Curioso

[Varietà]

Su un autobus senza meta viaggiava un curioso personaggio. Un bizzarro. Un astruso. Un bislacco.

Capelli arruffati come un nido dopo una tempesta, barba incolta e sovversiva, tutte le unghie trivellate di dentate eccetto una, quella dell’anulare sinistro, curata, limpida, smaltata di azzurro. Giaccone verde militare macchiato da aloni scuri, pantaloncini a fiori sfumati dal giallo della vita al rosso delle ginocchia, calzettoni di spugna bianchi nascosti a fatica da un paio di mocassini viola.

Il tale sedeva al centro del mezzo, dal lato del conducente, il capo appoggiato al vetro e lo sguardo perso sulla strada.

Sullo stesso autobus senza meta viaggiavano un anziano, accoccolato sul sedile centrale dell’ultima fila, entrambe le mani appoggiate sul bastone, una a coprire l’altra, e un bambino, in piedi accanto al conducente, la presa ben salda sul sostegno di metallo giallo.

Il bambino era intento a fissare lo strano personaggio seduto pochi posti più indietro, lo guardava con occhi chiari e calmi, curioso. Dopo qualche curva il ragazzino si avvicinò e gli chiese – Dove stai andando?

– Da nessuna parte – rispose l’uomo senza voltarsi.

– Perché viaggi da solo?

– Perché nessuno vorrebbe mai viaggiare accanto a me.

– E perché? – chiese candido il giovane.

L’uomo allora si voltò e lo guardò negli occhi – Mi hai visto? Sono un diverso, nessuno mi capisce e io non capisco nessuno. Il mondo mi evita e io non riesco a seguire le regole che vorrebbe impormi. Sono destinato a una strada solitaria senza destinazione.

Il bimbo stette qualche secondo in silenzio, poi, senza staccare gli occhi dall’eccentrico signore, disse – Anche io tante volte non capisco i grandi, sai? Perdono un sacco di tempo in cose non divertenti e parlano male degli altri grandi e dicono sempre che stanno male e che il mondo non è giusto e però non fanno niente per cambiare qualcosa. Io non lo so se il mondo dei grandi è giusto, sai, però so che sono contento se i miei genitori mi abbracciano e mi baciano, se mi fanno giocare con gli amici, se mi comprano il gelato. E anche se mi fanno un regalo ogni tanto. Ma loro spesso non lo capiscono, sai?

Il bambino girò i tacchi e tornò al proprio posto accanto al conducente.

Il curioso personaggio restò a fissarlo qualche secondo, sorpreso e assorto.

L’anziano in fondo al pullman sorrise silenzioso, appoggiò il capo al vetro, lo sguardo perso sulla strada, e con il pollice accarezzò l’anello che portava all’anulare sinistro, che spiccava tra le altre per quell’unghia curata, limpida, smaltata di azzurro.

Tonda la luna

[Flussi]

Tonda la luna stasera. Chi se lo immaginava che potesse essere così giottesca? Proprio oggi, proprio qui. Solo per me e per nessun altro.

Gonfia e tronfia di sé si fa osservare e riempire di complimenti, sorride, si volta, sbatte le ciglia. Sul palcoscenico danza a suo agio, fa una giravolta e sembra una moneta che gira sul tavolo, poi si ferma e mi manda un bacio.

Ricordati di uscire quando non riesci a scrivere, che non è il sonno che frena, ma la prospettiva, il panorama, la testa immobile e la mancanza di un bacio lunare.

L’elefante di tutti i colori

[Varietà]

Sopra al letto vive appeso un elefante di tutti i colori, pesante e caldo.

Le zanne inclinate entrambe nella stessa direzione, la sua sinistra; la proboscide, lunga fino ai piedi, passa dall’arancione pastello fino al viola funereo con una naturalezza che trovo ingiustificabile.

Perennemente bloccato nell’atto di muovere un passo in avanti, pachidermicamente immobile, illogicamente tenuto in aria da un chiodino. L’elefante del controsenso e del contrappasso, nella leggerezza ilare di tutti i colori del mondo eccetto il suo.

