Siamo finti

[Varietà]

Siamo pelle di serpente, traslucidi bastardi senza fissa dimora.
Ci muoviamo molli, in preda a convulsioni economiche, sperando di non raggiungere mai la meta.
Sputiamo risate fatte di tasti di pianoforte, folate di lenzuola a pagamento ci tengono freddo durante inverni eterni.
Sbattiamo porte nel vuoto cosmico mentale, fracassiamo pugni contro pareti mai pronunciate.
Siamo frasi buttate per riempire buche cimiteriali, senza volume e senza voglia di farsi ascoltare.
Siamo il fischio nelle orecchie, abbastanza forte da impedire il sonno, abbastanza debole da non essere percepito da nessun’altro.
Siamo il senso di colpa che stringe la gola, sottofondo di ogni giornata che passa senza una risata stracciaguance.
Siamo niente travestiti da qualcosa.
Siamo finti e tutto lo sanno.

Che sia più reale

[Varietà]

Una ragazza sta guardando un porno. Chiude e ne apre un altro. Chiude e ne apre un altro.

Una ragazza cerca un porno. Che sia più reale, più fedele e in cui le tette di lei siano più belle.

Una ragazza chiude le pubblicità e clicca play. Mette il video a tutto schermo, abbassa di poco il volume.

Una ragazza osserva in silenzio con il piede appoggiato alla gamba del tavolo, un braccio sul ginocchio leggermente sollevato, la mano ciondoloni davanti all’inguine.

Una ragazza indossa un reggiseno chiaro e un pantaloncino di tessuto leggero, bianco e rosa slavato, il disegno di un coniglietto su un fianco.

Una ragazza socchiude gli occhi e inarca la schiena, le dita come piume guidate da palmi rosati, caldi, fermi.

Una ragazza sente in bocca saliva dolce e morbida, ascolta i suoni del sesso, guarda l’aria gialla intorno a sé.

Una ragazza nuota in un fischio di caramello che le corre nelle vene e per una frazione di secondo soltanto vede, sente, assaggia ogni atomo del mondo.

Una ragazza rientra nel proprio corpo, abbassa lo schermo del computer e sente sete.

Briciole

[Varietà]

Teneva tra le mani un fazzoletto di carta umido di lacrime. Torcendolo aveva avvolto un angolo su sé stesso, formando un morbido cono con il quale rastrellava le briciole sparse sul tavolo. Meticolosamente le avvicinava una a una verso un punto ben preciso, ammonticchiando un tumulo di frammenti di pane. Il mucchietto aumentava di dimensione sotto gli occhi gonfi della ragazza. Tirò su con il naso, ma nemmeno per un attimo distolse l’attenzione dalla sua bonifica farinacea.

– Non so cos’altro potrei aggiungere – disse l’uomo seduto dall’altro lato del tavolo – non mi viene nient’altro da dire.

La ragazza non replicò, continuando l’opera di raccolta in silenzio.

– In questi momenti non riusciamo proprio a capirci, vero? Non siamo capaci di comunicare, di sentirci. È triste, mi fa male.

Le parole dell’uomo rimbalzarono contro il muro fonoassorbente innalzato dalla compagna e si dispersero nella stanza. I minuscoli tocchetti di pagnotta erano ora tutti radunati sotto gli occhi di lei che, muta, cominciò a dividerli in piccoli gruppetti.

– Ti prego dimmi qualcosa, qualunque cosa, questo silenzio mi sta facendo impazzire.

La ragazza sembrava immune a qualsiasi tipo di stimolo esterno e con il suo strumento di carta improvvisato cominciò a fare di ogni singolo mucchietto di briciole una lettera.

T.

– Non possiamo andare avanti così, lo capisci vero?

I.

– Smettila di ignorarmi e guardami negli occhi. Per favore.

A.

– Non mi merito di essere trattato così, dopo tutti questi anni.

M.

– Ti prego, cazzo, smettila di comportarti così.

O.

– Rispondimi!

La ragazza con una manata disperse le briciole buttandole a terra e si alzò facendo stridere la sedia sul pavimento.

– Vaffanculo.

Se ne andò e non si videro mai più.  

Il vecchio con i sacchetti pieni di libri

[Varietà]

Per le strade tortuose di un paesone aggrappato alla schiena di una ripida collina, si aggirava senza meta un anziano signore. Procedeva a passo lento, compito, risoluto nel suo vagare perpetuo, per niente affaticato dal saliscendi che gli imponevano i viottoli, le scalette e i camminamenti del borgo. Dalla mattina alla sera i compaesani lo vedevano vagare, sempre in movimento, e nessuno di loro ne conosceva il nome o l’indirizzo di casa o l’anno di nascita, né sapevano se avesse figli o moglie o fratelli o qualche tipo di parente alla lontana.

