Brevi riflessioni di rincorsa

[Flussi]

Ultimamente scrivo di rincorsa, con un po’ affanno a volte, al soldo di una scadenza di cui sono il committente.

Mi rimbomba in testa l’atto più che il contenuto, l’impellenza del rintocco più che la brezza della discesa. Meno spunti o flash, più ragionamento e sforzo.

Bene, la mente ha radicalizzato un’abitudine, scardinato il gene della pigrizia in favore di una metodo e impostato il promemoria di un impegno.

Male, a volte temo che la cadenza autoimposta non sia sincronizzata con l’effettiva disponibilità della scrittura, e che ciò porti all’effetto “consegna del compito in classe al suono della campanella”, con il rischio di produrre testi tanto per fare.

Eppure questo può anche essere un luogo dove sbagliare, osare ed esagerare.

In fondo cosa sia questo luogo, lo decido io.

Una notte

[Varietà]

Una notte di confine

tra mille scatole tenute insieme da rotoli di scotch

soffitti passeggeri

occhi stanchi

e poche, povere, banali parole.

Una notte che precede un giorno

Big Bang di nuovi spazi

nuove prospettive

nuovi giochi di luce

nuovi colori.

Una notte come tante

con un gusto un po’ retrò

con lo sguardo un po’ più in là

senza voglia di dormire

impaziente di sognare.

Scusate, ero in muto

[Varietà]

Facce e paresi, lenti vortici di sorrisi scivolano nell’etere producendo un disgustoso gorgoglio, come di un lavandino color ruggine, come di un scarico di responsabilità intasato.

Cenni d’assenso rivolti al nulla si fanno strada tra inglesismi superflui, cataste di intuizioni banali e barricate di frasi fatte sprovviste di ragionamento.

Un’enorme, dilagante sensazione di disinteresse si espande nello stomaco, si arrampica sulla gola e si aggrappa all’ugola, godendosi lo spettacolo mentre si dondola nel vuoto.

Silenzi nauseanti si gonfiano come palloncini e volano alti sopra le teste, poi, quando non ne possono più, scoppiano, inondando la tastiera di sputacchi e imbarazzo.

“Scusate, ero in muto”.

E invece 14

[Varietà]

Mi pareva

un assalto aereo

un’invasione sensoriale

un tacito abbandono

un’olezzante vigliaccheria

un soufflé di retrobottega

una zaffata dissacrante

e invece era

una flatulenza non dichiarata

Vecchie parole

[Flussi]

“Ho una musica in testa e una strana felicità nel cuore.

Forse è il tempo che si fa beffe di me.”

Ritrovo vecchie parole, in vecchi quaderni, che richiamano vecchie sensazioni sciapite nel corso degli anni.

Come si affrontano gli appunti di una vita passata?

Si conservano?

Si lasciano andare?

Si riformulano usando il vocabolario del presente?

Cosa si merita la versione passata di noi stessi?

Sfilza di domande rivolte a chi legge, rivolte a se stessi, rivolte a chiunque abbia qualcosa da dire.

D’altronde siamo il mondo social.

O no?

Notti alcoliche d’oriente

[Varietà]

Chi non legge cantando gode solo a metà – https://www.youtube.com/watch?v=UFeKIviF6Ts

Ore bevi con me

versa un poco di Chianti

oh barista

è tanto che il bicchiere aspetta un Gin

quello che verserai

è un liquore importante

stapperò lo Champagne più costoso che hai laggiù

il Cointreau è mio

un mezzo litro basterà?

Nessuno ti dirà: “mi fermo qua”

Mi sbronzerò per sette

Ti servo io

c’è uno Zacapa accanto a te

chiedi e ti porterò

un po’ di Vov

che dolce sensazione nascerà (è una shenshassione dooolsce)

ogni birra che ho

anche quella più fredda

no non vale la vodka che tra poco ti aprirò

Ne vuoi ancor? (segna poi pagherò)

fra mille spumanti sceglierò (voglio quello più bello)

con un po’ di Kalhua o di Sangria

tra vini e cocktail spazierò

Vedo per tre (un Angelo Azzurro farò)

ma questa nausea passerà? (Preferisci un bel Porto?)

No, non berrò mai più, mai più quel rhum

solo un giro e poi me ne andrò.

Beh, quanto fa? (Duecento e sei)

Dai non scherzar (Duecento è ok)

E chi ce li ha? (Il conto è qua)

Non pagherò.

Le mattine insieme a te

[The One]

Il calore sottocoperta, sottopelle

il silenzio dei corpi inconsci

il languore nell’aria

liquore ialino in cui ci rotoliamo

inalando il tocco di una mano

carezza provocante tra le gambe

mentre prende forma la luce

dei tuoi occhi

lento mi muovo e sento

sento

il mondo intorno a noi.

Raccontami, se puoi, qualcosa di più magico

delle mattine insieme a te.

Poche parole

[Flussi]

Poche parole, di quelle giuste, che si tengono la mano una accanto all’altra, che messe in fila formano uno skyline perfetto; solo poche parole, un’elemosina richiesta al vento, nella perenne attesa di un treno che non arriverà mai.

Un viaggio senza meta alla ricerca di quel paesaggio di parole,

rincorrendo la propria schiena,

a braccetto con i propri demoni,

nel silenzio di una carrozza vuota,

nel vuoto di un foglio bianco.

Poche parole, di quelle giuste, dammele tu,

tu che puoi,

tu che vuoi.

Piccole cose che mi tengono in vita

[Flussi]

Scrivere; non più attendendo il gong mentale per cominciare, ma ricercando regolarità e cadenza, rispettando ritmi e affidandosi a un’armonia che sia solo personale.

Leggere; dedicando ogni cellula al testo, paraocchi cartaceo che esclude allo sguardo il resto del mondo, solo per la durata di qualche riga.

Camminare; alla ricerca della sincronia tra il passo e il pendolo interiore, nella coerenza dell’oscillazione universale, anche se per un secondo appena.

La bellezza; quella racchiusa nelle piccole cose che può essere vista e percepita, quella che senza sbracciarsi mi ricorda della sua esistenza e che io, in fondo, valgo nulla di fronte a lei.