attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove le avrei viste ricomparire, sperando che dimenticassero la luce accesa, per una volta.

Grazie a quelle lucciole di città sono partito per una gita istantanea che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare.

Ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, quelle in cui mi perdevo dal finestrino della macchina di rientro dal pizza-gelato-passeggiata serale, ascoltando cd paterni sempre uguali, con la fronte schiacciata sul vetro e gli occhi persi tra costellazioni che non ho mai imparato. Grande carro, solo tu hai fatto breccia nella mia scarsa capacità mnemonica.

Ho ripercepito il profumo delle ginestre, quando mi sembrava impossibile che a quei mazzi più alti di me fosse sufficiente solo qualche piccolo fiore giallo per riempire l’aria del loro profumo. Ho realizzato solo anni dopo che le ginestre e il loro odore sono sul gradino più alto del podio dei miei fiori preferiti. Appello alle ditte produttrici di diffusori per ambienti: se riuscite a riprodurre la fragranza “Sginestr’ de l’Île d’Elbà” compro io l’intero stock, giurin giurello.

Ho riassaporato sulla lingua il gusto fresco e chimico del Fior di fragola, così tante volte la mia prima scelta di fronte ai quei meravigliosi cartelloni metallici. La valutazione non era mai compiuta con superficialità: le immagini di ogni singolo gelato erano scandagliate con attenzione meticolosa, soppesando pro e contro, temperatura e combinazioni di gusto. Certo a volte non era possibile dire di no ai sorbetti delle Tartarughe Ninja, quasi sempre esauriti, maledetti, oppure potevo optare per qualcosa di più serioso come un Cremino – il Ducale no, quello era proprio da adulti -, ma il Fior di Fragola restava lì, saldo e fedele, consapevole di poter contare su un posto fisso nel mio cuore. La scorsa settimana erano in offerta, ne ho una dozzina in congelatore adesso e sì, sono sempre, inimitabilmente, buoni e chimici.

Ho risentito sulle piante dei piedi l’implacabile ustione del primo tratto di spiaggia di Cavoli, chicchi di lava senza pietà che hanno messo alla prova generazioni intere di camminatori di carboni ardenti. I pochi metri che separavano dal traguardo del bagnasciuga rappresentavano una vera e propria sfida contro i limiti umani, almeno quelli infantili. Lì ho imparato l’importanza della trigonometria applicata, fondamentale per calcolare le traiettorie più brevi tra il semicerchio libero di un ombrellone e l’angolo retto di uno schienale di lettino, microscopici lembi d’ombra, tappe necessarie per non arrivare al mare sui moncherini. Un paio di volte, in preda alla disperazione, ho camminato su asciugamani di sconosciuti, ora posso confessarlo, è tutto caduto in prescrizione.

Mi sono ritornati alle orecchie i canti dei campi vuoti, schiere invisibili di cicale, grilli, intenti in interminabili prove di un concerto che non arrivava mai. Credetemi, ho tentato più volte, immerso in quel mare di suono, a farmi largo tra la folla di spighe alla ricerca dello strumentista, anche solo per osservarlo mentre ripassa scale e arpeggi. Ma, ogni volta che riuscivo ad arrivare sotto il palco, silenzio, immobilismo, fuga. Timidezza? Panico da palcoscenico? Terrore da essere gigantesco preadolescente che si avvicina con tonfi Godzilleschi? E io rimango con il biglietto in mano, senza neanche uno sportello a cui chiedere un rimborso.

Lemme lemme il frinire cicalesco scema e non riesco più a distinguerlo dal ronzio delle chitarre distorte che mi fodera le orecchie e accompagna il mio rientro alla macchina. La mia caotica sinestesia personale svanisce, accesa e spenta in un attimo, come una lucciola.

Follia

Miraggio

Bentrovato, ti stavamo aspettando.

Come chi siamo?

Siamo noi, siamo ovunque, accalcate, temute, festanti. Siamo arrabbiate, scioperanti, forcaiole. Siamo ondivaghe e irrazionali, eterogenee e pericolose.

Siamo le folle.

Vieni più vicino, unisciti a noi, non aver paura, mescolati e confonditi, dentro di noi sarai al sicuro. Potrai muoverti nello sciame di corpi, sfiorarne i bordi, essere libero di lasciar andare un peto e fuggire via senza che nessuno sappia chi è stato. Nessuno ti chiederà chi sei, da dove vieni e perché ti trovi lì; dentro di noi sei uguale a tutti gli altri, nessuno conta di più o di meno, nessuno conta qualcosa. La sola cosa importante siamo noi: splendide, mutevoli, narcisistiche folle.

