Open space

[Flussi]

Siamo nel nulla cosmico di una sala riunioni, siamo nel nulla comico di celle virtuali.

Siamo incastrati in bottoni di finto avorio, siamo zuppi di inadeguatezza fino al collo.

Siamo in coda in attesa di un bonifico, siamo sulle zampe in attesa di un bocconcino.

Siamo parte di un ingranaggio che ci macina mentre guarda davanti a sé, lo sguardo fisso sul TG.

Siamo i carcerieri del nostro stesso pensiero, che nuota in tondo in una boccia di vetro, mentre le sue urla si perdono nel vuoto di un open space senza più posti a sedere.

La fine della gara

[Flussi]

Sto rincorrendo me stesso, in gara contro un tempo lepre, su un anello mentale senza traguardo.

Con il fiato corto arranco, inciampo, poi riparto, scatto, rallento, circondato da una folla di domande, dubbi e falsi miti che incita o sbeffeggia, a seconda dell’umore.

Esistono momenti però, attimi, in cui sento il vento fischiare, l’aria fredda sfiora le orecchie, fa lacrimare gli occhi e in bocca ha un sapore divino. I momenti in cui riesco a correre sono quelli che ripagano la fatica e gli sberleffi del pubblico.

Una corsa senza fine.

La fine sono io.

Meduse al soffitto

[Flussi]

Siamo un po’ così, come meduse appese al soffitto. Ci dimeniamo nel mezzo di una corrente indomabile, ancorati al nostro filo per timore di cascare giù, per timore di farci male.

Urticanti gelatine che guardano il mondo attraverso il loro corpo semitrasparente, lucidi di sudore, pallidi di senso di colpa; siamo la peggiore creazione delle nostre stesse paure, siamo la peggiore risposta alle nostre stesse domande.

Illusi di conoscere il mare, convinti di avere il diritto di controllarlo e modellarlo sulle nostri mollezze, certi di essere capaci di farlo. Figli di arroganze secolari e di credenze fatiscenti ondeggiamo, scivoliamo uno sull’altro per tutta la vita, solo per arrivare infine su una spiaggia, e lì scioglierci al sole.

52 settimane

[Flussi]

(Piccola nota al testo: oggi mi permetto di essere più autoreferenziale e diaristico del solito, per celebrare un personalissimo traguardo che mi fa piacere condividere)

Cinquantadue settimane fa era lunedì, oggi è mercoledì. È importante perché sono due – dei tre – giorni nei quali mi sono imposto di pubblicare quando tutto è partito.

Gabbiani grassi e fogli volanti oggi compie un anno e 158 testi originali, vari e variegati, vecchi e nuovi, belli e meno belli.

Il traguardo temporale, di per sé, ha poco significato se non in termini di statistiche. Ciò che conta, almeno per i gabbiani in sovrappeso, è il rispetto di una regola autodeterminata, che aveva l’intenzione di spezzare l’estemporaneità di una scrittura irregolare, eppure sempre presente negli anni.

Oltre all’autodisciplina quando si apre un blog, si crea un profilo, si imbastisce un qualsiasi tipo di bancarella virtuale dove viene esposta la propria merce creativa, in fondo si spera sempre nel successo.

Non per forza un successo – declinare il seguito in base alla tipologia di contenuto creativo – fatto di case editrici, presentazioni, premi e interviste. Ognuno ha in testa un personale tipo di successo che può essere fatto di numeri, riconoscimenti, vendette, interazioni, opinioni, richieste, conoscenze, messaggi nascosti in bottigliette di codice binario.  

Esporre in pubblica piazza anche una sola opera del proprio artigianato mentale è un gesto allo stesso tempo estremamente arrogante ed estremamente generoso, a livello personale sempre rischioso. Ma non vorrei perdermi in ciance  su un tema che ritengo totalmente soggettivo e per il quale credo sia giusto che ognuno conviva con le proprie paure, le proprie speranze, i propri sensi di colpa.

Insomma siamo qui, a soffiare su una candelina, a guardare il fumo che si dissolve e a chiedersi che sarà, che sarà, che sarà. Chi lo sa? E chi lo vuol sapere, d’altronde?

Tanti auguri ai gabbiani grassi e ai fogli volanti.

Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.

Saluto alla stanza senza altezza

[Flussi]

Un parallelepipedo di aria, solo questo. Due metri e rotti per cinque; l’altezza non la conosco, non l’ho mai misurata. Adesso vorrei averlo fatto. Adesso sembra importante.

Adesso vorrei sapere esattamente quanti centimetri servono per sfiorare il soffitto, perché la macchina è piena e non voglio dimenticare niente di questa stanza. Neanche un centimetro.

