Arance

Spioncino

Sull’insegna svetta una T grassettata, resa appena più definita da un timido led, che la aiuta a stagliarsi sullo sfondo scuro. Le mura che fanno da contorno hanno un che di borghese, una serie di mattoni rossastri bordati da una cornice color cemento, di una gradazione cromaticamente gradevole. La porzione superiore della vetrina è coperta per circa venti centimetri da una serranda macchiata di smog, probabilmente sarebbe da aggiustare per farla arrivare a fine corsa. Al di là del vetro si mette in mostra un miscuglio disordinato di merce: giocattoli sciatti, un cartello che pubblicizza una marca di non-sigarette, un espositore girevole semi vuoto di occhiali da sole.

L’ingresso della tabaccheria è più accogliente dell’esterno, in particolare per chi apprezza i caleidoscopi di colori sgargianti e la confusione da primo prezzo. Un lungo bancone di marmo impera sulla destra, formando un angolo che ricopre anche metà della lunghezza del muro al fondo del locale. Al di là del bancone corre una murata di scaffali e led, studiata apposta per i prodotti che danno il nome all’esercizio commerciale. Pacchi di sigarette si rincorrono e si sovrappongono, come in una carta da parati disegnata da Escher.

Subito sulla sinistra, poco dopo la porta di ingresso e di fronte al bancone, una piccola folla si accalca con il naso all’insù, abbacinata da un televisore trentadue pollici marca Telefunken. La scena ricorda una celebrazione clericale, ognuno ha un fogliettino in mano che tiene con entrambe le mani, mentre fissa senza sbattere le palpebre lo schermo. Niente audio, solo uno sfondo blu e dei numeri bordati d’arancione che si alternano in primo piano.

32. 7. 68. 65. 12. I numeri si vanno a posizionare accanto alla scritta “Torino”.

Gli occhi delle persone calano sui quadratini di carta che stringono tra le dita, poi si rialzano in direzione del televisore, senza reazioni apparenti. Qualcuno tossisce, un signore con un cappello infeltrito sospira e biascica qualcosa di incomprensibile, una signora arriccia il naso e stringe le palpebre, deformate da lenti spesse diversi fondi di bottiglia, mentre rilegge le cifre sullo schermo. La funzione prosegue, i numeri riprendono la loro sfilata ammiccante. La folla ora perde, ora guadagna un membro, che si unisce al gruppo trascinando i piedi, senza salutare nessuno. È lunedì, la pensione è appena arrivata.

La mancanza di audio delle estrazioni del Lotto è parzialmente colmata da un susseguirsi di trilli e musichette da console di videogiochi vintage, che arrivano dal fondo del locale. Nell’angolo lontano a sinistra, celate in parte dal grumo di persone fermo di fronte al televisore che proietta le estrazioni nazionali, due cassoni colorati, dotati di schermo e pulsantiera, emettono seducenti richiami. Nessuno pensa che forse il loro potrebbe essere un grido d’aiuto per salvarli dallo strato di polvere alto due dita che li ricopre.

Di fronte alle macchinette dimorano due sgabelli di metallo sottile, di cui solo uno, quello più lontano dall’ingresso della tabaccheria, è occupato. Un uomo corpulento poggia il fondoschiena sul sottile cuscinetto della seduta, la gamba sinistra piegata e sostenuta da una barretta metallica che ne sorregge il piede, la gamba destra distesa mollemente. La schiena è ingobbita in avanti, il busto stratificato da porzioni di ventre pizzicate dalla polo a maniche lunghe che indossa. Il braccio sinistro, piegato sul bordo della pulsantiera, aiuta il molle mento dell’uomo a stare dritto, mentre la mano destra ad artiglio è l’unico elemento corporeo che si muove. Il palmo fa da perno, mentre le dita si muovono a scatti, precise e rapaci, sui pulsanti illuminati della slot machine. L’uomo non sembra divertirsi, non sembra stia vincendo, non sembra stia perdendo. L’uomo sta lì e gioca. Alle sue spalle ogni tanto si ferma qualcuno, osserva le grafiche accattivanti che si illuminano, nessuno rivolge parola al giocatore, e chi lo fa, comunque, non riceve risposta.

