Così è la fine (o Niente di più 2)

[Flussi]

Riapro gli occhi e sono sotto un vetro, l’acqua nei polmoni, provo a urlare ma non mi sento neanche io.

Vetro contro la faccia, vetro contro la schiena, sotto i piedi, sopra la testa, contro i fianchi. Muoversi non è possibile, davanti a me il grigio.

Percepisco solo lo scattare delle pupille, si spostano tanto rapidamente da farmi male, disperate ricercano uno scampolo di speranza, ma il campo visivo è occupato da un unico, nauseante, omogeneo color nebbia.

Boccheggio, gli spasmi dei muscoli fuori controllo mitragliano le viscere, tento un ultimo urlo muto, con tutto ciò che mi rimane di vivo.

Così è la fine.

La traversata

[The One]

I due stavano attraversando un ponte altissimo e lo facevano tenendosi per mano. Sotto di loro il nero.

Spaventoso lo era già per natura quel ponte, cigolava a ogni passo come il cancello di una casa abbandonata e non faceva alcunché per nascondere alla vista il baratro che si proponeva di superare. Ad aggiungersi alla sua spaventosa natura ci pensavano il vento che lo faceva oscillare, le assi di legno tanto marce da sbriciolarsi sotto i piedi, le vertigini, incontrollabili capogiri di terrore.

Eppure i momenti peggiori erano causati proprio dai due impegnati ad attraversarlo.

In alcuni momenti lei si muoveva rabbiosa e faceva ondeggiare violentemente la struttura, lui s’infuriava e nell’agitarsi faceva stridere le funi tanto da pensare che da lì a poco si sarebbero strappate facendoli precipitare.

Lui non concepiva perché lei dovesse rendere la traversata ancora più complicata di quanto già non fosse, si sentiva minacciato da chi aveva accanto, non riusciva ad accettare che fossero loro due i maggiori responsabili dei pericoli.

C’era però una cosa che non capiva. Lui non capiva che i momenti in cui lei faceva oscillare il ponte erano causati dalla paura del nero sotto i loro piedi, non capiva che in quei momenti di terrore lei preferiva inconsciamente il caos, perché le permetteva di non focalizzarsi solo sull’abisso, non capiva che lei non voleva mettere in pericolo né lui né loro, ma che la paura non sempre si riesce a controllare.

Allora lei si fermava, cercava con tutte le forze di spiegargli, lui ascoltava, nel silenzio solo il rumore del ponte che si muoveva piano.

Si ritrovavano negli occhi l’uno dell’altra, dentro i quali si vedevano a vicenda la fine del ponte e il loro mondo migliore.

Due brioches

[Varietà]

Ogni mattina alla stessa ora un uomo alto e pesante siede sul legno di una panchina solitaria.

Porta sempre con sé un rumoroso sacchetto di carta, nel quale si abbracciano due brioches.

Una, quella alla crema, la mangia, l’altra, quella vuota, la appoggia a fianco a sé e finisce che la mangiano sempre gli uccellini.

Ogni mattina un uomo alto e pesante finisce la sua colazione, sussurra “Mi manchi” alle nuvole e se ne va.

Santuario urbano

[Varietà]

Vicino a casa è morto un ragazzo. Un incrocio bastardo, un incidente in moto. Non è il primo.

Sul palo del semaforo da mesi si danno il cambio fiori, fotografie, articoli, lettere, sciarpe e maglie granata, addobbi stagionali, natalizi, estivi.

Di tanto in tanto nei pressi di quel palo sostano dei ragazzi, in gruppetti, in coppia, da soli. Restano fermi, fumano, qualcuno tocca le foto, qualcuno cerca nella tasca un fazzoletto. Non ho mai visto nessuno di loro mettere mano agli ornamenti per sostituirli con altri, come se quei fiori e quelle foto avessero la forza di pensare da sé a rinnovarsi, a scrollarsi di dosso pioggia e smog per apparire sempre freschi.

Si tratta solamente di non essere lì nel momento in cui qualcuno si occupa di curare quel santuario urbano, che nella mia testa ha una sua energia, che nella mia testa ha deciso di accudire con le proprie forze la memoria di quel ragazzo.

Specchio

[Varietà]

Giro giro il mondo

sopra un condor

punto la preda

prima che mi veda.

Viro viro appena

e la iena

ride vigliacca

per la mia disfatta.

Giro giro in tondo

tocco il fondo

gratto la melma

riesumo una salma.