Le pareti tinteggiate di umidità sono illuminate dai segni delle fotografie attaccate con lo scotch, i buchi dei chiodini coperti con il bianchetto in un maldestro tentativo di stuccatura. In un angolo resta ancora una clip rossa che teneva uniti blocchi di fotocopie, su una mensola una ricevuta appallottolata testimonianza di un affitto pagato. Lo spazio angusto tra il letto e la scrivania, le crepe sul soffitto, il legno della porta sfondato da un pugno, la finestra cornice di alberi e case: porterò via anche questo in una fotografia lunga tre anni.

L’eco delle risate, del tempo perso, del sesso, dell’ansia, della leggerezza la sento solo io. Tra qualche giorno questo spazio verrà riempito da nuovi volti, nuova polvere, nuove storie.

Va bene così, io ho la mia fotografia senza altezza.

Scazzo on the rocks

[Flussi]

Inizio un periodo, parto da un qualcosa di casuale, tiro avanti qualche riga poi schiaccio forte la penna contro il foglio, spiaccico la mina sulla carta e la muovo come se fosse in preda a un raptus di follia.

Insensatezza senza meta. Fastidio autoindotto e improvvisa deflagrazione rabbiosa.

Siamo tutti così? Stronzetti boriosi, insicuri e presuntuosi non tanto segretamente desiderosi di successo e riconoscimenti?

E sto scrivendo tutto questo solo per sentirmi che no, che sono momenti come tanti, che passano e vanno?

Farei prima a dirmelo da solo senza occupare spazi fisici o virtuali, con la pretesa che a qualcuno importi.

Autocommiserazione, arroganza ed egoismo. Ghiaccio tritato e uno schizzo di scorza d’arancia. Servire freddo e poi spaccare il bicchiere per terra.

Cin.

Il diario di Topexan

[Flussi]

Dopo tanti anni ho riaperto il vecchio quaderno delle poesie. Quello dell’epoca liceale, quello che non è mai stato mostrato a nessuno, quelle delle poesie con i brufoli.

L’ho riaperto per vivere un flashback su carta a righe e per rivalutare, con il gusto di adesso, il materiale che scrivevo con la penna buona, sforzandomi in una calligrafia quantomeno comprensibile.

Dammi tre parole: vergogna, fastidio e tenerezza.

Un pot-pourri di cuore, mare, volare, spiaggia, vento e cuore. Rime da gote rosse e chiose da far volgere lo sguardo dall’altra parte.

Eppure all’epoca tutto ciò era parte di me e del mio gusto.

Tra venti, trent’anni mi faranno lo stesso effetto queste frasi, queste parole che ora concludo, rileggo e pubblico?

Oppure l’adolescenza è un tempo a parte, con regole tutte sue e sensibilità completamente diverse dal resto della vita?

Eppure è giusto seguitare a scrivere, sentire il proprio presente, come un adolescente che scrive con cura la sua prima rima cuore-amore.

Lascia un segno

[Flussi]

Unisci tutti i puntini.

Fai un viaggio in solitaria.

Levati le scarpe usando i piedi.

Urla quando nessuno ti sente.

Incidi il tuo nome su un banco di legno.

Lascia sciogliere il cioccolato sulla lingua.

Chiedi il bis dello snack omaggio in aereo.

Rutta forte in mezzo alla gente.

Asciugati le mani sui pantaloni.

Lecca un francobollo.

Rovista tra le scatole in cantina.

Ruba qualcosa all’Autogrill.

Origlia il litigio di due estranei.

Alita su un vetro e scrivi con il dito.

Suona un citofono e scappa.

Mangia una fetta di pane senza sale con l’olio.

Piscia in un parco senza alberi.

Chiedi un rimborso per il ritardo di un treno.

Scrivi su un muro con una bomboletta.

Lascia un segno del tuo passaggio e durante il viaggio sii pazzo senza doverlo essere; mangia, bevi, godi e pensa che, da vivo, tante cose senza senso ti hanno fatto pizzicare la pelle.

Parole pesanti

[Flussi]

Faccio fatica a scrivere.

I quaderni sono tutti troppo lontani da me, come un telecomando fuori portata di mano dalla seduta di un divano.

Le penne troppo pesanti o scariche, armi esauste sbuffano polvere senza munizioni.

Il pensiero della scrittura pattina in un campo di nebbia, i suoni attutiti come dopo una nevicata, il tatto insensibile come attraverso un bendaggio.

L’unico che viaggia libero su praterie lastricate di tapis roulant degli aeroporti è il senso di colpa.

Parole dove siete?