Morbidi e liberi

[The One]

Morbidi e liberi

pancia su pancia

il desiderio di esserlo sempre

travolti

dal sesso arretrato, accumulato, immaginato.

Morbidi e liberi

comodi negli occhi

avvolti nelle bocche

accesi

da una scintilla sconosciuta, improvvisa, inaspettata.

Morbidi e liberi

fiati caldi

soffiati da labbra unite

incollate

da un desiderio atemporale, bilaterale, universale.

Morbidi e liberi

il cielo sul suo mare

volando su lenzuola

colorate

di tinte sconosciute, insperate, infinite.

Forse mi ami ancora

[Varietà]

– Ti amo.

– Sì, ma come mi ami?

– TI amo da morire

– Eppure sei ancora vivo.

– Ti amo da impazzire.

– Credo tu fossi pazzo già da prima.

– Ti amo follemente.

– Vuoi dire che sei folle ad amarmi?

– Ti amo immensamente.

– Vuoi dire che è un amore impossibile da misurare?

– Ti amo all’infinito.

– Vuoi dire che nel tuo amore è presente la parola “finito”?

– Ti amo sopra ogni cosa.

– Vuoi dire che se sei sotto a qualcosa non mi ami? Neanche sotto al vischio?

– Ti amo come non mai.

– Vuoi dire che mi ami come sempre o che non mi ami mai o che non mi ami come mai o che mi ami mai come non?

– Forse non ti amo più.

– Vuoi dire che forse mi ami ancora?

La donna che non credeva nell’amore

[Varietà]

Era quel tipo di donna che tra le pieghe delle rughe nascondeva dosi massicce di sensualità e potere; quel tipo di potere etereo capace di comandare le emozioni, gli umori e gli amori. Quel tipo di donna senza età, che vengono osservate da lontano ma di cui non si riesce a sostenere lo sguardo da vicino.

Un giorno la donna si alzò dal letto, come tutte le mattine si lavò con acqua tiepida, fece colazione con quattro biscotti e uno yogurt magro guardando fisso davanti a sé. Poi, poco prima di prendere il caffè, disse

– Ti amo.

Lo disse al muro, lo disse convinta, lo disse senza essere sotto l’effetto di qualche tipo di droga. Lo disse al muro per sentire che effetto facessero quelle parole pronunciate dalla propria voce. Lo disse perché non lo aveva mai detto prima di allora.

Cariche d’emozione quelle cinque lettere cominciarono il loro viaggio salutando le materne corde vocali, scalarono le pareti della laringe, fecero scalo sulla lingua dove si crogiolarono della saliva della donna e, esitando solo un attimo al di qua delle labbra, prima di gettarsi al di fuori di esse, ammirarono meravigliate il mondo esterno, nella sua luce, nella sua bellezza e nei suoi colori. Anche se era soltanto un muro.

Cavalcando le onde sonore, libere nell’aria, assaggiarono il vento, rimbalzarono morbide sulla parete e reinvestirono la donna e i suoi padiglioni auricolari.

Dopo qualche secondo di silenzio la donna, distolse gli occhi dal muro, bevve il caffè in un sorso e, posando la tazzina, si rispose

– Non ti credo.

Traffico notturno

[Varietà]

Mezzanotte di maggio.

Una panchina, in un parchetto di città brullo e senza grande gioia, e un ragazzo seduto, con un cappuccio scuro e il capo chino.

Il volto illuminato dallo schermo del cellulare, i tratti del viso appena accennati, intuibili a stento, nascosti dall’ombra e della voglia di solitudine.

Gli occhi appena chiusi e infastiditi da un vento più fresco dell’aria, occhi immobili, occhi scrigni di tesori.

Passano macchine e moto a distanza di minuti incerti l’una dall’altra, si incrociano, si superano, non si fermano. Semafori alternati le rallentano a stento, incapaci di tenersele vicine se non per più di qualche secondo. Dove vanno lo sanno solo loro, come certe parole e certi testi, che passano accanto, le luci spalancate, senza fermarsi.

Nel mezzo

[The One]

Maggio nel mezzo, sole e vento ancora fresco, fiocchi di polline, stormi.

Stendo le tue calze rimaste impigliate tra le pieghe delle mie coperte

insieme ai miei respiri

insieme al tuo sapore

tutti insieme pizzicati tra le lenzuola, il materasso, la voglia.

Maggio, stendo le tue calze, le nostre notti.

Il gong del nano

[Varietà]

– Siamo alla resa dei conti!

Dice il ghigno d’un nano

suonando un gong d’argento

rinchiuso nella mia testa.

– Non hai nulla di pronto!

Sentenzia il polpastrello del nano

puntato al centro della mia fronte

mentre un tribunale inesistente giudica.

– Che poi, diciamocelo, a chi vuoi che importi?

Schernisce l’angolo della bocca del nano

contando sulle dita di una mano monca

la folla che non c’è.

– Cambia le regole, chi vuoi che se ne accorga?

Sussurra l’alito caldo del nano

facendosi vicino al mio orecchio

tanto da sentire i canti degli ubriachi.

– Fottitene, non succederà nulla di grave.

Suggerisce il sopracciglio del nano

mentre si volta e mi dà le spalle

e io non so che farmene.

Prendo fiato e guardo giù

la punta dei piedi sembra lontana

sorrido a me stesso e gli rispondo

– Suca.