Dalla porta d’ingresso entra una signora con i capelli scoloriti, la pelle cadente, occhi accesi e una dentatura rarefatta. Porta tre buste di plastica bianche senza scritte, da cui si intravedono un paio di gambi di porri, del sedano, probabilmente dei finocchi e altra verdura. La donna ignora la folla sulla sinistra, si mette direttamente in coda al bancone, senza posare a terra la spesa. Arrivato il suo turno, alza la testa e si rivolge alla persona che sta dietro al banco.

– Buongiorno, mi dà due gratta e vinci da dieci euro? Sì, quello lì, esatto.

Posa le buste a terra e apre la borsetta che porta a tracolla, tirando fuori un portamonete sgualcito, in cui risuonano ramini e qualche banconota spiegazzata. Porge il denaro al tabaccaio, che in cambio le consegna i due foglietti da grattare.

– Grazie. Sa, oggi al mercato non ho preso le arance, per poter prendere questi. Grazie, a domani.

La signora si ricarica delle buste ed esce, con lo sguardo basso e un sorriso tirato.

È lunedì, la pensione sta già per finire e la malattia si fa beffe dell’ingenua speranza di essere vincitori.

Giornata di merda

Miraggio

Ciao, sono una giornata di merda. Ti trovo bene, molto bene. Troppo bene.

È tanto che non passiamo un po’ di tempo insieme. Non ne sentivi il bisogno, dici? Vedi, è proprio per questo che sono qua, dobbiamo coltivare il nostro rapporto, proprio come ha detto lo psicologo. No, no, ora non fare subito il risentito, tanto sai che le tue rimostranze non attecchiscono, non servirà a nulla fare resistenza. Ci tengo troppo a te.

E comunque non fare finta nulla, potevi immaginare che avrei voluto stare con te oggi, dopo il sogno di stanotte. Non lo ricordi? Oh, non ti preoccupare, sono qui apposta.

Eri in quel corridoio buio, umido, con tutti quei quadri attaccati alle pareti, stavi rincorrendo qualcosa, o qualcuno forse. Il corridoio si stringeva poco alla volta, fino a farti rimanere incastrato tra i due muri, senza poterti più a muovere, con il respiro spezzato. Un po’ di claustrofobia notturna non ha mai ucciso nessuno, dai! Hai cercato di urlare, senza riuscirci, poi in qualche modo sei scivolato fuori dalla morsa, e proprio in quell’attimo il pavimento sotto i piedi è scomparso e ti sei ritrovato a cadere nel vuoto. Stavi attendendo lo schianto, ma invece ti sei ritrovato in piedi da qualche parte, in mezzo al nulla. Dopodiché si è accesa la luce ed eccoti nella sala riunione piena di colleghi! Che bella sorpresa, vero? Peccato che ti sia subito reso conto di avere una camicia inadatta e dei bermuda sporchi. Dai, su, non dirmi che quel senso di ansia misto a sudore non ti torna in mente. Ecco, vedi? Poi, come ti accade sempre, nel sogno non riuscivi a risolvere il problema, trasportando fino al risveglio quel bel groviglio di malessere onirico. Molto bene, ora tieni ben stretto quel senso di inadeguatezza e di disagio, che la giornata è ancora lunga e abbiamo appena iniziato.

Per colazione ti ho preparato qualcosa di speciale. Subito un paio di messaggi ansiogeni di clienti che si sono svegliati presto, una sequenza di diciassette starnuti allergici fuori stagione, che lasciano il naso secco fino a sera, e infine una bella botta di energia con un classico guasto della macchinetta del caffè. Come scusa? La colazione dei cogl… dai su, non essere volgare, che non è proprio il caso! Forza vestiti, veloce che fai tardi.

