Esperienza extracorporea

[The One]

Mi piace guardarti mentre parli con la gente.

Mi pare quasi irreale.

Osservarti interagire con il mondo, come se allargassi per un momento l’inquadratura, come se vivessi una di quelle esperienze extracorporee nelle quali i fantasmi sono di un azzurro semitrasparente, come se all’improvviso constatassi che esisti veramente.

Come se ogni tanto fosse necessario allontanarsi per vederti meglio.

Intanto tu parli, parli, parli e io sorrido, aspettando che mi guardi, per tornare ad avvicinarmi e vederti da vicino, vicinissimo.

E invece 29

[Varietà]

Mi pareva

un sequestro alieno

una défaillance effimera

un mancamento fulmineo

una badilata temporale

uno svenimento post-apocalittico

una pausa sensoriale

e invece era

un abbiocco pomeridiano.

Ogni volta (o Riflessivi desueti)

[The One]

Ogni volta come la prima volta

mi beo

dell’effetto che fa la pressione del tuo corpo sul mio,

il peso di tutti i tuoi organi, posti esattamente in quell’ordine;

mi estasio

della sensazione di compressione sulle ossa

che si adattano, molleggiano,

plasmate dal desiderio di esserci addosso;

mi crogiolo

nel calore diffuso, colloso,

spanso sulle pelle come olio,

come quelli che ti spalmi sotto la doccia

mentre ti guardo e sorrido

come la prima volta.

Vita d’un paguro 1

[Varietà]

L’acqua si era ritirata, lasciando un velo di schiuma bianca dietro di sé. Il paguro sbirciò fuori. Tutto sembrava tranquillo. Tirò fuori le zampe dalla conchiglia e sentì la sabbia umida sotto di sé. Si aggrappò con forza al terreno e si lanciò verso il punto dove era sicuro di aver visto un frammento di sogliola. Era lì e spuntava di un nulla dalla rena.

Il sole batteva forte, il rumore della risacca si fece più cupo, annunciando la prossima onda con un gorgoglio che pareva arrivare direttamente dall’inferno. Dei paguri.

Il paguro correva a chele basse, chiudendo gli occhi per proteggersi dalla salsedine che gli sferzava il volto, lo sguardo fisso sull’obiettivo. Ancora pochi centimetri, pochi centimetri ancora.

Di colpo tutto si fece nero. Il paguro imprecò.

I suoni gli arrivavano ovattati sotto lo strato di sabbia sotto cui era finito. Riuscì solamente a distinguere le parole “smettila”, “paletta” e “mammaaa-mi-ha-distrutto-il-castellooo”, poi grida e versi acuti che neanche alcuni delfini di sua conoscenza li avrebbero tollerati.

Il paguro non sopportava più quella vita.

Per l’ennesima volta ripiombò nei pensieri cupi che lo tormentavano da mesi. Cosa ci faceva ancora lì? Che prospettive aveva? Chi era diventato? Cosa voleva dalla vita? Era felice?

Dove prima vedeva un luogo pieno di vita dove poter stabilirsi, ricco di servizi e opportunità, un luogo di scambio e raccolta dove lui e la sua famiglia avrebbero potuto vivere felici, ora gli occhi gli restituivano una vista deprimente: una spiaggia affollata di cicche di sigarette e piedi umani, raggaeton e olezzo d’immondizia lasciata al sole. Che merda.

Edgar riemerse dalla sabbia, mandò a fanculo tutto il mondo, girò le chele e si diresse verso casa.

Buio 3

[Varietà]

Due mani farneticano febbrilmente

balbettano

danzano

convergono in girotondi frenetici su loro stesse

senza requie

senza appigli

alla mercé di polpastrelli curvi sotto il peso delle aspettative

ricercano la strada perduta, la pace decaduta

o anche solo un paracadute lanciato a tutta velocità verso un suolo che non si vede

e se non si vede

forse non esiste.

Proprio con quegli occhi lì

[The One]

Esco su balcone – è tornato il caldo –

prendi il sole su una sdraio da veri professionisti

mi guardi e sorridi – proprio con quegli occhi lì –

m’incanto – quegli occhi lì –

chiedo se vuoi un caffè

mentre tu non hai ancora messo via il tuo sorriso – e quegli occhi –

non rispondi

fai solo un cenno con la testa – si muove tutto, anche il mondo –

che no

non lo vuoi

però chiedi senza parlare

di starti vicino

proprio io

che vicino a quegli occhi lì è come essere al mare.