Il pittore senza colori

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola TELA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @ale_primo_conte, @alicenonsa, @aritmia_poetica, @cm.wr, @gabbianigrassifoglivolanti, @iosonorainmaker, @mes.chers.souvenirs, @respiro_nero, @sibilodivento, @spazinfiniti. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Il pittore raggiunge infine il posto prescelto. Negli ultimi giorni era tornato più e più volte in quel luogo per essere sicuro di trovare il taglio giusto.

Giunto sulla cima della collina si ferma, respira, annuisce.

Apre lo sgabellino, legno e tela verde e panna; sistema il cavalletto, gioca con i centimetri e ne cambia l’angolazione almeno dieci volte; poggia infine la tela, silenziosa, austera, spocchiosa, bianca.

Il pittore si siede.

Il pittore osserva.

Il pittore ascolta.

Il pittore sceglie.

Per il cielo sceglie il colore della brezza improvvisa in una giornata estiva.

Per le nuvole sceglie il soffio di un bambino su una girandola brillante.

Per il campi coltivati sceglie il biondo bagnato di una ragazza appena uscita dal mare.

Per gli alberi sceglie la saggezza frondosa di un anziano che gioca con il nipote.

Per i fiori sceglie le luci dei fuochi d’artificio più alti mai visti.

Per il fiume sceglie il riflesso di un occhio lucido affacciato da un treno in corsa.

Per le rocce sceglie la sfumatura della costa di un libro che gli era piaciuto tanto.

Per la terra sceglie la sporcizia tra le unghie di un uomo che torna tardi a casa dopo una giornata di lavoro.

Per i casolari in lontananza sceglie le risate di una famiglia durante una gita all’aperto.

Il pittore si alza, dà un ultimo sguardo al paesaggio, sorride e, richiudendo tutto, mette via la tela chiacchierona, bonaria, sorridente, bianca.

Pistola e giarrettiera (3 di 3)

[Varietà]

Terza e ultima parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Buona lettura.

Piegò la gamba tatuata poggiando la suola dello stivaletto contro il muro senza preoccuparsi di sporcare un intonaco già segnato e stanco. La linea di fuoco si alzò ubbidiente, fissando la mira su un cinquantenne dalla fronte sudata che aveva sbirciato un paio di volte la pelle nuda della ragazza. Una signora storse il naso come se le fosse stata servita una pietanza straniera dall’odore nauseabondo. Con la bocca serrata fissò prima il tatuaggio poi il volto della giovane come a volerle chiedere spiegazione di un tale scempio. Non venne considerata e non ruppe il silenzio, limitandosi a cercare sostegno negli sguardi dei vicini.

Perché una pistola?

Uno strumento di offesa o di autodifesa? Autonomia e sicurezza, aggressività e intimidazione.

Eppure, tutto questa potenza di fuoco era retta dalla delicatezza di un filo d’inchiostro. Una nuvola di fragilità e sesso, eleganza e provocazione.

Perché una giarrettiera?

Nessuno glielo chiese, preferendo ammirare con disgusto l’ossimoro grafico che mutava significato di mente in mente.

Bip, richiamò all’ordine il tabellone dei turni che lentamente fece defluire ognuno verso la tanto agognata uscita.

Pistola e giarrettiera (2 di 3)

[Varietà]

Seconda parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Tra due giorni la conclusione.

Tra i tanti elementi della ragazza che potevano catturare l’attenzione uno fra tutti lasciava uno strascico di fronti corrugate e labbra increspate. I pantaloncini di jeans la coprivano ben poco e il tatuaggio si stagliava sulla coscia pallida di primavera. Un reticolo di tratti finissimi correva in tondo disegnando con minuzia il pizzo di una giarrettiera. L’effetto ottico della trasparenza era accentuato da ombreggiature, la profondità esaltata da fiocchetti di seta inchiostrata. Un vezzo voluttuoso che era interrotto sull’esterno della gamba da linee ricalcate, dure; come se l’autore non avesse voluto lasciare il segno solo in superficie, come se quel nero massiccio avesse dovuto fissarsi fin dentro i muscoli, mescolarsi al sangue della ragazza. Quel calcio, quel grilletto, quel mirino non erano solo rappresentazioni grafiche; sembravano voler essere parte integrante della fisicità di lei, con lo sguardo fisso su un numero luminoso e il passo convinto.