Ora potrei stare qui a farti un elenco di tutte le piccole attività che ho organizzato per farti sentire eccezionale, potrei spulciare con te il programma degli sfoghi immeritati, dei microproblemi ingigantiti e degli intoppi tecnici. Non lo farò, perché in fondo sarebbe egoista da parte mia, sarebbe solo un modo subdolo per parlare di me. Parliamo di te, invece.

Parliamo di come il tuo umore, una volta virato, si aggrappi alla sensazione di avvilimento e non se ne stacchi più fino a tarda sera, o almeno fino a che qualche anima pia non te la strappi via con le pinze. Parliamo di come amplifichi e sottolinei qualsiasi cosa non vada esattamente come ti aspetteresti, paragonandola all’utopia mentale che pretenderesti di vivere. Non vedi che sembra proprio che tu sia alla continua ricerca di conferma del tuo stato emotivo?

È evidente che, in fondo, a una parte di te io piaccia. Una parte di te ci sguazza in questa melma, perché, se ci ragioni con onestà per un momento, anche l’essere di merda, in qualche modo, dà un senso alla tua giornata. Un senso di merda, ma pur sempre un senso.

Pensaci: puoi permetterti di tenere il muso, per colpa mia; puoi permetterti di evitare faticose relazioni, per colpa mia; puoi permetterti di pensare solo a te stesso, per colpa mia. Per merito mio.

Poi, prima che attacchi con la tua solita tiritera, sono consapevole che non possiamo stare insieme quanto vorrei. Lo so, non credere che non lo sappia. Ho accettato da tempo il mio ruolo, i nostri limiti, so che non posso pretendere di più da questa relazione, perché, dopotutto, non riusciremmo a sopportarci l’un l’altra e tu finiresti per distruggere qualcosa. O te stesso.

Però renditene conto: che sia di merda, spesso, lo decidi tu. Perché, da qualche parte, una qualche versione di te a cui non dai tanta retta vuole che quella giornata sia così. Oggi è una giornata di merda, ma grazie a Ronnie James esiste il metal.

Un ragazzo e una ragazza

Miraggio

Musica consigliata per la lettura.

https://www.youtube.com/results?search_query=non+voglio+ballare+zen+circus

Si erano incontrati dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome. Si erano baciati per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.

Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio. Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce, videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.

Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori. Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti. Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.

Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori. Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.

Nessuno sa dove siano ora, ma ci fu un tale che giurò di averli visti. Dopo essersi fatto offrire più giri di quanto una persona perbene accetterebbe senza vergogna, raccontò ai pochi frequentatori del bar di aver visto un ragazzo e una ragazza, sotto i piedi una scacchiera lucida di pioggia in mezzo al mare, davanti agli occhi onde imbizzarrite color pietra, sopra la testa nuvoloni senza bordi, che coprivano un cielo che non voleva farsi vedere. Il ragazzo stava costeggiando il confine della terrazza con il mare, cercava l’angolo più vicino all’acqua, sorridendo prendeva schiaffi di schiuma, le labbra increspate di sale. La ragazza puntava al centro della geometria, calpestava la terra, saltava le pozzanghere, tenendosi forte il cappuccio che il vento tentava di toglierle, gli occhi colmi di riflessi.

Il tale raccontò che vide il ragazzo e la ragazza camminarsi incontro senza fretta, ridendo senza sentirsi; giunti uno di fronte all’altra il loro bacio sospese il tempo, solo l’aria non smise di suonare. In pochi credettero a quella storiella improbabile, invitarono il tale ad andarci piano con i ponce, che basta un attimo per farsi confondere da bagliori marini e fumi alcolici.