Cammina e annusa l’odore del sudore, del fumo e dei fiati, nuvole di condensa invernale che svaniscono appena al di sopra degli occhi. Offriti all’osmosi collettiva di muscoli e menti, che unisce persone mai viste in movimenti e canti, sorrisi e grida, cazzotti e balli. Non troverai luogo migliore per la tua realizzazione, per il tuo compito, per la tua affermazione.

Non preoccuparti di come nasciamo, se di parto spontaneo o indotto, se cresciamo attorno a un leader fisico o a un sogno condiviso, se dopo la nostra morte qualcuno porterà avanti il nostro ricordo o se tutti coloro che hanno vissuto al nostro interno torneranno alle loro vite dimenticandosi tutto. Noi siamo e saremo sempre la più potente materializzazione dell’espressione umana e l’apice della sua essenza.

Dentro le folle ti potrai finalmente sentire protetto, sostenuto, esaltato; tutto ciò che manca alla tua vita di singolo essere umano sarà a tua disposizione dentro di noi: riparo, sicurezza, comprensione, comunione. Potrai essere tutto e il contrario di tutto. Potrai inebriarti di libertà mentre i polmoni sono tanto stretti da non riuscire a respirare; potrai gridare fino a scorticarti la gola, senza che chi ti sta accanto riesca a percepire il benché minimo rumore; potrai finalmente avere giustizia mentre sei immerso fino al collo nell’empietà. Potrai fare tutto questo, senza sembrare completamente folle.

Buongiorno a tutti allora, sono io, sono il folle.

Mi presento perché l’ultima volta che non l’ho fatto per eccesso di timidezza, o mancanza di alcool, poi tutti quanti se la sono presa con me e tu, tu che mi guardi storto, che non sai cosa potrei fare con queste dita, che sono tante e a volte pure troppe, ma tanto che ne sai tu, a te mica si moltiplicano le dita, sei come gli altri, quelli che non sognano rinoceronti color ribes che cadono da cascate di capelli dritti su una culla di paglia e gin lemon i wonder how I wonder why. Eh no, tu non li fai mica sogni così, quindi ora smetti di fissarmi, stai fermo lì e contati le dita.

Devo ammettere che sono un po’ in imbarazzo a inserirmi così dentro di voi, nelle folle; sarà quel triangolo verde sopra la testa che mi segue ovunque o il mio odore di credenza della nonna, ma ho sempre l’impressione di essere al centro dell’attenzione quando sono solo, figuriamoci quando sono in mezzo a tutta questa gente.

Anche perché le persone non mi hanno mai capito un granché; mi ricordo che già nella culla urlavo, piangevo, mi dimenavo ed espellevo con tutte le mie forze ogni cosa contenuta nel mio corpo. Mi riempivano fino a farmi esplodere quelle cose, dovevo sputarle fuori prima che mi lacerassero la pelle quelle cose. Ma, ogni volta che le scacciavo, le persone che incontravo me ne rimetteva dentro il doppio, il triplo. E voi, onorevoli folle, siete piene zeppole di quelle facce che per anni mi hanno usato come un cestino dei rifiuti, sono tante, troppe, tonte, truppe, tinte, trippe.

Certo la prospettiva di poter fare tutto ciò che desidero, in particolare quella cosa dello sfiorare i bordi delle persone, mi alletta, certo sarebbe strano mi allattasse, allietare sì, ma meglio restare allerta. Io non ho mai potuto dire se mi andava bene o no tutto questo, nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai ascoltato. Peraltro è tutta la vita che non posso mai fare quello che voglio fare, quello che mi dicono di fare, quello che farei se potessi fare. Non che io sia il burattino di nessuno, sia chiaro, qui sono l’unico senza fili in un mondo di marionette guidate a loro insaputa da tutte quelle mani nascoste dietro slogan e bottoni fluorescenti che gridano “Acquista subito”, “Offerta speciale”, “Approfitta dello sconto”, “Non perdere l’occasione”, “Mira e spara”, “Boom”, “+112 kills SuperCombo”, “Andrai all’inferno”, “L’inferno sono gli altri”.

Ok, se per voi va bene, entrerei dentro di voi. Sono un po’ nervoso ma, se poi dovesse scappare un peto, scapperò anche io urlando “Al peto! Al peto!” così nessuno potrà pensare che sia stato io. Un peto porta di certo scompiglio, ma mai quanto questi candelotti di tritolo che ho legato in vita e farò scoppiare tra tre, due, uno, cosa sono quelle facce, ma dai stavo scherzando.

