Traffico notturno

[Varietà]

Mezzanotte di maggio.

Una panchina, in un parchetto di città brullo e senza grande gioia, e un ragazzo seduto, con un cappuccio scuro e il capo chino.

Il volto illuminato dallo schermo del cellulare, i tratti del viso appena accennati, intuibili a stento, nascosti dall’ombra e della voglia di solitudine.

Gli occhi appena chiusi e infastiditi da un vento più fresco dell’aria, occhi immobili, occhi scrigni di tesori.

Passano macchine e moto a distanza di minuti incerti l’una dall’altra, si incrociano, si superano, non si fermano. Semafori alternati le rallentano a stento, incapaci di tenersele vicine se non per più di qualche secondo. Dove vanno lo sanno solo loro, come certe parole e certi testi, che passano accanto, le luci spalancate, senza fermarsi.

Il gong del nano

[Varietà]

– Siamo alla resa dei conti!

Dice il ghigno d’un nano

suonando un gong d’argento

rinchiuso nella mia testa.

– Non hai nulla di pronto!

Sentenzia il polpastrello del nano

puntato al centro della mia fronte

mentre un tribunale inesistente giudica.

– Che poi, diciamocelo, a chi vuoi che importi?

Schernisce l’angolo della bocca del nano

contando sulle dita di una mano monca

la folla che non c’è.

– Cambia le regole, chi vuoi che se ne accorga?

Sussurra l’alito caldo del nano

facendosi vicino al mio orecchio

tanto da sentire i canti degli ubriachi.

– Fottitene, non succederà nulla di grave.

Suggerisce il sopracciglio del nano

mentre si volta e mi dà le spalle

e io non so che farmene.

Prendo fiato e guardo giù

la punta dei piedi sembra lontana

sorrido a me stesso e gli rispondo

– Suca.

Tri-angolare

[Varietà]

C’era una volta, ma se sai dove cercare c’è ancora, un’isola triangolare circondata da mari di tutte le tonalità di blu esistenti, con un solo monte altissimo al centro.

L’isola vantava una natura arzigogolata: alberi canuti da cui nascevano frutti soleggiati, cespugli scontrosi su cui crescevano bacche con le gote, distese di prati arsi da cui spuntavano fiori irriverenti.

Tra i boschi bighellonavano bestie variopinte che si salutavano dandosi del Voi, sui venti scivolavano uccelli con la tuba e fra le onde rimbalzavano pesci di migliaia di anni.

Flora e fauna si abbracciavano come due amanti litigiosi, danzando alle pendici del monte serioso che non le guardava mai.

Nell’isola triangolare non vivevano parassiti, nell’isola triangolare non vivevano uomini.

Quel frammento di terra era riuscito nell’intento di celarsi agli occhi degli esploratori più arditi, dei conquistadores meglio organizzati e dei poeti più romantici. Si conservava illibata, una sposa stupenda per niente interessata a concedersi ad alcuno e del tutto intenzionata a vivere della propria bellezza.

Si narra che solamente un giovane riuscì a metterci piede ma, una volta posate le dita su una spiaggia di gommapiuma, svenne e si risvegliò su una barca in alto mare, con un solo remo e una sola scarpa. Si dice che morì su quella stessa barca, accarezzandosi il piede nudo nella speranza di poter provare ancora una volta la sensazione di quella sabbia sulla pelle.

Nessuna cartina la disegna, qualche marinaio la descrive, tutti gli amanti la sognano di notte.

Un paradiso dici?

Quanto di più vicino a esso possa esistere.

Incubo

[Varietà]

La ragazza era bella, mora, la guancia sprofondata nel cuscino. Un braccio nudo spuntava da sotto le coperte, la carnagione abbronzata contrastava il giallo pallido della federa. La camera buia produceva l’impercettibile fruscio del silenzio, le ombre interrotte dai riflessi provenienti dalle feritoie della tapparella. La calma del sonno era solo apparente, dilaniata da un incubo in cui la ragazza era invischiata e da cui non riusciva a tirarsi fuori.

Gli occhi chiusi e le palpebre tese nascondevano a malapena il guizzo delle cornee che si dimenavano come animali selvaggi presi al laccio da bracconieri.

La mascella scattò improvvisa, selvaggia, i denti tirarono un morso all’aria come ne volessero fare brandelli. La corrente alternata degli impulsi nervosi guizzava sottopelle, fulminea scuoteva parti del corpo adagiate nel tepore del sonno.

Le dita della mano si davano il cambio saltando a turno, scacciavano via mosche inesistenti, rispondevano a stimoli invisibili. Anche i muscoli del braccio, del collo, tremavano in preda al panico alla ricerca di una via di fuga, ingabbiati dall’epidermide.

Le sopracciglia crollarono esauste, diedero al viso della ragazza un’espressione imbronciata quasi infantile, come una bambina che rimbrotta il fratellino colpevole di aver rotto uno dei suoi giocattoli preferiti.

All’apice del terrore gli occhi si aprirono di scatto.

Buio – click – luce.