Prima che scemassero le risate di scherno si fece avanti una signora, preceduta dal ticchettio del bastone, indusse il pubblico al silenzio senza proferire parola. A tentoni cercò una sedia libera, si accomodò lentamente e disse che lei li aveva visti. Lei c’era quella sera che il ragazzo e la ragazza terminarono l’alcool e consumarono le candele, mentre per aria la musica li conduceva: prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.

Come scordarsi di lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena. Come scordarsi di lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena. Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto. Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.

– Non voglio ballare – mentre lei ballava.

– Voglio farmi male – mentre lui godeva.

Nulla di più aggiunse la signora, che rimase immobile a fissare il vuoto, mentre i pochi rimasti la guardavano incerti. Poi lei si alzò, lasciò il bastone appoggiato alla sedia, si diresse verso l’uscita seguita dal tale, che la prese sotto braccio sull’uscio del bar. Quelli che rimasero indietro li sentirono ridere come bambini, quelli che li videro arrivare scorsero il mare e il cielo nei loro occhi.

Hanno portato via l’albero

Spioncino

Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta. Di lui è rimasta solamente un’ombra terrea, come i rettangoli di asfalto asciutto sotto le auto parcheggiate in un giorno di pioggia, unica traccia lasciata dagli incaricati comunali dotati di sega a motore e furgone con cassone ribaltabile.

Nella distesa di quel prato selvaggio, ai cui confini si alternano sparuti gruppi di alberi, distanziati come brigate di adolescenti al ballo della scuola, il tronco disteso sembrava un meraviglioso oggetto fuori luogo, come le macerie di un attacco di un mostro pachidermico, quasi fosse apparso in quel punto per mano di un alieno senza coscienza ecologista.

Per settimane il solido fusto era stato preso d’assalto da persone che avevano l’ardire di sfidare il proprio scarso senso d’equilibrio, danzandoci sopra come sull’asse di una nave pirata, con un mare d’erba in attesa più in basso; o usato come panchina naturale in formato gargantuesco per gli accompagnatori di cani, mentre i quadrupedi mettevano alla prova le loro capacità olfattive, trovando nei meandri umidi tra il tronco e la terra un’inesauribile fonte di intrattenimento e caccia al roditore.

Proprio quando questo gigante ligneo iniziava a sembrare destinato a restare statuario in quel punto, come una novella sfinge lignea, in qualche ignoto ufficio comunale veniva presa la decisione di rimuovere quell’oggetto fuori posto, che stava intaccando il suolo nella sua lenta putrefazione.

E cosa gli vuoi dire?

Un albero abbattuto va rimosso per preservare l’ambiente, tenere curato uno spazio pubblico e dare respiro a nuova biodiversità. In fondo era un pezzo di legno senza vita, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.

Insomma, un’azione comprensibile.

E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione? Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia? Perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?

Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.

Non morto, semmai abbattuto.

Non abbattuto, semmai caduto.

Non caduto, semmai addormentato.

Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, schiamazzano, ridono. Un riverbero offerto dalla memoria infantile, che fa riemergere istantanee rimaste a lungo sul fondo della pila, come quelle foto che riappaiono in mano dopo anni per puro caso, che da un’immagine muta sono in grado di far tornare a galla suoni, odori, sensazioni tattili ed emotive, sottili lacrime di memoria di un tempo che sembrava eterno, eppure ora è passato. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.

Ma che voglia di arrivare

Spioncino

A gennaio la spuma del mare si rimbocca in un sonno senza respiro, trattiene fiato, calore e rintocchi di risate, sonnecchia senza sensi di colpa, in bilico fra sogni e ricordi. Pizzo che orla un lenzuolo color nero dipinto di blu, si attarda ai bordi di una curva lenta, rimane qualche attimo in più sul bagnasciuga, si guarda intorno e, prima di svanire lentamente, accenna uno sbadiglio.

A gennaio la spuma del mare è uno sbuffo di panna senza sapore, un suono ovattato che esplode una bollicina alla volta, cauta eppure talmente stoica da farti pensare che anche tu, avvolto in un giaccone dai gomiti lisi, al riparo di una sciarpa che profuma di fumogeno, puoi resistere ancora qualche mese, puoi tener duro ancora un po’, perché il tuo sorriso non è così lontano come credi.

