[Varietà]
Mi pareva
l’armadio di Narnia
la macchina del tempo
il gate numero 57
la potestà risorta
l’orizzonte obliato
la licenza esistenziale
e invece era
la prima dose di vaccino.
[Varietà]
Mi pareva
l’armadio di Narnia
la macchina del tempo
il gate numero 57
la potestà risorta
l’orizzonte obliato
la licenza esistenziale
e invece era
la prima dose di vaccino.
[Flussi]
Poche parole, di quelle giuste, che si tengono la mano una accanto all’altra, che messe in fila formano uno skyline perfetto; solo poche parole, un’elemosina richiesta al vento, nella perenne attesa di un treno che non arriverà mai.
Un viaggio senza meta alla ricerca di quel paesaggio di parole,
rincorrendo la propria schiena,
a braccetto con i propri demoni,
nel silenzio di una carrozza vuota,
nel vuoto di un foglio bianco.
Poche parole, di quelle giuste, dammele tu,
tu che puoi,
tu che vuoi.
[In viaggio]
La prima immagine che conservo di te è la discesa che da San Domenico porta verso il tuo cuore.
Sei tutta lì. In uno scorcio, uno spacco di coscia, mostri tutto il tuo meglio. Tetti, righe e torri ammucchiati tra le curve dei seni, pietra liscia e terra che ti fanno da trucco, ricordi e sorrisi come nuvole di profumo. Da lì, incorniciata in una piccola sezione di cielo, sei più bella che mai.
Mi manchi, ma ti ritrovo sempre nelle scorciatoie, nelle cantilene, nelle luci della sera. Ci stendiamo uno sull’altra in quella piazza che sai, quella che rivedo sempre passando dall’entrata della prima volta, quando, sceso l’ultimo gradino, il fiato si tuffò ai piedi.
Mi manchi, ma so che sei lì e tu sai che io, presto o tardi, tornerò.
[In viaggio]
Il piano di marmo del tavolino è striato di tonalità rosa, ocra e marroni, percorso da venature irregolari come il corso di un fiume imbizzarrito. Poso la tazzina che cozza sul piano lucido con un acuto clink e il rumore viene assorbito dal locale pieno del vocio della gente, del fermento dei camerieri, dei fragori della cucina. Nel caffè più antico di Tallinn, a detta dello stesso caffè, il caffè non è un granché, i dolci poco meglio.
Mi alzo e mentre cammino con le gambe rigide verso l’uscita, buttando lì un “arrivederci” in italiano che non arriva a nessuno, subisco il cliché del rullo cinematografico davanti agli occhi e in un attimo ripercorro i pochi giorni passati in inedita solitudine: luci e sguardi, viste da parapetti affollati, nuovi giochi per combattere la noia, panchine, siepi e scale. Nuovi colori che si aggiungono sulla pelle.
Varco la soglia del locale e vengo investito dal cielo e dal sole.
Sorrido.
Perché siamo gabbiani grassi e si vola così bene lassù, con il mare in basso e tutte le nuvole da scoprire.
[In viaggio]
Esiste un gatto color Marzamemi.
Spunta da un vicolo ma non lo vedi, si confonde con i muri, prende il colore delle pietre.
Miagola appena, il giusto da farti credere di averlo sentito, senza però dartene la certezza.
Salta soffice sui tetti, guarda il mare muovendo la coda al ritmo delle onde, sta fermo ore.
Tutti i cani lo conoscono, tutti i gatti lo rispettano, tutti i topi lo esorcizzano.
Esiste un gatto che non vedrai mai, ma se passerai da casa sua sarai quasi convinto del contrario.
Esiste un gatto e lo chiamerò Marzamiao.
[In viaggio]
Hai uno spirito nuovo e un tono immenso, eppure non ti sento.
Hai tele grigie a disposizione di colori nuovi, forme quadrate a disposizione di pensieri tondi, spazi ampi a disposizione di mille piccole vite, eppure non ti sento.
Ho voglia di rivederti, ho voglia di mostrarti, ho voglia di leggerti e di ascoltarti, eppure non ti sento.
[The One]
Si incontrarono dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome.
SI baciarono per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.
Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio.
Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce; videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.
Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori.
Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti.
Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.
Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori.
Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.
Nessuno sa dove siano ora, ma se in un posto affollato sentirete due voci altissime e folli giratevi velocemente e cercate due paia d’occhi con dentro il mare e il cielo.
[In viaggio]
Una femmina salda e immota, di altezza media, dalle curve morbide ma non eccessive. Bozzi e rilievi di gommapiuma.
Tra i capelli ramati, increspati, ha rametti d’ulivo e boccioli bianchi. Li tiene sempre freschi.
L’abito, quello buono, liso e terreo, portato con la caparbia fierezza d’una diva.
Una donna che non danza, fa giusto un cenno col capo per ringraziare dell’invito.
Una donna che non piange, si volta per non farti vedere i suoi occhi umidi.
Fa così con tutte le emozioni: le contiene, indecisa.
È questo e molto altro Firenze.
E Firenze l’è Viola, per dovere di gemellaggio.