Oppure no?

D’altronde si sa come va con le folle: basta un solo folle perché tutto diventi una follia.

Il congiuntivo a volte non serve

Spioncino

Non è raro che, durante le uscite serali tra giardini e palazzi, mentre aspetto che i cani sondino, si aggiornino e trovino il ciuffo d’erba giusto su cui rispondere con più o meno sostanziosità, dalle finestre illuminate intorno mi arrivino echi di televisori, voci e a volte urla. Questa sera una voce femminile e una maschile si prendono la scena, arrivano da un piano tra il terzo e il quinto di un palazzo pieno di luci accese e spezzano il silenzio di un giardinetto altrimenti palco di cornacchie e scoiattoli. E chi sono io per non cedere alla tentazione scandalistica di origliare qualcuno che litiga?

Oriento i guinzagli cercando di convincere le scodinzolanti a concentrarsi su una zona limitrofa all’origine della discussione, mi assecondano con sdegno, come biasimarle.

– Hai rotto il cazzo, hai rotto il cazzo!

La ripetizione come rafforzativo è qualcosa che non passa mai di moda. Che sia gioia, tristezza, paura o rabbia, ribadire parole e frasi dà sempre una solida certezza; prima di tutto conferma il concetto a chi lo esprime, poi lo rende inequivocabile e materico a chi lo ascolta. In questo caso poi la reiterazione è caratterizzata da tonalità rapidamente in crescendo e un riverbero acuto, leggermente incrinato sul finale. Tutta la frustrazione e l’insofferenza che strappano la cortina del contegno, lacerando l’ambiente con la lama seghettata delle frequenze più alte. Un brutto segno.

– Vaffanculo! Siete due idiote, tu e quella stronza!

Una sempreverde apertura e un colpo basso. Tirare in ballo soggetti terzi è sempre un ottimo modo per ingarbugliare la discussione, esporre antiche antipatie malcelate e rendere più fitta la trama degli intrighi relazionali. Da manovrare con attenzione perché può rivelarsi un’arma a doppio taglio, andando a creare un bundle promozionale virtuale che si lega al contendente e colpisce con forza raddoppiata. Ardito, potenzialmente letale, per entrambi. Rimango con il dubbio: chi è la stronza? L’amica? La madre? La sorella? La vicina di casa? La parrucchiera? Sarebbe più coretto specificare in questi casi, per non lasciare spazio a fraintendimenti e per non tradire il pubblico con un’imperdonabile omissione.

– Spero che muori, bastardo!

Ok questo è un colpo basso. Per il congiuntivo, intendo. Anche se, a ben pensarci, un’invettiva del genere, diretta, con il presente, anzi no l’imperativo, ha una sua coerenza filosofica. Non mi importa nulla della grammatica, né tantomeno della consecutio temporum, ho un’urgenza in questo momento: che tu muoia. Non ho però tempo di aspettare che tu muoia. Quindi muori, qui, ora, bastardo. Sono sicuro che potrei trovare almeno una manciata di accademici disposti a promuovere tale tolleranza verbale a favore dell’emotività del momento.

– Sei una debole! Una cogliona debole!

Qui mi gelo. In parte perché la frase è cattiva, pesante e mortificante, umilia intimamente e rivela un disprezzo di fondo che travalica il contenuto della singola discussione; si tratta di un giudizio maturato negli anni, macerato nel livore e nel non detto, dal sapore acido e bruciante. In parte perché il tono che lo veste è quello di qualcuno che sovrasta con il fisico e la violenza, l’origine è apparentemente la gola, ma in verità l’epicentro è più in basso, da qualche parte intorno allo stomaco, in un punto in cui il sistema nervoso lambisce un lago di lava. Non esce mai niente di buono da là sotto.

Rimango nei dintorni della casa, in un ascolto adesso meno divertito, con un sottofondo di preoccupazione e interrogativi sull’eventuale da farsi in caso la situazione degenerasse. Attendo turbato urla, urti o schiocchi, che però paiono non arrivare. Un paio di frasi indistinguibili, a toni molto più contenuti, poi il silenzio.

Una delle due padrone pelose tira e mi guarda, risentita di aver sostato così a lungo in una zona poco interessante, perlopiù con fastidiosi rumori umani di sottofondo. Chiedo scusa e subito la seguo, non voglio discutere.