Ad aprile il fondale non sta più nella pelle, saltella, si agita impaziente sotto una corrente di vetro fluido che si mescola al cielo. Arriva fino al pelo dell’acqua, quasi ne infrange la tensione superficiale, spinto dalla voglia di far correre nell’aria la sua smania incontrollabile, le sue grida di gioia covate come perle preziose, oramai schiuse in un contagioso cinguettio floreale.

Ad aprile il fondale è un bambino in botta da uovo di pasqua, baffi di cioccolato e sole alla finestra, che corre perdendo e ritrovando il fiato chissà dove, separando al suo passaggio prati d’alghe mentre disegna nuovi percorsi, come te, che fai progetti e prenoti voli, senza curarti di nulla se non di assecondare un vortice di pruriti, intontito da una sbronza di pollini che ami e odi, senza capire com’è che in queste settimane sogni così tanto.

A luglio le onde sono in piena crisi ormonale, baciano tutti i raggi di sole che vedono, si lanciano in danze sfrenate all’ultimo riflesso, senza badare ai vestiti che svolazzano e alle gambe che si mostrano; cantano ubriache di tramonti e di birre con la fettina di limone, sorseggiate tra risacche di risate sguaiate.

A luglio le onde non stanno mai ferme, anche quando in superficie appaiono come una placida tavola glitterata, sono in un perenne stato di euforica inquietudine, alimentate dall’energia repressa dell’attesa e dalla brama inderogabile del godimento, come te, che fai oscillare i piedi seduto sul bordo di un moletto, con le spalle che grattano perché non hai voluto lavar via la salsedine, mentre vivi nella convinzione che questo momento sia eterno, destinato a non conoscere fine, né mutamento.

A ottobre il granello di sabbia è umido e fresco, esausto del calore estivo e intirizzito dalle nottate ogni giorno più fredde; è fine e morbido, consumato da migliaia di suole, piedi e zampe, levigato come un pezzo d’artigianato unico, fino a diventare una cascata di seta tra le dita aperte.

A ottobre il granello di sabbia non è più rena, ma malinconia mista a gratitudine, ha un’ombra allungata e un fiato che rinfresca; è un vecchio amico con cui puoi stare muto a osservare lo scorrere del tempo, è un’ora di silenzio dopo una baraonda di compleanno, come te, ancora in pantaloncini nonostante la pelle d’oca sugli stinchi, immerso nella solitudine di una spiaggia vuota, a crogiolarti nel pensiero che quando scavi con i piedi nella sabbia non stai cercando l’acqua, stai cercando te stesso.

Il ballo degli attimi

Miraggio

Mentre le coppie si andavano formando e il salone da ballo iniziava a riempirsi di colori e volteggi, io rimasi in disparte, con un bicchiere di Porto in mano, a osservare movimenti e approcci, fugaci istanti della durata d’un cinguettio.

Proprio davanti a me due giovani si videro da lontano, sorrisero e si avvicinarono correndosi incontro.

– Finalmente vi ritrovo! Come state Risveglio del Mattino? Vi vedo ristorato e vibrante.

– Mi ero dimenticato che ci sareste stato anche voi Giorno di Festa, sono così contento che potrei mettermi a cantare!

– Lasciate fare ai passerotti e alle tortore, si occuperanno loro di accompagnarci finché staremo insieme. Piuttosto, avete già deciso come intendete passare le prossime ore?

– Per il momento no, mio caro, e va benissimo così. Godiamoci il semplice essere riuniti.

– E sia, mi concede questo ballo?

– Con estremo piacere.

I due presero a danzare con entusiasmo contagioso, spargendo risate e lucentezza su tutti i presenti.

