Hanno portato via l’albero

[Varietà]

Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta.

E cosa gli vuoi dire?

In fondo era un pezzo di legno morto, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.

Insomma, un’azione comprensibile.

E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione?

Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia, perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?

Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.

Non morto, semmai abbattuto.

Non abbattuto, semmai caduto.

Non caduto, semmai addormentato.

Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, e schiamazzano, e ridono. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.

Da qui

[Flussi]

Non fa rumore la città, qui che i motori sono solo un’eco cupa, distanti come un temporale che se ne va.

Non acceca la città, qui che le luci sono quelle del cielo, qui che i tramonti sono tanto saturi da scoppiare.

Non soffoca la città, qui dove l’aria è seria e imbavaglia il respiro, qui dove il freddo ghiaccia le dita che cercano riparo nelle tasche.

Non comprime la città, qui dove gli spazi sono ampi come risa, qui che le strade sono appena accennate, qui che i muri sono rami.

Da qui sembra lontana la città, tanto da illudere, per un solo attimo, di non esserne circondato.

C’è una lavagna

[Flussi]

C’è una lavagna che attende di essere cancellata.

La polvere di gesso sente che la sua ora è giunta, chiude gli occhi e si aggrappa al nero più forte che può, con tutta la tenacia che gli permettono le sue dita di solfato di calcio.

Calamite e cartoline si abbracciano e si dicono addio, versano lacrime che cadono su un pavimento lontano ed evaporano immediatamente.

Parole e disegni scrivono testamenti, memoriali, autobiografie che consegnano ai posteri, che non si dica che sono andate via senza lasciar traccia.

Un cancellino avanza con il capo chino, coperto d’un cencio scuro che ne nasconde il volto; con un po’ d’attenzione se ne può percepire il tremolio, l’indecisione del boia.

La lavagna guarda fisso di fronte a sé, intenzionata a sopportare il dolore e la perdita con la dignità d’una dea, con la fermezza d’una lastra di ardesia.

C’è una lavagna che attende di essere riscritta.

Corso di comunicazione: approfondimenti

[Varietà]

Pausa e storia.

Tutti sorridenti, mi raccomando, sfoggiamo denti di nylon per far contente le fronti spaziose, ariose, che ci fissano come se fossimo i personaggi di un videogioco in procinto di passare di livello.

Annuiamo diverti e fingiamo d’essere affetti dal morbo di Alzheimer, non perdiamoci neanche una pellicina dei quattro aneddoti riproposti con gli stessi cambi di tonalità.

Godiamoci la novità: un’abbondanza di volgarità nauseabonda, servita solo per riempire il nulla, per riempire le pance.

E come diceva Rockefeller.

Qui si allenano gli dei.

Ve lo giuro su mio figlio.

Questa volta sono in imbarazzo.

Questa volta ho il vomito.

Sindacalismi

[Varietà]

Udite udite!

Squillino le trombe!

Si dispieghino i tappeti sdruciti!

Che entrino gli sciagattatori del senso comune!

Facciano il loro ingresso gli sciorinatori dei vuoti a rendere!

Date il benvenuto agli srotolatori delle arringhe di pluriball!

Al tavolo della fuffa troverete posate satinate e tegami caldi, tovaglioli di superlativi e taglieri d’avverbi.

Accomodatevi e gustatevi questa perdita di tempo che solletica le papille e appassisce le palle.

Non

[Varietà]

Eh

oh bellino

cos’è quello sguardo lì?

Quel luccicore rimettilo in tasca, che è meglio.

Che non è mica il caso

che non sei mica il caso

che mica ti puoi permettere

di essere ciò che non sei.

Non è che adesso arrivi tu

splendido splendente

e fai del mondo ciò che ti pare.

Eh, no

non si fa così.

Dai retta a me

che sono venuto prima di te

e so

come non fare.

Appuntamento alle 16

[The One]

– Alle 16 hai una appuntamento.

– Con chi?

– Con me. Vestiti bene.

– Dove andiamo, a una cena di gala?

– Non te lo dico, ma non ci puoi venire in tuta e canottiera.

– Dovrei farmi una doccia.

– Ce la facciamo poi stasera. Dai, cambiati.

– Ok, ok. Mi metto tutto giallo, ti piace?

– Sono tutta un fuoco.

– Sono abbastanza elegante per dove dobbiamo andare?

– Si dai, vai benissimo, spicciati.

– Arrivo, arrivo. Ma dove andiamo?

– Non te lo dico ho detto

– Aspetta, mi stavo dimenticando le scarpe.

– Intanto chiamo l’ascensore.

– Eccomi. Era tutto quello di cui avevo bisogno, sai?

– Cosa?

– Un appuntamento alle 16 con te.

La ricerca 5

[Varietà]

Una morbida schiumetta bianca si stava dissolvendo con tutta calma, mentre un giovane paguro riemergeva lesto dalla rena. Muoveva le zampe con decisione, lo sguardo fisso sull’obbiettivo, deciso a raggiungerlo prima della prossima onda. All’improvviso tutto si fece buio. Il paguro imprecò.

A qualche granello di distanza la bambina lanciava palettate di sabbia verso il bagnasciuga senza curarsi di chi avrebbero colpito, o ricoperto. La sua attenzione era tutta rivolta alla voragine sotto i suoi piedi e al progetto, immane nella sua testa, della buca che stava realizzando. Tra le mani una paletta, di quelle d’élite con manico di legno, affondava con foga nella sabbia, scavando all’interno dell’ovale che la bambina aveva disegnato con il piede.

Superato il primo velo di sabbia asciutta e abbrustolita dal sole, lo scavo era arrivato a uno strato più umido e solido, una grana più grossa, sassosa e scura pesava sul piatto della paletta e si ritrovava improvvisamente esposta ai raggi ultravioletti, sparsa senza troppa grazia lontana dalla fossa.

La bambina procedeva nei suoi movimenti frenetici senza guardarsi intorno, quando con un gesto deciso asportò una quantità di sabbia tale che dovette prendere il manico con entrambe le mani per poterla tirare fuori. Dal fondo della buca comparve dell’acqua.

La bambina fissò per qualche secondo il laghetto sotterraneo in miniatura, che pian piano erodeva i bordi di sabbia, prima di dare ancora un paio di palettate decise al fondo dello scavo. Il diametro dello specchietto d’acqua aumentò, ma in poco tempo fece crollare una porzione di bordo; la bambina piantò la paletta nella spiaggia asciutta, accanto alla buca, e si diresse contrariata verso il mare, calpestando un certo cumulo di sabbia dal quale si sentì distintamente provenire una maledizione in antico Pagurese.

Tu lo sai?

[Flussi]

Dove porta quest’eterno battibecco tra cinismo e dolore, che muove le dita,

le lacrime,

che tira giù le serrande e tira dentro i panni,

che lascia solo piccoli spiragli da cui sbirciare ciò che capita all’esterno,

al sicuro,

nel proprio pantano?

Quanto costa questa scostante comunicazione di vasi comunicanti,

accomunati,

solo da una striscia di DNA, niente più che un elenco di colori,

di ricordi,

che sfumano nel nulla?

Come finirà questo delirante saliscendi senza meta,

senza senso,

che si tuffa dal bordo di uno foglio e fa pluf in un mare calmo,

oleoso,

e rimane sul pelo dell’acqua, come una piuma,

come un senso di colpa?