Spioncino
Non è raro che, durante le uscite serali tra giardini e palazzi, mentre aspetto che i cani sondino, si aggiornino e trovino il ciuffo d’erba giusto su cui rispondere con più o meno sostanziosità, dalle finestre illuminate intorno mi arrivino echi di televisori, voci e a volte urla. Questa sera una voce femminile e una maschile si prendono la scena, arrivano da un piano tra il terzo e il quinto di un palazzo pieno di luci accese e spezzano il silenzio di un giardinetto altrimenti palco di cornacchie e scoiattoli. E chi sono io per non cedere alla tentazione scandalistica di origliare qualcuno che litiga?
Oriento i guinzagli cercando di convincere le scodinzolanti a concentrarsi su una zona limitrofa all’origine della discussione, mi assecondano con sdegno, come biasimarle.
– Hai rotto il cazzo, hai rotto il cazzo!
La ripetizione come rafforzativo è qualcosa che non passa mai di moda. Che sia gioia, tristezza, paura o rabbia, ribadire parole e frasi dà sempre una solida certezza; prima di tutto conferma il concetto a chi lo esprime, poi lo rende inequivocabile e materico a chi lo ascolta. In questo caso poi la reiterazione è caratterizzata da tonalità rapidamente in crescendo e un riverbero acuto, leggermente incrinato sul finale. Tutta la frustrazione e l’insofferenza che strappano la cortina del contegno, lacerando l’ambiente con la lama seghettata delle frequenze più alte. Un brutto segno.
– Vaffanculo! Siete due idiote, tu e quella stronza!
Una sempreverde apertura e un colpo basso. Tirare in ballo soggetti terzi è sempre un ottimo modo per ingarbugliare la discussione, esporre antiche antipatie malcelate e rendere più fitta la trama degli intrighi relazionali. Da manovrare con attenzione perché può rivelarsi un’arma a doppio taglio, andando a creare un bundle promozionale virtuale che si lega al contendente e colpisce con forza raddoppiata. Ardito, potenzialmente letale, per entrambi. Rimango con il dubbio: chi è la stronza? L’amica? La madre? La sorella? La vicina di casa? La parrucchiera? Sarebbe più coretto specificare in questi casi, per non lasciare spazio a fraintendimenti e per non tradire il pubblico con un’imperdonabile omissione.
– Spero che muori, bastardo!
Ok questo è un colpo basso. Per il congiuntivo, intendo. Anche se, a ben pensarci, un’invettiva del genere, diretta, con il presente, anzi no l’imperativo, ha una sua coerenza filosofica. Non mi importa nulla della grammatica, né tantomeno della consecutio temporum, ho un’urgenza in questo momento: che tu muoia. Non ho però tempo di aspettare che tu muoia. Quindi muori, qui, ora, bastardo. Sono sicuro che potrei trovare almeno una manciata di accademici disposti a promuovere tale tolleranza verbale a favore dell’emotività del momento.
– Sei una debole! Una cogliona debole!
Qui mi gelo. In parte perché la frase è cattiva, pesante e mortificante, umilia intimamente e rivela un disprezzo di fondo che travalica il contenuto della singola discussione; si tratta di un giudizio maturato negli anni, macerato nel livore e nel non detto, dal sapore acido e bruciante. In parte perché il tono che lo veste è quello di qualcuno che sovrasta con il fisico e la violenza, l’origine è apparentemente la gola, ma in verità l’epicentro è più in basso, da qualche parte intorno allo stomaco, in un punto in cui il sistema nervoso lambisce un lago di lava. Non esce mai niente di buono da là sotto.
Rimango nei dintorni della casa, in un ascolto adesso meno divertito, con un sottofondo di preoccupazione e interrogativi sull’eventuale da farsi in caso la situazione degenerasse. Attendo turbato urla, urti o schiocchi, che però paiono non arrivare. Un paio di frasi indistinguibili, a toni molto più contenuti, poi il silenzio.
Una delle due padrone pelose tira e mi guarda, risentita di aver sostato così a lungo in una zona poco interessante, perlopiù con fastidiosi rumori umani di sottofondo. Chiedo scusa e subito la seguo, non voglio discutere.










