Miraggio
Una mosca cammina sul bordo lungo di un comodino. Più precisamente su quella striscia curva che unisce la superficie piana del mobiletto – libri su libri, una penna accanto a una lampada rossa, un pacchetto di fazzoletti mezzo vuoto e il cavo penzolante di un caricabatterie – con il dirupo di legno che termina la corsa sul pavimento.
In bilico sul lembo lucido di superficie si muove a scatti la mosca, ancorata, rapida, apparentemente incerta sulla direzione da prendere. Affetta da un qualche disturbo della memoria a breve termine, a corrente alternata scorda e ricorda la destinazione del suo vagare; scatta sicura in linea retta poi si blocca e temporeggia, riparte convinta per recuperare il tempo perso, ma subito si guarda intorno come si risvegliasse in una casa diversa dalla propria, si affanna e si smarrisce.
In balia di riverberi e suoni improvvisi si sposta, attratta da una voce che non è sicura di aver sentito veramente, intimorita da un acuto che forse ha solo sognato, si guarda intorno e non vede nessuno, si crede pazza, si chiede che cosa mai ci faccia lì, proprio lì, in quel momento, persa o solo smemorata.
Si ferma, ora ricorda, un prato, un albero, molti alberi, la sensazione del vento che l’avvolge, freddo, trasparente come la superficie sulla quale era incappata poco tempo prima, un approdo tangibile eppure falso. Un pavimento che permetteva di vedere attraverso, che assurdità, una superficie tiepida, comoda in effetti, perfetta per riprendere fiato e osservare mondi.
Aveva sostato sul vetro della finestra per un tempo indefinibile, forse era morta e risorta, finché una voce le aveva sussurrato ammaliante “Dentro, ora!”. A tentoni aveva mappato l’intera area, alla ricerca di una via, di un percorso, di un senso. Il vasistas era aperto, fortunata lei.
Smisurato era stato lo stupore muscoide nello scoprire quel mondo nuovo, fatto di colori bruni e strutture rigide, un caleidoscopio di meraviglie domestiche le vorticava attorno, odori senza un perché, suoni ovattati e compressi, sinestesie di un placido trip senza conseguenze stupefacenti. Per un attimo sopraffatta da tutto ciò si era posizionata in un angolo, in alto, a testa in giù per permettersi di pensare meglio, a osservare. Tutto questo non aveva senso, il contrasto con l’esterno, la differenza di temperatura, le altezze ridotte, il cielo inaccessibile. Come poteva esistere una realtà del genere? Doveva essere frutto di una qualche allucinazione o di un qualche demone aracneo, creatore di una magistrale illusione che avrebbe messo fine all’intera popolazione dei ditteri. Sarebbero potuti di certo arrivare a tanto, quei pazienti tessitori.
La paura dell’ignoto non aveva fermato però la mosca, che spinse al massimo le sue capacità, stremò le sue ali, per non perdersi nemmeno un pulvillo di quell’ambiente asettico, statico e con un vago odore di chiuso. Presa dalla foga si perse più volte, in sé stessa e nella casa, tra ripide salite e stucchi malmessi, superfici color malva e attrezzature mostruose. Cosa può fare una mosca in mezzo a tutto questo se non perdere il senno?
Ormai senza più una bussola, senza più una meta, senza una certezza che sia una, l’errante in frac si abbandona in quello che si può a ragione considerare come l’archetipo dello zigzagare. Irripetibile, irrazionale, vittima dei continui black out sul circuito del proprio sé, il percorso della mosca prosegue senza che sia possibile neanche per la Fortuna scommettere sul prossimo passo. Abbandonata da tutti, in attesa di un cenno, di un Dio, avanza poi si ferma, volge lo sguardo a est poi confabula verso sud, salta finalmente decisa, salvo poi tornare sulle proprie zampe. In perpetua lotta con il ricordo della propria missione vaga sul comodino la stolida mosca, inconscia solo a tratti, determinata solo per metà.