Ferma all’ingresso una figura taciturna venne approcciata con inusitata delicatezza da un individuo imponente, che le rivolse la parola.

– Silenzio del Lampo, siete radioso questa sera.

– Mh.

– Ce l’avete ancora con me?

– Cosa ve lo fa pensare, Boato del Tuono?

– Non fate così, sapete quanto ci tenga a voi, esplodo di gioia al sol vedervi e non mi è possibile contenere l’euforia che mi provoca ascoltarvi.

– Le vostre reazioni spropositate mi provocano imbarazzo, lo sapete, e se qualcuno vi sentisse?

– Che mi sentano, che mi sentano tutti! Il mio amore per voi non può rimanere un sussurro, deve accecare cieli e scuotere fronde, proprio come fa il mio cuore allo sbattere delle vostre ciglia.

– Sempre la solita storia, non riesco a tenervi il muso per più di qualche secondo. Insomma, spero che per farvi perdonare almeno oggi riusciate a evitare di pestarmi i piedi.

– Se inciampo è solo perché mi perdo nei vostri occhi.

– Suvvia, damerino chiacchierone che non siete altro, danziamo.

Nel dirlo sorrise, lo guardò negli occhi, e tutti in sala si fermarono ad ammirarli per un momento appena, prima di continuare.

Al limitare della pista due soggetti attempati, eppure sorprendentemente atletici, si salutarono con un gesto del capo, come compagni di vecchia data.

– Bentrovato Svanire del Sole, ci avete messo un po’ ad arrivare.

– Pelo dell’Acqua, caro amico mio, sai che non posso fare a meno di godermi ogni attimo dell’ultimo tuffo.

– Me lo ribadite quotidianamente, come potrei scordarmene? Intanto lasciate me qui a galleggiare, in attesa. Un giorno o l’altro mi scosterò e vi ritroverete a tuffarvi su un irremovibile fondale marino.

– Non avreste il cuore di compiere una tale impudenza!

– Vero, non l’avrei, ma il solo pensiero mi rallegra e mi fa dimenticare del vostro ritardo. Beviamo qualcosa?

– Cosa si abbina meglio al nostro umore?

– Consiglierei qualcosa di fresco, beverino, che faccia risaltare le vostre tonalità di rosso, viola, arancione. Non saprei…

– Birretta?

– Birretta.

Si allontanarono sottobraccio, scivolando lentamente uno dentro l’altro.

Dall’altra parte della sala, in un angolo di penombra, un giovane si avvicinò a una dama avanti con l’età, seduta in disparte.

– Buongiorno Fine della Notte, mi concedete questa danza?

– Buonanotte Inizio del Giorno. Ardito, come vostro solito.

– È la vista di voi che mi fa accendere mia cara. Sola, schiarita e bella come non mai.

– Ma che dite… il mio momento più intenso è ormai lontano. La mia bellezza è un ricordo passato, come l’oscurità che porto dentro.

– La vostra oscurità, così distante dalla mia anima, è ciò che permette di conoscermi come niente e nessuno potrà mai fare.

– Siete il solito poeta adulatore. Sapete ancora condurre?

– Seguite me, mia cara

Si diedero un bacio, perché era giusto, poi fecero l’amore, perché era tempo.

Lucciole elbane

Spioncino

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per riproiettare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa, il meccanismo sinestetico agisce in completa autonomia, collegano immagini a odori, sapori a suoni, sensazioni tattili a una specifica scena familiare rivista in prima persona. Pennellate di memoria che riaffiorano a dispetto della volontà o della capacità di ricordare.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Le ho riviste in un contesto astruso: di ritorno da un concerto metal, in fila tra teste crespe sudate e canottiere demoniache impolverate, in un lembo di giardinetto cittadino tra macchine e panchine unte di smog. Era tempo che non incontravo quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro, riapparendo in una sfocata scia giallo fluo per un attimo appena. Ne sono sempre rimasto incantato e, da bambino, avevo maturato l’idea che si fossero imposte la regola di potersi muovere solo da spente, come in un, due, tre, stella, con la luce al posto dell’astro. In un gioco solo nostro attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove le avrei viste ricomparire, sperando che dimenticassero la luce accesa, per una volta.

