Piccole cose che mi tengono in vita

[Flussi]

Scrivere; non più attendendo il gong mentale per cominciare, ma ricercando regolarità e cadenza, rispettando ritmi e affidandosi a un’armonia che sia solo personale.

Leggere; dedicando ogni cellula al testo, paraocchi cartaceo che esclude allo sguardo il resto del mondo, solo per la durata di qualche riga.

Camminare; alla ricerca della sincronia tra il passo e il pendolo interiore, nella coerenza dell’oscillazione universale, anche se per un secondo appena.

La bellezza; quella racchiusa nelle piccole cose che può essere vista e percepita, quella che senza sbracciarsi mi ricorda della sua esistenza e che io, in fondo, valgo nulla di fronte a lei.

X rossa

[The One]

Ho una X rossa sulla mano sinistra, più precisamente nell’incavo tra il pollice e l’indice, me l’hai disegnata tu ieri sera; mentre mi passavi la penna sulla pelle sorridevi e avevi gli occhi di una bambina. Una volta terminata hai ammirato la tua opera su tela umana con uno sguardo soddisfatto e hai emesso un suono strano, a metà tra una risata e un urletto.

Tu forse non lo sai ma io amo quel verso sciocco che fai quando sei felice, quando fai qualcosa di buffo per prendermi in giro o per attirare la mia attenzione con un dispetto. Mi fa stare bene quello starnazzo infantile che si prende gioco della serietà degli altri, che fa a stilettate con i timpani e che tanto contrasta con la morbidezza delle tue guance.

Questa X rossa, intanto, pare non voler venir via, resiste alla prima e alla seconda passata di sapone, decido allora di premiare la sua ostinazione lasciandola al suo posto ancora un po’. La terrò oggi, forse anche domani, così, mentre lavoro e ti aspetto, guardandola potrò sorridere ripensando al tuo schiamazzo che mi rende felice.

Confusione lunare

[Varietà]

Una luna pensosa stasera, sfocata nel suo riflettere, fuma e sbuffa mentre cerca una risposta a una domanda sconosciuta.

Sotto questa luna di Rodin vaga un volto assonnato senza arte né carte, alza lo sguardo verso Marte e fantastica su chi resta e su chi parte.

Domande senza punti interrogativi salgono in cielo e si mettono in fila dietro tutte le questioni in attesa di essere risolte e svincolate. Buio di rebus lasciati in bianco, consegnati alla cattedra in una bella brutta, nella speranza di una sufficienza grattugiata da una crosta. Nero di vicoli ciechi che si mangiano la coda, si avvinghiano affamati, ululano alla padrona reclamando un osso di luce da sbranare.

Gira le spalle la luna e si incammina senza curarsi di niente, dilaniata dalle sue domande, ossessionata dalle loro risposte.

E invece 13

[Varietà]

Mi pareva

un momento di cedimento

una pietra di pongo

un intoppo di percorso

un’inforcata plantare

un augurio discutibile

un’interpretazione catartica

e invece avevo

pestato una merda

Bastano i tuoi occhi

[The One]

Ripercorro spiagge d’inchiostro, fino a incappare, di nuovo, negli occhi che avevi quel giorno.

Rivivo l’asma emotivo e la luce, mesciata alla risacca delle onde morbide, che curava ogni tuo riflesso lavorandoti con un pennello fine, usandoti la cura dell’esteta che ricerca l’utopia.

Sotto i piedi sento i granelli di sabbia, singole lettere, freddi e consistenti come pan di spagna, inclinati tutti verso l’epicentro sorridente che sei; mi guidano verso di te, mi indicano la strada da percorrere piede dopo piede, bacio dopo bacio.

Su quel litorale vorrei poterci tornare, basta un attimo, bastano i tuoi occhi.

Il suono di un quartiere

[Flussi]

A breve tocca la mezzanotte. Strade vuote, una scacchiera di insegne accese e spente, disposte in ordine casuale dalla più consumata e carica di storia alla più lucida e fiera.

Certi quartieri assomigliano a piccoli pianeti, ruotano attorno al loro asse, una via, una piazza, e nella rotazione compiono giri di vite, avviluppandosi su per i calzoni di una vecchia china a pulire le quattro piastrelle di fronte al portone di casa.

Alberi e aiuole sempre ottimisti rinascono ogni anno per fare a gara a chi nota per primo i piccoli cambiamenti: una tapparella pulita dieci punti, una strada riasfaltata due punti, un campanello con un nuovo nome quindici punti.

