Corso di comunicazione

[Varietà]

Un palcoscenico illuminato da luci al neon, sedie in polipropilene distanziate con cura, un pubblico vestito da parata, con i colletti troppo stretti e i colori a mezz’asta.

Un bambolotto di pezza, incrostato di brillantina secca, fa il suo ingresso in scena senza che venga accolto neanche dall’eco d’un applauso. Il pupazzo indossa una maschera dagli occhi piccoli e un gran sorriso, e la maschera ne copre il volto, ne cela l’espressione, eppure non ne nasconde l’odore. Emana un afrore pungente, come di agrumi e barzellette sconce, un profumo ipocrita che si fa largo tra narici e sinapsi, alla ricerca di una consistenza che ricordi il pongo.

– Signore e Signori, oggi impareremo a parlare! Muti non sarete più, i vostri gesti avranno finalmente un senso, i vostri silenzi saranno carichi di significato!

Comincia uno spettacolo fatto di luoghi comunissimi, frasi fattissime e concetti talmente triti, da essere fini come polvere che si sperde nella sala e che si posa sulle teste del pubblico, mescolandosi alla forfora.

Del bambolotto non si vede mail il vero volto, se non in brevi momenti in cui si mette di tre quarti e dallo spiraglio della maschera si intuisce il profilo di un volto acre, denti stretti che stridono tra loro, due occhi sprezzanti da giudice vendicativo.

Lo spettacolo va avanti senza intoppi, il sorriso sulla maschera regge, le parole fluiscono regolari.

Un applauso strascicato e giù il sipario.

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