Ogni volta che lo guardo sembra di notarlo per la prima volta. Lenticolari dettagli si fanno avanti a turno aspettando il momento giusto per farsi belli. Sempre il solito, sempre nuovo.

Senza una vera collocazione, a passeggio per una tavolozza esplosa, l’elefante di tutti i colori oscilla con il vento o con un sospiro troppo forte o con uno sguardo troppo intenso.

Tallinn 2

[In viaggio]

Il piano di marmo del tavolino è striato di tonalità rosa, ocra e marroni, percorso da venature irregolari come il corso di un fiume imbizzarrito. Poso la tazzina che cozza sul piano lucido con un acuto clink e il rumore viene assorbito dal locale pieno del vocio della gente, del fermento dei camerieri, dei fragori della cucina. Nel caffè più antico di Tallinn, a detta dello stesso caffè, il caffè non è un granché, i dolci poco meglio.

Mi alzo e mentre cammino con le gambe rigide verso l’uscita, buttando lì un “arrivederci” in italiano che non arriva a nessuno, subisco il cliché del rullo cinematografico davanti agli occhi e in un attimo ripercorro i pochi giorni passati in inedita solitudine: luci e sguardi, viste da parapetti affollati, nuovi giochi per combattere la noia, panchine, siepi e scale. Nuovi colori che si aggiungono sulla pelle.

Varco la soglia del locale e vengo investito dal cielo e dal sole.

Sorrido.

Perché siamo gabbiani grassi e si vola così bene lassù, con il mare in basso e tutte le nuvole da scoprire.

Ricordi

[Varietà]

Pareva che quella macchia fosse intenzionata a restare appesa alla parete per sempre.

Un quadro da mercatino delle pulci che raffigurava natura morta in tonalità funeree aveva occupato esattamente quello spazio per più anni di quelli che si sarebbe meritato. Quando finalmente il dipinto era stato archiviato in un angolo della cantina, a dividere la mensola con una radio di fine anni ’50 che aveva funzionato sì e no fino agli inizi degli anni ’60, la macchia che con il tempo si era creata alle sue spalle aveva infine visto la luce.

Pallida e squadrata spiccò fin da subito sulla vernice vecchia di qualche anno, opaca di polvere, smog e litigi. Resistente all’azione di spugne di svariati materiali abrasivi, di sgrassanti più o meno reclamizzati, il rettangolo stonava con l’omogeneità che lo circondava. Lo stucco applicato per tappare il buco lasciato dal chiodino che reggeva la cornice altro non faceva che esaltare ancora di più lo stacco cromatico tra la chiazza e il resto del muro.

Resistente al tempo, all’azione dell’uomo, agli umori e ai desideri, la macchia stanziava al suo posto, immobile, risaltava nei suoi confini, distinta. Come il ricordo di te, fisso sulle mie pareti dal giorno in cui sei uscita da quella porta lasciando buchi e ombre, avvinghiato a ogni minimo gesto e per niente intenzionato ad abbandonarmi.

Il diario di Topexan

[Flussi]

Dopo tanti anni ho riaperto il vecchio quaderno delle poesie. Quello dell’epoca liceale, quello che non è mai stato mostrato a nessuno, quelle delle poesie con i brufoli.

L’ho riaperto per vivere un flashback su carta a righe e per rivalutare, con il gusto di adesso, il materiale che scrivevo con la penna buona, sforzandomi in una calligrafia quantomeno comprensibile.

Dammi tre parole: vergogna, fastidio e tenerezza.

Un pot-pourri di cuore, mare, volare, spiaggia, vento e cuore. Rime da gote rosse e chiose da far volgere lo sguardo dall’altra parte.

Eppure all’epoca tutto ciò era parte di me e del mio gusto.

Tra venti, trent’anni mi faranno lo stesso effetto queste frasi, queste parole che ora concludo, rileggo e pubblico?

Oppure l’adolescenza è un tempo a parte, con regole tutte sue e sensibilità completamente diverse dal resto della vita?

Eppure è giusto seguitare a scrivere, sentire il proprio presente, come un adolescente che scrive con cura la sua prima rima cuore-amore.