Cucchiaio

[The One]

Un po’ come il colore del cielo che arrossisce di fronte al mare

un po’ come il calore dell’orizzonte verso cui volano i gabbiani

un po’ come l’odore del vento che trasporta pollini e ricordi

un po’ di tutto questo si posa sulla pelle

quando di notte

ci abbracciamo.

E invece 16

[Varietà]

Mi pareva

un afflato di tradizione

un’istigazione peccaminosa

un tripudio olfattivo

una promessa alle papille

un addio alla sobrietà

una piscina di trigliceridi

e invece era

una parmigiana fatta in casa.

La ricerca 3

[Varietà]

Tante piccole orme, una dopo l’altra, una catena di ombre su un manto tanto bianco da infastidire lo sguardo.

Una bambina cammina nella neve con il capo chino, controllando meticolosamente ogni movimento del corpo. Ad ogni passo appoggia piano la suola delle scarpe sulla superficie bianca, si ferma un attimo, si sforza di percepire il confine tra aria e neve, poi molla gli ormeggi e lascia che il peso della gamba faccia affondare il Moon Boot rosso fuoco.

La bambina tende l’orecchio, assaggia lo sgranocchio dello stivaletto che trova un’improbabile resistenza, annusa il freddo che si compatta, intuisce il cambio di stato da neve fresca a neve schiacciata e sporcata. Poi di nuovo silenzio.

La bambina si blocca un attimo, resta completamente immobile fatta eccezione per il vapore del suo fiato, poi muove un muscolo e fa un altro passo.

In fisica avevo 4

[Varietà]

Sdraiato a terra

gres porcellanato effetto legno sotto la nuca

rimbomba una canzone

pulsa nel cervello

ovatta le sinapsi

panna cotta i pensieri.

Ma poi, quali pensieri?

Qui è tutto un pot-pourri di melassa e bassi

quattro-quarti e comandi vocali

amplificato dal gress porcellanato effetto legno

che è un ottimo conduttore

o forse no

in fisica avevo 4.

Ma poi, che canzone è?

Quella canna era decisamente troppo forte.

E intanto noi

[Varietà]

Appesa a un filo di nebbia

rintocca la campana dei giorni di pioggia

vibra una nota piatta, carica di pallore

e intanto noi

chiusi dentro una bolla cava

pesante

persistente

ticchettiamo sulle pareti come ballerini senza gioia

galleggiamo in attesa che passi un’altra ora

un’altra ora ancora.

La ricerca della bambina 1

[Varietà]

Una bambina, sdraiata sulla cima di una collinetta erbosa, guarda la discesa e conta in silenzio.

– Tre, due, uno…

Trattiene un palloncino di fiato nei polmoni, si sporge appena e lascia che l’inerzia le faccia prendere velocità.

Mentre rotola, prima piano poi sempre più veloce, tiene le braccia alte sopra la testa, tese come se dovesse arrivare al pensile alto della cucina, e lo sguardo serio, intenzionata a non perdersi neanche una sfumatura dei colori che le si alternano frenetici davanti agli occhi. Il terreno diminuisce la propria pendenza, tornando progressivamente in piano, e con lui rallenta anche la corsa della trottola umana, finché non si ferma con un leggero tonfo sull’erba.

Sdraiata sulla schiena la bambina fissa il blu, la testa che le gira appena e fa ruotare le nuvole sopra di lei, e ripensa al caleidoscopico alternarsi tra terreno e cielo della sua discesa. Ricerca un particolare, un’immagine al confine tra realtà e fantasia, un fotogramma fuori posto.

Dopo qualche minuto sbuffa, si tira su e torna decisa sulla cima della collina.

La forma del silenzio

[Varietà]

Il respiro, profondo, irregolare, della persona che dorme accanto.

Il ronzio della lampadina accesa a fianco del letto.

Il gorgoglio dell’acqua che scende nei tubi condominiali.

Lo scalpiccio della famiglia al piano superiore.

Il crepitio di una bottiglia di plastica in cucina, che tenta di tornare alla sua forma originale.

Il vocio di un gruppo di ragazzi che passa sotto la finestra.

Il latrato di un cane in lontananza.

Sopra un tappeto monofrequenza si stendono tutti i rumori, uniti da un filo metallico, acuto e costante, che ha cancellato il ricordo della forma del silenzio.

Porto

[Varietà]

La nave giunge in vista del porto.

Mesi, anni, vite di navigazione tra onde, fulmini e tramonti, trovano infine l’apice terminale; tutti i momenti passati, anche quelli più umili, anche i mozzi, si accalcano sul ponte, sgomitano per un posto in prima fila, per aggiudicarsi la visione di un lembo di fine.

La nave inizia le procedure d’attracco.

Il ricongiungimento con la terraferma avviene al rallentatore, quasi con incertezza, come se i due non fossero del tutto convinti di volersi toccare di nuovo, come se non esistesse la certezza di volersi fermare dopo tutto questo girovagare.

La nave viene ormeggiata al molo.

Fissità apparente, mentre sotto, dentro, rimesta l’oceano, il mare o l’amore; fermezza momentanea per permettere lo sbarco, l’imbarco e tutto ciò che è necessario per sopravvivere, in attesa di una nuova meta, in attesa di un nuovo senso.

Brevi riflessioni di rincorsa

[Flussi]

Ultimamente scrivo di rincorsa, con un po’ affanno a volte, al soldo di una scadenza di cui sono il committente.

Mi rimbomba in testa l’atto più che il contenuto, l’impellenza del rintocco più che la brezza della discesa. Meno spunti o flash, più ragionamento e sforzo.

Bene, la mente ha radicalizzato un’abitudine, scardinato il gene della pigrizia in favore di una metodo e impostato il promemoria di un impegno.

Male, a volte temo che la cadenza autoimposta non sia sincronizzata con l’effettiva disponibilità della scrittura, e che ciò porti all’effetto “consegna del compito in classe al suono della campanella”, con il rischio di produrre testi tanto per fare.

Eppure questo può anche essere un luogo dove sbagliare, osare ed esagerare.

In fondo cosa sia questo luogo, lo decido io.