Miro miro il morto

fiato corto

denti sul collo

mi stringe lo sciacallo.

Scalogna (2 di 2)

[Varietà]

[…continua da lunedì.]

Pochi minuti prima il boia si era occupato personalmente di andarlo a prelevare dalla galera, lo aveva condotto su un palco di legno vuoto e lo aveva spogliato con le proprie mani, buttando i vestiti direttamente nella spazzatura. Lo aveva trovato un gesto estremamente degradante da parte del proprio carceriere; in fondo erano vestiti buoni, avrebbero potuto far comodo a qualcun altro, in fondo erano vestiti suoi, le uniche cose che possedeva.

Ora attendeva sdraiato con la guancia schiacciata sul pavimento di legno, in attesa da qualche minuto. O forse da qualche ora. O forse da qualche secondo. Aveva perso totalmente il senso del tempo durante la permanenza nella prigione bianca, dove il buio era costante e la luce entrava raramente, per pochi secondi soltanto.

Sentì dei passi avvicinarsi alle proprie spalle, poi fermarsi, poi armeggiare con qualcosa di metallico.

– E così, oggi, morirò. Non so se si possa definire destino, giustizia o sfortuna tutto questo. Di certo so solo che oggi morirò.

I pensieri del condannato rimasero intimi dentro di lui, mentre gustava l’ultimo scampolo di silenzio, assaporandolo come fosse il suo piatto preferito.

La lama del boia calò con un sibilo, tranciando di netto il collo come fosse un gambo di sedano. Non pago il boia infierì sul cadavere con forza sovrumana, apparentemente insensibile alla scena ripugnante che aveva creato con le proprie mani.

L’uomo posò il coltello e prese un panno per asciugarsi le mani.

– Amore, lo scalogno è pronto, devo tagliare qualcos’altro?

Scalogna (1 di 2)

[Varietà]

– E così, oggi, morirò.

Il pensiero del condannato rimase ingabbiato nella sua mente, senza trovare la forza per una minima verbalizzazione. Era stato trascinato sul patibolo, in attesa che il boia decretasse la sua fine.

– Morirò solo, senza neanche un insulto o uno sputo da parte di una folla carogna.

Non c’era pubblico ad assistere all’esecuzione, solo lui, il boia, un pavimento di legno unto e il filo mortale della mannaia accanto a lui. Si sentì quasi offeso, gli venne da pensare che avrebbe voluto un pubblico che lo osservasse morire, gli venne da pensare che una morte senza neanche uno spettatore valesse poco o nulla.

– Morirò senza neanche sapere il perché. Senza avere il conforto di una parola o di qualcuno da odiare.

Non c’era neanche stato un processo, neanche un qualche tipo di messa in scena per pulirsi la coscienza di fronte a Dio. Neanche un giudice puttaniere al quale prima implorare pietà e poi promettere vendetta dall’aldilà. Neanche un’accusa, neanche quella. Era stato semplicemente preso e portato via.

– Morirò così, nudo e gelido, come un pezzo di niente che non interessa a nessuno.

Aveva passato le sue ultime ore nella cella fredda e umida di una prigione dalle pareti bianche, in bilico su una graticola che lasciava intravedere i piani sottostanti e i compagni di sventura lì relegati. Negli attimi in cui i carcerieri aprivano la porta e lasciavano filtrare luce all’interno del tugurio, aveva scorto prigionieri provenienti da qualsiasi parte della terra, anche di etnie a lui sconosciute. Razze e soggetti di cui non avrebbe mai scoperto il nome, dato che sarebbe morto di lì a breve.

[Continua tra due giorni…]

Ultime volontà

[Flussi]

Serate d’inutilità, orari di lavoro protratti su tavole unte di sorrisi, mentre il cervello alterna corrente correndo altrove cercando salvezza nell’uniformità, nella ripetizione, nel sottofondo della constatazione del decesso.

Tra le mani la boccia del tempo si scuote da sola e perde un secondo, un minuto, uno ancora.

Nella conta dei giorni rientrano migliaia di ore passate su un videogioco senza divertimento che si riavvia, non si salva, toglie il sonno e fa calare la vista, mentre rincorri un Boss-di-fine-livello randomico che ha sempre e solo la tua faccia. Lo uccidi e ricominci, ti ricerchi, ti ritrovi, ti riuccidi. Ricominci.

Mollo tutto.

Non posso.

Scelgo altro.

Non posso.

Nuove strade.

Non posso. Cosa voglio? Voglio vivere, che poi muoio.