Camminai via

[Varietà]

Una volta un vecchio mi disse di non smettere mai di camminare.

Me lo disse così, senza essere interpellato, senza un preambolo che lo giustificasse, senza neanche guardarmi in faccia.

Era un pomeriggio di maggio, il sole sorrideva al vento e il vecchio, seduto su una panchina verde, ruppe il silenzio tra noi.

– Non smettere mai di camminare finché le gambe ti reggono e hanno forza, finché potrai scegliere di muovere un passo, finché potrai esaudire un desiderio anche piccolo.

Non smettere mai di camminare fino alla curva successiva, ché non puoi sapere cosa si nasconda dietro e anche fosse nulla varrà sempre la pena andare a vedere di persona.

Non smettere mai di camminare neanche quando ti sembrerà di non avere più forze, neanche quando sarai esausto, sarà proprio quello il momento giusto per fare un passo in più.

Non smettere mai di camminare anche quando avrai l’impressione di non sapere dove stai andando, anche quando sembrerà di esserti smarrito, perché solo andando avanti ritroverai la tua via.

Non smettere mai di camminare perché io non posso più e non vorrei vederti sprecare neanche una briciola delle tue possibilità, ora che io ho esaurito le mie.

Non smettere mai di camminare perché può accadere che un giorno, al termine di una strada vuota e rugginosa di un porto di mare, girando intorno a un edificio diroccato, ti si schianti addosso un tramonto viola, adagiato su un mare di un colore che non esiste. –

Rimase fermo sulla panchina e io camminai via.

Accade oggi

[Varietà]

Risme di ricordi

riemergono riottose

ringhiano sul ring

poi riposano sulle coste della riviera.

Rigoli di ricordi

a volte ridicoli

come un rinoceronte color ribes

a volte rigogliosi

come un ricco rinfresco.

Rimbalzano rintuzzati dal tempo

da vicino li riguardo

da lontano li rivivo

tra le dita li rigiro.

Con le spine di un riccio

ricamo e rimpasto

rimugino e rimesto

poi rido e ricucio.

Cometa

[Varietà]

Sul collo d’un dragone fatto di stelle

scende una cometa

corre veloce

curva stretta

poi sempre dritto

non si ferma.

In un secondo e mezzo brucia

ora è polvere di un ricordo

illusione di una vita

dispersa nello spazio.

I am mine

[Varietà]

Nello schiaffo di uno sguardo la consapevolezza di sé.

L’accusa, fischiante come larsen nelle orecchie, e la forza, assordante nella propria debolezza, ti rigirano tra le dita mentre tu, inerme, cerchi la via per l’autoassoluzione.

Vaghi con il fagotto pieno di desiderio, percorrendo il cammino del collo che curva sul rosa, scollina pallido e aggroppa la gola.

Dì, parla, fatti avanti. Fallo. Sei una mosca nell’orecchio, basta un gesto e voli via.

Chiedi pure se devi, ma fallo in fretta, prima che crolli il mondo, prima che crolli tu.

Nel silenzio del giudizio cade un ricciolo e si ferma, dondola sull’orecchino altalena, più su, ancora più su, salta adesso, adesso!

Una mosca

[Varietà]

Una mosca cammina sul bordo lungo di un comodino. Più precisamente su quella striscia curva che unisce la superficie piana del mobiletto – libri su libri, una penna accanto a una lampada rossa, un pacchetto di fazzoletti mezzo vuoto e il cavo penzolante di un caricabatterie – con il dirupo di legno che termina la corsa sul pavimento.

In bilico sul lembo lucido di superficie si muove a scatti la mosca, ancorata, rapida, apparentemente incerta sulla direzione da prendere. Affetta da un qualche disturbo della memoria a breve termine, a corrente alternata scorda e ricorda la destinazione del suo vagare; scatta sicura in linea retta poi si blocca e temporeggia, riparte convinta per recuperare il tempo perso ma subito si guarda intorno come si risvegliasse in una casa diversa dalla propria, si affanna e si smarrisce.

In perpetua lotta con il ricordo della propria missione vaga sul comodino la stolida mosca, inconscia solo a tratti, determinata solo per metà.

A un tratto la lampadina muscoide si accende e l’errante in frac si ricorda di avere sulla schiena nervi e ali, che si accendono con un click e portano la vagabonda ronzante lontano dal comodino, via da un mondo senza segnali stradali per mosche.

Anche al mare

[Varietà]

Quindi anche al mare piove.

Non quella pioggia estiva che ti fa credere che migliaia di pesciolini saltellino sul pelo dell’acqua; neanche quella improvvisa, fitta e odorosa di terra che passa e va nel giro di pochi minuti.

Quella pioggia grama, color topo, che trapassa pelle e ossa e si stabilisce a capo del centro di comando dell’umore.

Accade anche al mare che le giornate siano uno sguardo obliquo alla finestra, una constatazione piatta di quello che ci aspetta.

Capita anche al mare di perdere il senso di tutto questo.

E no, neanche il mare può farci qualcosa.