Una bambina, sdraiata sulla cima di una collinetta erbosa, guarda la discesa e conta in silenzio.
– Tre, due, uno…
Trattiene un palloncino di fiato nei polmoni, si sporge appena e lascia che l’inerzia le faccia prendere velocità.
Mentre rotola, prima piano poi sempre più veloce, tiene le braccia alte sopra la testa, tese come se dovesse arrivare al pensile alto della cucina, e lo sguardo serio, intenzionata a non perdersi neanche una sfumatura dei colori che le si alternano frenetici davanti agli occhi. Il terreno diminuisce la propria pendenza, tornando progressivamente in piano, e con lui rallenta anche la corsa della trottola umana, finché non si ferma con un leggero tonfo sull’erba.
Sdraiata sulla schiena la bambina fissa il blu, la testa che le gira appena e fa ruotare le nuvole sopra di lei, e ripensa al caleidoscopico alternarsi tra terreno e cielo della sua discesa. Ricerca un particolare, un’immagine al confine tra realtà e fantasia, un fotogramma fuori posto.
Dopo qualche minuto sbuffa, si tira su e torna decisa sulla cima della collina.
Il respiro, profondo, irregolare, della persona che dorme accanto.
Il ronzio della lampadina accesa a fianco del letto.
Il gorgoglio dell’acqua che scende nei tubi condominiali.
Lo scalpiccio della famiglia al piano superiore.
Il crepitio di una bottiglia di plastica in cucina, che tenta di tornare alla sua forma originale.
Il vocio di un gruppo di ragazzi che passa sotto la finestra.
Il latrato di un cane in lontananza.
Sopra un tappeto monofrequenza si stendono tutti i rumori, uniti da un filo metallico, acuto e costante, che ha cancellato il ricordo della forma del silenzio.
Ultimamente scrivo di rincorsa, con un po’ affanno a volte, al soldo di una scadenza di cui sono il committente.
Mi rimbomba in testa l’atto più che il contenuto, l’impellenza del rintocco più che la brezza della discesa. Meno spunti o flash, più ragionamento e sforzo.
Bene, la mente ha radicalizzato un’abitudine, scardinato il gene della pigrizia in favore di una metodo e impostato il promemoria di un impegno.
Male, a volte temo che la cadenza autoimposta non sia sincronizzata con l’effettiva disponibilità della scrittura, e che ciò porti all’effetto “consegna del compito in classe al suono della campanella”, con il rischio di produrre testi tanto per fare.
Eppure questo può anche essere un luogo dove sbagliare, osare ed esagerare.
Facce e paresi, lenti vortici di sorrisi scivolano nell’etere producendo un disgustoso gorgoglio, come di un lavandino color ruggine, come di un scarico di responsabilità intasato.
Cenni d’assenso rivolti al nulla si fanno strada tra inglesismi superflui, cataste di intuizioni banali e barricate di frasi fatte sprovviste di ragionamento.
Un’enorme, dilagante sensazione di disinteresse si espande nello stomaco, si arrampica sulla gola e si aggrappa all’ugola, godendosi lo spettacolo mentre si dondola nel vuoto.
Silenzi nauseanti si gonfiano come palloncini e volano alti sopra le teste, poi, quando non ne possono più, scoppiano, inondando la tastiera di sputacchi e imbarazzo.
Poche parole, di quelle giuste, che si tengono la mano una accanto all’altra, che messe in fila formano uno skyline perfetto; solo poche parole, un’elemosina richiesta al vento, nella perenne attesa di un treno che non arriverà mai.
Un viaggio senza meta alla ricerca di quel paesaggio di parole,