Tallinn 2

[In viaggio]

Il piano di marmo del tavolino è striato di tonalità rosa, ocra e marroni, percorso da venature irregolari come il corso di un fiume imbizzarrito. Poso la tazzina che cozza sul piano lucido con un acuto clink e il rumore viene assorbito dal locale pieno del vocio della gente, del fermento dei camerieri, dei fragori della cucina. Nel caffè più antico di Tallinn, a detta dello stesso caffè, il caffè non è un granché, i dolci poco meglio.

Mi alzo e mentre cammino con le gambe rigide verso l’uscita, buttando lì un “arrivederci” in italiano che non arriva a nessuno, subisco il cliché del rullo cinematografico davanti agli occhi e in un attimo ripercorro i pochi giorni passati in inedita solitudine: luci e sguardi, viste da parapetti affollati, nuovi giochi per combattere la noia, panchine, siepi e scale. Nuovi colori che si aggiungono sulla pelle.

Varco la soglia del locale e vengo investito dal cielo e dal sole.

Sorrido.

Perché siamo gabbiani grassi e si vola così bene lassù, con il mare in basso e tutte le nuvole da scoprire.

Sui nuovi sapori

[Flussi]

Scrivo di un cinismo che vuole scremare via l’acido, per far gustare solo la parte più gradevole, quella letteraria.

Scrivo di sensazioni vecchie con sapori nuovi, papille gustative più esperte che ricercando la bontà e il gusto nelle cose semplici come in quelle complesse.

Scrivo di tavoli apparecchiati per uno, ma sempre pronti ad aggiungere coperti, sedie ed esaltarsi nella condivisione vera.

Scrivo di nuovi menù, nuove certezze, nuove basi, che non dimenticano la tradizione, il passato.

Scrivo di pomodori.