[Varietà]
Ho perso i sensi
vista
udito
olfatto
gusto
tatto
sesto
doppio
buon
comune
orario
unico
vietato
pratico
critico
di marcia
di appartenenza
di colpa
dell’orientamento
dell’umorismo
della misura
della vita
che adesso
mi fa senso.
[Varietà]
Ho perso i sensi
vista
udito
olfatto
gusto
tatto
sesto
doppio
buon
comune
orario
unico
vietato
pratico
critico
di marcia
di appartenenza
di colpa
dell’orientamento
dell’umorismo
della misura
della vita
che adesso
mi fa senso.
[Varietà]
Siamo tutti poeti
andando
a capo
a cazzo.
Siamo tutti poeti
quando
il cielo
tramonta.
Siamo tutti poeti
basta una penna
una luce
un foglio.
Siamo
tutti
poeti.
[Flussi]
Parole che si rincorrono in cerchio per prendersi a calci, leggere come un flan di groviera marcescente, vuote come il ripieno di una brioche industriale.
Sono così certi corsi di formazione – banalità moduli I, II e III – prendono per il culo la platea come un prestigiatore mediocre, tronfio dei suoi giochetti mal riusciti nel suo abito di poliestere, luccicante di perline e frasi fatte.
Alla conclusione dello spettacolino siamo anche spinti all’applauso, per fare piacere al padroncino che ha commissionato questo scempio di sorrisini tirati, e si è beato di un’altra giornata persa.
[Varietà]
Un palcoscenico illuminato da luci al neon, sedie in polipropilene distanziate con cura, un pubblico vestito da parata, con i colletti troppo stretti e i colori a mezz’asta.
Un bambolotto di pezza, incrostato di brillantina secca, fa il suo ingresso in scena senza che venga accolto neanche dall’eco d’un applauso. Il pupazzo indossa una maschera dagli occhi piccoli e un gran sorriso, e la maschera ne copre il volto, ne cela l’espressione, eppure non ne nasconde l’odore. Emana un afrore pungente, come di agrumi e barzellette sconce, un profumo ipocrita che si fa largo tra narici e sinapsi, alla ricerca di una consistenza che ricordi il pongo.
– Signore e Signori, oggi impareremo a parlare! Muti non sarete più, i vostri gesti avranno finalmente un senso, i vostri silenzi saranno carichi di significato!
Comincia uno spettacolo fatto di luoghi comunissimi, frasi fattissime e concetti talmente triti, da essere fini come polvere che si sperde nella sala e che si posa sulle teste del pubblico, mescolandosi alla forfora.
Del bambolotto non si vede mail il vero volto, se non in brevi momenti in cui si mette di tre quarti e dallo spiraglio della maschera si intuisce il profilo di un volto acre, denti stretti che stridono tra loro, due occhi sprezzanti da giudice vendicativo.
Lo spettacolo va avanti senza intoppi, il sorriso sulla maschera regge, le parole fluiscono regolari.
Un applauso strascicato e giù il sipario.
[Varietà]
Mi pareva
il teatro dell’assurdo
la sagra dell’asino
il chiocciare d’un pollaio
il trionfo della cacofonia
il declino della speme
la sconfitta di Darwin
e invece era
Temptation Island.
[Varietà]
[…continua da lunedì]
C’è un attimo, un esatto momento, in cui il cervello del dormiente non è più dormiente, un momento in cui viene alzata la levetta del contatore generale e l’elettricità sensoriale riprende a correre, contribuendo al passaggio di stato del soggetto, che in quel preciso momento smette di essere dormiente, malgrado quella che potrebbe essere la sua volontà.
Quello è il momento delle mosche.
Quello è il momento in cui entrambi gli animali partono, si lanciano in direzione dei padiglioni auricolari, hanno passato tutta la notta a scegliere come dividerseli – tu il sinistro, no tu, nel destro ci sono già stata ieri, testa o croce? -, e sanno che devono raggiungerli entro un certo tempo, altrimenti non potranno entrare e dovranno riprovarci domani.
Questa mattina sono state brave, entrambe sono riuscite a penetrare nei padiglioni auricolari che hanno scelto, ma si concedono un solo, minuscolo attimo di celebrazione. Subito si mettono all’opera, come violiniste in estasi muovono le zampe l’una sull’altra e diffondono la loro musica.
Pensieri, preoccupazioni, domande, impegni, dubbi, paure si accavallano nei padiglioni auricolari del non più dormiente, che si rifiuta di aprire gli occhi, che si rifiuta di svegliarsi.
Ma ormai è fatta.
Le mosche questa mattina hanno vinto e alla loro musica non si può sfuggire.
[Varietà]
Sul comodino due mosche muovono compulsivamente le zampe, come due chef giapponesi in procinto di affettare un tonno gigante da un quintale. Eseguono i movimenti con la perizia di un samurai, perfettamente immobili se non per la danza dei loro arti che si sfregano, si allontanano, si riuniscono in un battito di ciglia di mosca.
Nel letto accanto al comodino il volto del dormiente è fiocamente distinguibile, grazie alla timida luce che filtra tra le tende, un’alba slavata da una foschia particolarmente materica. Il respiro è leggero, decisamente diverso da quello profondo e caldo di qualche ora prima, anche gli occhi sono meno infossati, più agili.
Le mosche, sempre intente nel loro frenetico armeggiare, puntano l’attenzione sulla figura del dormiente, all’erta, reattive.
Un leggero movimento della spalla, il collo che s’inclina verso destra, le labbra che si contraggono appena. Il dormiente a breve non sarà più tale.
Come due atleti sulla linea di partenza le mosche si voltano verso la figura umana, in uno stato di tensione pronta a deflagrare.
[Varietà]
Mi pareva
un ostacolo tra le coltri
una presenza incomoda
un ingombro caparbio
una fermezza arborea
un risveglio effervescente
un’idea come un’altra
e invece era
un’erezione mattutina.
[Flussi]
Costante ricerca di uno sviluppo che non interessa a nessuno.
Malata richiesta della costante, urgente, eccezionalità.
Repliche pluriennali mascherate da novità inedite.
Reperibilità perenne, pallini rossi, gialli, verdi, somme di notifiche, di punti esclamativi, di non letto.
Calendari farciti allo stremo per non far passare l’aria, per non fare i conti con il vuoto.
Le stesse battute, le stesse fottute battute ogni cazzo di volta.
A qualcuno tutto questo interessa, a qualcuno tutto questo entusiasma, per qualcuno tutto questo dà senso al tempo.
Io ho solo mal di testa.
[Flussi]
Lungi da me definirmi poeta.
Credo che certe etichette artistiche non sia corretto autospillarsele sull’Eastpak – esistono ancora? -, credo che l’arte sia rappresentazione e comunicazione e che sia il pubblico, spettatore, lettore, critico, passante, a doversi prendere la briga di riconoscere o interpretare il valore del messaggio e a scegliere quindi il ruolo da affibbiare all’autore dell’opera. Scrittore, poeta, pittore, scultore, attore, artista, performer, scimmiottatore, saltimbanco, plagiario e aggettivi più o meno offensivi: qualsiasi di queste cose è vera purché venga dall’esterno.
Tutto questo per dire che sono a caccia di parole, senso e suoni da mettere in riga, sto cercando di assemblare un testo che mi convinca, magari anche che arrivi a qualcuno, e intanto rido.
Rido forte.
Rido, perché mi rendo conto che in questo momento sto componendo versi mentre sono sul cesso, e le battute sul valore artistico della mia produzione vengono da sé.