Senso fisso

Spioncino

Sono una testa che pensa e quando me ne andrò in pensione, o quando mi cacceranno, potranno dire tutto di me, ma non che non abbia dato all’azienda tutto me stesso. Io quando cammino penso, questa notte mi sono svegliato e ho pensato, anche adesso, mentre sto giocando a tennis, sono tutto pieno di pensiero. Penso a come svolgere quel task, penso a quanto far fruttare quell’asset, penso a quando dovrò risolvere quell’issue.

Perché penso così tanto? Che domanda strana, sono fatto così, no? Sono uno che tiene alla maglietta che indossa, uno che non sa dire di no, sempre alla ricerca di qualcuno che abbia una deadline da imporre, un’aspettativa da soddisfare, un pensiero da assegnarmi.

Mi ritrovo a pranzare senza sentire sapori, mentre rincorro le urgenze, contatto chi di dovere, partecipo a tre riunioni contemporaneamente perché la mia presenza è mandatoria. La reperibilità perenne è esplicitamente richiesta dal mio piano di sviluppo, al quale mi attengo scrupolosamente, perché chi sono io se non la mia job description?

Il mio pallino è sempre verde, se vira al giallo vado in affanno, il contatore delle email non vede un numero sotto le tre cifre da almeno quindici o sedici cicli commerciali. Questo mondo è spietato, ma nulla mi scoraggia, le difficoltà mi giustificano, perché se tutto fosse semplice io non servirei, giusto?

Ogni mattina affronto la fitta selva della mia agenda con un click di machete e la visiera marca Qwerty, mentre dietro la nuca sento ringhiare fameliche le notifiche, i punti esclamativi, i non letto. Passa a stento l’aria tra una call e l’altra, eppure io trattengo il fiato e avanzo a testa bassa, a spalle curve, a culo piatto.

La scalata verso la vetta più alta non conosce tregua, richiede costanza, reattività e completa dedizione, solo così si può essere sicuri di essere considerati adatti al ruolo, meritevoli di responsabilità e in ultimo, l’utopia finale, indispensabili.

Sembra dura? Lo è, ma io conosco i trucchetti del mestiere. Primo, sempre fingere stupore ed eccitazione di fronte a repliche pluriennali mascherate da novità inedite. Mi pare si chiami avere un atteggiamento open mind, o non mettere mai in discussione quanto riportato in una presentazione, non ricordo. Secondo, scegliere massimo tre battute, di quelle che fanno i presentatori di programmi mattutini per risultare simpatici al pubblico delle case di riposo, e ripeterle, ripeterle costantemente nei momenti di silenzio, di convivialità, di stress. Se non erro si fa per risultare umani e aperti, non credo c’entri affatto la mia incapacità di inventare qualcosa di originale, il mio pessimo senso dell’humor e il mio disagio di fronte alle relazioni umane al di fuori del contesto lavorativo. Tanto chi sta sotto di me ha il dovere morale di ridere, perlomeno come segno di riconoscenza per tutto quello che faccio. Terzo, le lamentele e gli sfoghi sono accettati, non siamo mica in dittatura, l’importante è che siano lagne fini a sé stesse, nel caso in cui l’uditore sia un mio diretto riporto o critiche costruttive, nel caso in cui l’interlocutore sia un mio superiore. Sono piccoli accorgimenti che una testa d’esperienza come me ha imparato negli anni, che mi permettono di stare qui, saldo e motivato, colmo di target e pensieri.

Questo lavoro mi dà da pensare, quotidianamente, orariamente, minutamente, continuamente impegna le energie che produco, perché questo ci si aspetta da me, questo mi aspetto da me in quanto testa.

Sono una testa che pensa, perché se mai smettessi di farlo mi renderei conto di essere vuota.

Vita d’un paguro 3

[Varietà]

Edgar era affranto. Dall’altra parte della conchiglia gli arrivavano i singhiozzi della moglie, si sentiva in colpa e impotente. Erano mesi che litigavano pressoché tutti i giorni, ma questa era la prima volta che Marisa non riusciva a controbattere al malumore del marito.

Si amavano, di quello era certo, si amavano profondamente. Se lo ripetevano spesso, come se avessero bisogno di ricordarselo a vicenda, come se avessero bisogno di uno scoglio al quale aggrapparsi.

Sembrava passato un secolo da quando avevano firmato il contratto per l’acquisto del loro masso, da quando aveva tenuto tra le chele il piccolo Lucas per la prima volta, da quando si svegliava la mattina carico di entusiasmo per recarsi al lavoro di buon’ora, salutando tutti con il sorriso, orgoglioso di far parte della Cooperativa Pagurense, che tanto bene faceva alla società e all’ambiente.

O almeno così gli avevano fatto credere.

La Cooperativa si era rivelata una società satellite di una multinazionale con pochi scrupoli e molti profitti. Il mantello di solidarietà e politica green nascondeva un giro di interessi dell’élite dei granchi ben abbienti, che sfruttava la facciata eco-solidale della società per farsi belli alle cene di beneficienza, mentre riciclavano nient’altro che i loro guadagni illeciti. Gli scandali avevano colpito le alte sfere, ma gli effetti si erano sentiti perlopiù tra i semplici lavoratori: riduzione di personale, ritardi nei pagamenti e orari al limite del crostaceamente accettabile.