Grazie a quelle lucciole di città sono partito per una gita istantanea che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare.

Ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, quelle in cui mi perdevo dal finestrino della macchina di rientro dal pizza-gelato-passeggiata serale, ascoltando cd paterni sempre uguali, con la fronte schiacciata sul vetro e gli occhi persi tra costellazioni che non ho mai imparato. Grande carro, solo tu hai fatto breccia nella mia scarsa capacità mnemonica.

Ho ripercepito il profumo delle ginestre, quando mi sembrava impossibile che a quei mazzi più alti di me fosse sufficiente solo qualche piccolo fiore giallo per riempire l’aria del loro profumo. Ho realizzato solo anni dopo che le ginestre e il loro odore sono sul gradino più alto del podio dei miei fiori preferiti. Appello alle ditte produttrici di diffusori per ambienti: se riuscite a riprodurre la fragranza “Sginestr’ de l’Île d’Elbà” compro io l’intero stock, giurin giurello.

Ho riassaporato sulla lingua il gusto fresco e chimico del Fior di fragola, così tante volte la mia prima scelta di fronte ai quei meravigliosi cartelloni metallici. La valutazione non era mai compiuta con superficialità: le immagini di ogni singolo gelato erano scandagliate con attenzione meticolosa, soppesando pro e contro, temperatura e combinazioni di gusto. Certo a volte non era possibile dire di no ai sorbetti delle Tartarughe Ninja, quasi sempre esauriti, maledetti, oppure potevo optare per qualcosa di più serioso come un Cremino – il Ducale no, quello era proprio da adulti -, ma il Fior di Fragola restava lì, saldo e fedele, consapevole di poter contare su un posto fisso nel mio cuore. La scorsa settimana erano in offerta, ne ho una dozzina in congelatore adesso e sì, sono sempre, inimitabilmente, buoni e chimici.

Ho risentito sulle piante dei piedi l’implacabile ustione del primo tratto di spiaggia di Cavoli, chicchi di lava senza pietà che hanno messo alla prova generazioni intere di camminatori di carboni ardenti. I pochi metri che separavano dal traguardo del bagnasciuga rappresentavano una vera e propria sfida contro i limiti umani, almeno quelli infantili. Lì ho imparato l’importanza della trigonometria applicata, fondamentale per calcolare le traiettorie più brevi tra il semicerchio libero di un ombrellone e l’angolo retto di uno schienale di lettino, microscopici lembi d’ombra, tappe necessarie per non arrivare al mare sui moncherini. Un paio di volte, in preda alla disperazione, ho camminato su asciugamani di sconosciuti, ora posso confessarlo, è tutto caduto in prescrizione.

Mi sono ritornati alle orecchie i canti dei campi vuoti, schiere invisibili di cicale, grilli, intenti in interminabili prove di un concerto che non arrivava mai. Credetemi, ho tentato più volte, immerso in quel mare di suono, a farmi largo tra la folla di spighe alla ricerca dello strumentista, anche solo per osservarlo mentre ripassa scale e arpeggi. Ma, ogni volta che riuscivo ad arrivare sotto il palco, silenzio, immobilismo, fuga. Timidezza? Panico da palcoscenico? Terrore da essere gigantesco preadolescente che si avvicina con tonfi Godzilleschi? E io rimango con il biglietto in mano, senza neanche uno sportello a cui chiedere un rimborso.

Lemme lemme il frinire cicalesco scema e non riesco più a distinguerlo dal ronzio delle chitarre distorte che mi fodera le orecchie e accompagna il mio rientro alla macchina. La mia caotica sinestesia personale svanisce, accesa e spenta in un attimo, come una lucciola.