Intorno a certi quartieri gira un’aria che pare sempre la stessa, fa il giro dell’isolato e torna indietro, si ferma per un attivo davanti a un cantiere con le braccia dietro la schiena, poi riprende il suo percorso quotidiano.

Certi quartieri li apprezzi solo di notte, girovagando per le strade deserte nel silenzio del buio, finalmente liberi di godersi i propri spazi, i propri colori e i propri suoni.

Socialismo in coda

[Flussi]

– Chi è l’ultimo? – chiede la signora giunta in prossimità del capannello di persone di fronte all’ingresso della farmacia.

“Chi è l’ultimo”, perché ciò che scandisce la società sono le classifiche, le graduatorie, la meritocrazia del primo. Ciò che conta è l’oro, l’ordine cronologico, il diritto della precedenza basato sul dato di fatto.

In un altro mondo la stessa signora avrebbe potuto chiedere “Chi ha più urgenza?” o “Chi ha più bisogno?”: ognuno avrebbe esposto brevemente la propria situazione e un criterio di buon senso sociale avrebbe determinato l’ordine d’ingresso.

Un mondo con molte più parole, più lento forse, di certo non esente da bugie e truffe. Un mondo in cui società e condivisione avrebbero beneficiato di un peso diverso, un significato non solo ideologico, ma pratico e di applicazione quotidiana. Una realtà non per forza migliore, solo più umana, nella quale non sarebbe stata necessaria la condivisione di un freddo dato temporale o di una regola fisico-matematica per determinare azioni e interazioni tra persone.

In un mondo così, forse, la signora avrebbe posto un’altra domanda.

– Io, signora, sono io l’ultimo – rispondo con un cenno della mano, prima di tornare a spippolare sul telefono.

Dinosauri di roccia

[Flussi]

Procedo verso l’acqua sul dorso scheletrico di un dinosauro roccioso, tra vertebre irregolari quasi scivolo e cado. La bestia dorme da millenni, il respiro si percepisce appena, mischiato nel suono alla risacca delle onde. Nonostante l’immobilità dell’imponente animale la mia stabilità è precaria, mi devo reggere con le mani per non cadere tra le fessure e le crepe. Non sono mai stato bravo a camminare sugli scogli.

Una volta giunto all’acqua, però, ogni volta mi rendo conto di quanto sia più vero il mare visto da qui, da queste rocce umide che accolgono e respingono le carezze e gli schiaffi delle onde. Ostile e magnetico impone silenzio e rispetto, quindi mi siedo, respiro e ringrazio.

Così è la fine (o Niente di più 2)

[Flussi]

Riapro gli occhi e sono sotto un vetro, l’acqua nei polmoni, provo a urlare ma non mi sento neanche io.

Vetro contro la faccia, vetro contro la schiena, sotto i piedi, sopra la testa, contro i fianchi. Muoversi non è possibile, davanti a me il grigio.

Percepisco solo lo scattare delle pupille, si spostano tanto rapidamente da farmi male, disperate ricercano uno scampolo di speranza, ma il campo visivo è occupato da un unico, nauseante, omogeneo color nebbia.

Boccheggio, gli spasmi dei muscoli fuori controllo mitragliano le viscere, tento un ultimo urlo muto, con tutto ciò che mi rimane di vivo.

Così è la fine.

Doggy bag

[Flussi]

Sei stato bravo. Forse più fortunato che bravo, ma certo sei stato anche bravo.

L’accesso alla sala da pranzo non è per tutti, solo un’esigua minoranza ottiene il diritto di varcare quelle porte e ha l’occasione di ammirare tutto questo benessere di vettovaglia, bevande, dolciumi, pezzi da cento e saldi in positivo. Tu ci sei arrivato, buon per te, ma fa’ attenzione che fortune del genere non capitano due volte nella vita.

Hai mai visto una tale quantità di leccornie? Hai mai odorato profumi tanto pregni di gusto?

Tutto ciò che hai davanti agli occhi è reale, ma sappi che da qui potrai portarti via soltanto gli avanzi: ossa, molliche, bucce, se sei fortunato qualche crosta mal tagliata. Non è prevista alcuna sedia per te, puoi attendere là nell’angolino, ti preghiamo di non far rumore durante il pasto.

Quando l’ultimo commensale si sarà alzato da tavola, allora potrai avvicinarti e servirti, tutto ciò che resta potrà essere tuo. Certo, a meno che qualcun altro non se lo accaparri prima di te. Non esistono regolamenti in merito, agisci come credi sia giusto.

Ecco, questa è la tua doggy bag. Buon appetito.