La pistola rimaneva pizzicata in un equilibrio irreale tra la giarrettiera e la pelle. Un trittico laico ai cui lati femminilità e violenza si facevano ali di una spudorata sicurezza.

A ogni passo l’arma seguiva fedele la padrona, modulando la sua forma insieme alla pelle ora rilassata ora tesa dallo scatto dei muscoli. La giovane lanciò un’ultima occhiata al fondo della sala prima di tornare indietro e appoggiare la schiena contro il muro vicino l’ingresso. Se aveva notato gli occhi che seguivano i suoi movimenti non lo diede a vedere.

[continua tra 2 giorni…]

Pistola e giarrettiera (1 di 3)

[Varietà]

Un nuovo racconto a puntate, 3 in tutto, che terminerà venerdì. Buona lettura.

Gli sguardi delle persone in coda ondeggiavano in una melassa di noia. La nausea dell’attesa sbuffava alzando le sopracciglia, torturando le unghie come fossero colpevoli della folla, del sudore, dell’umidità.

Le poste di quartiere. Gorgo di insofferenza, sospiri e francobolli.

Le poste di quartiere il lunedì dopo un lungo ponte estivo. Una ciurma di anziani veterani, utenti occasionali e novizi spaesati.

Lo squittio della macchinetta che manteneva l’ordine della fila annunciò il suo ingresso nell’indifferenza altrui. Una giovane figura femminile prese il foglietto con il numero che le era stato assegnato, si voltò a fissare la tabella luminosa che associava il cartoncino ad uno sportello ed entrò nell’afa.

La noncuranza del pubblico scemava man mano che la ragazza avanzava nella saletta d’attesa alla ricerca di un posto a sedere. Saranno stati i suoi lunghi capelli rasati da un lato, di un biondo che stingeva verso le punte in un verde opaco; saranno stati i piercing al naso, o quelli sul sopracciglio; sarà stata la canottiera nera con un demone che rideva mostrando un’ascia insanguinata, di una taglia tanto grande da far intravedere la fascia rosa carne che le reggeva il seno. Oppure le Dr. Martens sfoggiate nonostante il caldo, la borsa di tela rattoppata con spillette e scritte colorate, gli occhi verdi senza trucco che non mollavano mai il tabellone dei turni.

Girò intorno alle sedie che però sembravano tutte occupate e arrivò a ridosso degli sportelli. Dalla borsa estrasse il cellulare sul quale ticchettarono le unghie lucide, smaltate con precisione. Le dita si mossero svelte, armoniose, poi ripose il telefono nella borsa.

[continua tra 2 giorni…]

Verde, giallo, rosso 2

[Varietà]

Seconda e ultima parte del breve racconto cominciato con il post di due giorni fa.

La terza macchina della coda ha il finestrino del conducente abbassato per metà, dall’apertura esce intermittente il fumo di una sigaretta. Il lavavetri allunga le braccia, mostrando la bottiglietta di plastica e la spazzola usurata. Dal finestrino spunta una mano con l’indice alzato che oscilla come un tergicristallo.

Il giovane inclina la testa, abbozza un sorriso. – Non ti do nulla, lascia stare – dice l’uomo seduto in macchina, poi aspira una boccata dal mozzicone. L’altro si avvicina alla portiera, allunga una mano – Per piacere, una moneta, per mangiare. – L’uomo sputa il fumo fuori dall’auto, poi si rivolge al ragazzo – Non ti do un cazzo. Non rompere i coglioni che già è una giornata di merda. – Il giovane non si muove di un millimetro né nella posizione né nell’espressione del viso – Amico per piacere, una piccola moneta, fame per i bambini – si porta la mano con cui regge la spatola e la bottiglietta verso il cuore. – Non me ne frega un cazzo, torna al tuo paese e non mi rompere i coglioni! – dice alzando la voce l’uomo in macchina – Non farmi incazzare, vattene e non rompere i coglioni. – Aspira un’ultima volta dalla sigaretta ormai finita e la fa volare fuori dal finestrino con un rapido gesto delle dita. Il mozzicone passa a qualche centimetro dalla spalla del ragazzo.

Verde. Il ragazzo si alza, si volta e si dirige verso il semaforo. Appoggia gli strumenti a terra, rovista in tasca e trova una sigaretta che si infila in bocca. La accende e mormora qualcosa nella sua lingua.