Lattina di sogni

Miraggio

Non ho mai avuto grosse pretese né chissà quali ambizioni, è vero. Certo ammetto che ogni tanto fermentava in me il sogno di poter ottenere un giorno un qualche riconoscimento, anche solo un posto in cui potessi essere vista e desiderata, ma la verità è che mi sarei accontentata di trovare qualcuno che mi apprezzasse per quella che ero.

Sono cresciuta in uno stabilimento modesto, per non dire ai limiti delle regole d’igiene e di decenza. Eravamo in tante, trattate come se fossimo una uguale all’altra, destinate a gusti semplici più attenti alla quantità che alla qualità. Ogni tanto, però, filtrava tra noi il chiacchiericcio illusorio che raccontava di una conoscente che si era imbucata a una festa di giovani rampolli, un’altra trasportata fino in una baita a migliaia di metri sul livello del mare, un’altra ancora che il mare era riuscita a vederlo per davvero. Storie che aiutavano a mandar giù il retrogusto amarognolo della vita di tutti i giorni.

Non ho mai avuto grosse pretese, eppure neppure nei miei incubi peggiori avrei immaginato che mi sarei ritrovata qui, al fondo di un autobus gonfio di caldo e sudore, al fianco di un compagno accasciato sul sedile, a malapena cosciente. Il vestito ammaccato che indosso è lo stesso di cui andavo tanto fiera il giorno che me lo consegnarono. Sembrava fatto su misura per me, mi fasciava perfettamente senza risultare scomodo, era colorato e brillante. Mi sentivo speciale, che stupida. Ora il rosso e l’oro mi sembrano opachi e pacchiani, le scritte sono sbiadite e il cappellino argentato si è arrugginito. Il solo pensiero della fierezza con cui lo esponevo di fronte a chi mi concedeva anche solo una rapida occhiata ora mi nausea.

Avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava quando ci sistemarono in file disordinate, senza nessuna logica o rispetto. Non volevano che restassimo a lungo, eravamo di passaggio e meno saremmo state esposte agli sguardi dei clienti, prima avrebbero potuto svuotare i magazzini, per riempirli nuovamente. Appena arrivai, ero già in offerta.

Avrei dovuto capirlo che mi era andata male quando quella mano mi aveva abbracciata senza affetto. Non mi aveva dato neanche il tempo di darmi una rinfrescata, prima di concedermi a lui. Posso ancora percepire sul bordo quel primo contatto con le sue labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.  Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, con disgusto, vorrei urlare che non ho potuto opporre resistenza, che avrei potuto essere meglio di così. Lui si sdraia, forse sviene, non mi considera, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di disperazione. Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora rotolo lentamente via da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa, in fondo?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza bollicine: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.

Pausa

[Flussi]

Dopo poco più di due anni Gabbiani Grassi e Fogli Volanti si prende una pausa.

Di quanto?

Del tempo necessario per rimettere in ordine idee e priorità, per riorganizzare argomenti, per prendere il sole e la salsedine, per respirare e ripensare il futuro.

Storie vecchie e nuove, ritmi armonici, selezione all’ingresso e un foglio bianco da cui ripartire. Che tanto bene fa.

Ci si vedrà più in là, quando il tempo lo permetterà, tararì e tararà, non facciamo che ‘un ci si sente più eh.

Buoni voli.

Esperienza extracorporea

[The One]

Mi piace guardarti mentre parli con la gente.

Mi pare quasi irreale.

Osservarti interagire con il mondo, come se allargassi per un momento l’inquadratura, come se vivessi una di quelle esperienze extracorporee nelle quali i fantasmi sono di un azzurro semitrasparente, come se all’improvviso constatassi che esisti veramente.

Come se ogni tanto fosse necessario allontanarsi per vederti meglio.

Intanto tu parli, parli, parli e io sorrido, aspettando che mi guardi, per tornare ad avvicinarmi e vederti da vicino, vicinissimo.