Tallinn 2

[In viaggio]

Il piano di marmo del tavolino è striato di tonalità rosa, ocra e marroni, percorso da venature irregolari come il corso di un fiume imbizzarrito. Poso la tazzina che cozza sul piano lucido con un acuto clink e il rumore viene assorbito dal locale pieno del vocio della gente, del fermento dei camerieri, dei fragori della cucina. Nel caffè più antico di Tallinn, a detta dello stesso caffè, il caffè non è un granché, i dolci poco meglio.

Mi alzo e mentre cammino con le gambe rigide verso l’uscita, buttando lì un “arrivederci” in italiano che non arriva a nessuno, subisco il cliché del rullo cinematografico davanti agli occhi e in un attimo ripercorro i pochi giorni passati in inedita solitudine: luci e sguardi, viste da parapetti affollati, nuovi giochi per combattere la noia, panchine, siepi e scale. Nuovi colori che si aggiungono sulla pelle.

Varco la soglia del locale e vengo investito dal cielo e dal sole.

Sorrido.

Perché siamo gabbiani grassi e si vola così bene lassù, con il mare in basso e tutte le nuvole da scoprire.

La donna che non credeva nell’amore

[Varietà]

Era quel tipo di donna che tra le pieghe delle rughe nascondeva dosi massicce di sensualità e potere; quel tipo di potere etereo capace di comandare le emozioni, gli umori e gli amori. Quel tipo di donna senza età, che vengono osservate da lontano ma di cui non si riesce a sostenere lo sguardo da vicino.

Un giorno la donna si alzò dal letto, come tutte le mattine si lavò con acqua tiepida, fece colazione con quattro biscotti e uno yogurt magro guardando fisso davanti a sé. Poi, poco prima di prendere il caffè, disse

– Ti amo.

Lo disse al muro, lo disse convinta, lo disse senza essere sotto l’effetto di qualche tipo di droga. Lo disse al muro per sentire che effetto facessero quelle parole pronunciate dalla propria voce. Lo disse perché non lo aveva mai detto prima di allora.

Cariche d’emozione quelle cinque lettere cominciarono il loro viaggio salutando le materne corde vocali, scalarono le pareti della laringe, fecero scalo sulla lingua dove si crogiolarono della saliva della donna e, esitando solo un attimo al di qua delle labbra, prima di gettarsi al di fuori di esse, ammirarono meravigliate il mondo esterno, nella sua luce, nella sua bellezza e nei suoi colori. Anche se era soltanto un muro.

Cavalcando le onde sonore, libere nell’aria, assaggiarono il vento, rimbalzarono morbide sulla parete e reinvestirono la donna e i suoi padiglioni auricolari.

Dopo qualche secondo di silenzio la donna, distolse gli occhi dal muro, bevve il caffè in un sorso e, posando la tazzina, si rispose

– Non ti credo.

Tallinn 1

[In viaggio]

Il panorama da una panchina.

Solo una ragazza che legge

una voce di donna che canta in sottofondo

uno schizzo maldestro sul quaderno

e una promessa a me stesso:

non dimenticare mai

il cielo di Helsinki

le pietre di Tallinn.

Marzamemi 1

[In viaggio]

Esiste un gatto color Marzamemi.

Spunta da un vicolo ma non lo vedi, si confonde con i muri, prende il colore delle pietre.

Miagola appena, il giusto da farti credere di averlo sentito, senza però dartene la certezza.

Salta soffice sui tetti, guarda il mare muovendo la coda al ritmo delle onde, sta fermo ore.

Tutti i cani lo conoscono, tutti i gatti lo rispettano, tutti i topi lo esorcizzano.

Esiste un gatto che non vedrai mai, ma se passerai da casa sua sarai quasi convinto del contrario.

Esiste un gatto e lo chiamerò Marzamiao.

Berlino 1

[In viaggio]

Hai uno spirito nuovo e un tono immenso, eppure non ti sento.

Hai tele grigie a disposizione di colori nuovi, forme quadrate a disposizione di pensieri tondi, spazi ampi a disposizione di mille piccole vite, eppure non ti sento.

Ho voglia di rivederti, ho voglia di mostrarti, ho voglia di leggerti e di ascoltarti, eppure non ti sento.

Roma 1

[In viaggio]

Ho maturato il pensiero che tu sia troppo bella e intelligente per poter essere compresa e gustata tutta.

Sei eccessiva, complessa, forse inarrivabile.

Non ti colgo a causa dei miei limiti percettivi, non riesco a includerti nei sensi, come se un secchiello pretendesse di contenere il mare.

Ti ammiro, ti calpesto, ti entro dentro e mi è impossibile andarmene via; sei un enigma magnetico, un puzzle dai colori accecanti e diversi tra loro che non riesco a mettere a fuoco nella loro interezza.

È snervante questo tuo passare sopra a tutto ciò che sei con leggerezza, con consapevole menefreghismo. Ti spengono le sigarette addosso e non te ne curi.

Poi, senza preavviso, ti giri e mi guardi. Come adesso a Campo de’ Fiori, dove due perenni Converse e spinello suonano Wish you were here. Mi guardi e io mi blocco; tu Medusa, io pietra. Mi guardi e ti guardo senza poter fare altro. Mi fissi, ti fai venerare e oltre al tuo sguardo vorrei addosso il tuo corpo.

Quanto sei bella Roma.