Negli anni la disillusione e la routine avevano fiaccato lo spirito di Edgar, portandolo, senza rendersene conto, a essere ciò che più di tutto detestava: suo padre.

Alzò lo sguardo e vide che sul comodino, tra la posta che Marisa aveva raccolto, c’era una cartolina colorata.

Proveniva dai Caraibi ed era firmata “Marcello”. Suo cugino. Quel maledetto fancazzista. Edgar fissò la cartolina per dieci minuti buoni, poi la stracciò.

Detriti

[Flussi]

Clicco play e sullo schermo appaiono montagne di detriti accumulati su palmi aperti, protesi verso un pubblico in attesa di download.

Proposta di un pasto non richiesto, indigesto, servito con la delicatezza riservata alle oche condannate ad essere innaffiate con Madeira.

Delirio loro, delirio mio, delirio a senso alternato e con destinazioni opposte. Rette parallele sprezzanti, disprezzanti, dispiegamenti di ali spiumate in picchiata verso il suolo, verso detriti di parole.

Corso di comunicazione: approfondimenti

[Varietà]

Pausa e storia.

Tutti sorridenti, mi raccomando, sfoggiamo denti di nylon per far contente le fronti spaziose, ariose, che ci fissano come se fossimo i personaggi di un videogioco in procinto di passare di livello.

Annuiamo diverti e fingiamo d’essere affetti dal morbo di Alzheimer, non perdiamoci neanche una pellicina dei quattro aneddoti riproposti con gli stessi cambi di tonalità.

Godiamoci la novità: un’abbondanza di volgarità nauseabonda, servita solo per riempire il nulla, per riempire le pance.

E come diceva Rockefeller.

Qui si allenano gli dei.

Ve lo giuro su mio figlio.

Questa volta sono in imbarazzo.

Questa volta ho il vomito.

Sindacalismi

[Varietà]

Udite udite!

Squillino le trombe!

Si dispieghino i tappeti sdruciti!

Che entrino gli sciagattatori del senso comune!

Facciano il loro ingresso gli sciorinatori dei vuoti a rendere!

Date il benvenuto agli srotolatori delle arringhe di pluriball!

Al tavolo della fuffa troverete posate satinate e tegami caldi, tovaglioli di superlativi e taglieri d’avverbi.

Accomodatevi e gustatevi questa perdita di tempo che solletica le papille e appassisce le palle.

Corso di comunicazione: considerazioni

[Flussi]

Parole che si rincorrono in cerchio per prendersi a calci, leggere come un flan di groviera marcescente, vuote come il ripieno di una brioche industriale.

Sono così certi corsi di formazione – banalità moduli I, II e III – prendono per il culo la platea come un prestigiatore mediocre, tronfio dei suoi giochetti mal riusciti nel suo abito di poliestere, luccicante di perline e frasi fatte.

Alla conclusione dello spettacolino siamo anche spinti all’applauso, per fare piacere al padroncino che ha commissionato questo scempio di sorrisini tirati, e si è beato di un’altra giornata persa.

Corso di comunicazione

[Varietà]

Un palcoscenico illuminato da luci al neon, sedie in polipropilene distanziate con cura, un pubblico vestito da parata, con i colletti troppo stretti e i colori a mezz’asta.

Un bambolotto di pezza, incrostato di brillantina secca, fa il suo ingresso in scena senza che venga accolto neanche dall’eco d’un applauso. Il pupazzo indossa una maschera dagli occhi piccoli e un gran sorriso, e la maschera ne copre il volto, ne cela l’espressione, eppure non ne nasconde l’odore. Emana un afrore pungente, come di agrumi e barzellette sconce, un profumo ipocrita che si fa largo tra narici e sinapsi, alla ricerca di una consistenza che ricordi il pongo.

– Signore e Signori, oggi impareremo a parlare! Muti non sarete più, i vostri gesti avranno finalmente un senso, i vostri silenzi saranno carichi di significato!

Comincia uno spettacolo fatto di luoghi comunissimi, frasi fattissime e concetti talmente triti, da essere fini come polvere che si sperde nella sala e che si posa sulle teste del pubblico, mescolandosi alla forfora.

Del bambolotto non si vede mail il vero volto, se non in brevi momenti in cui si mette di tre quarti e dallo spiraglio della maschera si intuisce il profilo di un volto acre, denti stretti che stridono tra loro, due occhi sprezzanti da giudice vendicativo.

Lo spettacolo va avanti senza intoppi, il sorriso sulla maschera regge, le parole fluiscono regolari.

Un applauso strascicato e giù il sipario.

Workday

[Flussi]

Costante ricerca di uno sviluppo che non interessa a nessuno.

Malata richiesta della costante, urgente, eccezionalità.

Repliche pluriennali mascherate da novità inedite.

Reperibilità perenne, pallini rossi, gialli, verdi, somme di notifiche, di punti esclamativi, di non letto.

Calendari farciti allo stremo per non far passare l’aria, per non fare i conti con il vuoto.

Le stesse battute, le stesse fottute battute ogni cazzo di volta.

A qualcuno tutto questo interessa, a qualcuno tutto questo entusiasma, per qualcuno tutto questo dà senso al tempo.

Io ho solo mal di testa.