L’anziano portava sempre con sé due buste della spesa, semitrasparenti, dalle quali si intravedeva un carico di libri ingialliti. Come due prolungamenti delle braccia i sacchetti non si staccavano mai dalle mani dell’uomo, ondeggiando insieme ai suoi passi, lenti e gravi come due pendoli gemelli.

Nessuno del paese sapeva dove fosse diretto il vecchio, né che libri trasportasse.

A chi gli chiedeva che libri fossero quelli che trasportava, lui rispondeva – Sono le storie del mondo.

A chi gli chiedeva dove portasse tutto quel peso, lui rispondeva – Li porto al sicuro.

A chi gli chiedeva se potesse regalargli, vendergli uno dei libri o anche solo fargli leggere qualche riga dalle pagine rinchiuse nelle buste di plastica, lui rispondeva – Le parole chiuse qui dentro non possono essere lette, ma solo immaginate.

Costante nel suo vagare e nelle sue risposte, il vecchio procedeva nel suo cammino finché un giorno…

Lattina di sogni 2

[Varietà]

[Continua dal post precedente]

Neanche il tempo di darmi una rinfrescata prima di concedermi a lui, quel primo contatto sulle labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.

Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, vorrei urlare che non avrei voluto trovarmi qui ma non ho potuto opporre resistenza. Lui si sdraia, forse sviene, ormai non mi considera più, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di senzatetto.

Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora mi distacco da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che non mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza gusto: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.

Lattina di sogni 1

[Varietà]

Non ho mai avuto grosse pretese né chissà quali ambizioni, è vero. Certo ammetto che ogni tanto fermentava in me il sogno di poter ottenere un giorno chissà quale riconoscimento, ma la verità è che mi sarei accontentata di trovare qualcuno che mi apprezzasse per quella che ero.

Sono cresciuta in uno stabilimento modesto. A esser generosi modesto; ad essere onesti ai limiti delle regole d’igiene e di decenza. Eravamo in tante, destinate a gusti semplici più attenti alla quantità che alla qualità. Ogni tanto però tra noi filtrava il chiacchiericcio illusorio che raccontava di una conoscente finita in una festa di giovani rampolli, un’altra trasportata fino in una baita a migliaia di metri sul livello del mare, un’altra ancora che il mare era riuscita a vederlo. Storie che non spegnevano la speranza di un futuro gradevole.

Non ho mai avuto grosse pretese, eppure mai avrei immaginato che mi sarei ritrovata qui, al fondo di un autobus gonfio di caldo e sudore, con un compagno a malapena cosciente disteso a terra.

Il vestito ammaccato che indosso è lo stesso di cui andavo tanto fiera il giorno che me lo consegnarono. Ora però il rosso e l’oro non sono più brillanti come me li ricordavo, le scritte sono sbiadite e il cappellino d’argento si è arrugginito. Il solo pensiero della fierezza con cui lo esponevo di fronte a chi mi concedeva anche solo una rapida occhiata, ora mi nausea.

Avrei dovuto capirlo che non sarebbe andata bene quando ci sistemarono in file disordinate, senza nessuna logica o rispetto. Non volevano che restassimo a lungo, eravamo di passaggio e meno saremmo state esposte agli sguardi dei clienti, prima avrebbero potuto svuotare i magazzini, per riempirli nuovamente.

Avrei dovuto capirlo che mi era andata male quando quella mano mi aveva abbracciata senza affetto.

[Continua tra 2 giorni…]

Curioso

[Varietà]

Su un autobus senza meta viaggiava un curioso personaggio. Un bizzarro. Un astruso. Un bislacco.

Capelli arruffati come un nido dopo una tempesta, barba incolta e sovversiva, tutte le unghie trivellate di dentate eccetto una, quella dell’anulare sinistro, curata, limpida, smaltata di azzurro. Giaccone verde militare macchiato da aloni scuri, pantaloncini a fiori sfumati dal giallo della vita al rosso delle ginocchia, calzettoni di spugna bianchi nascosti a fatica da un paio di mocassini viola.

Il tale sedeva al centro del mezzo, dal lato del conducente, il capo appoggiato al vetro e lo sguardo perso sulla strada.

Sullo stesso autobus senza meta viaggiavano un anziano, accoccolato sul sedile centrale dell’ultima fila, entrambe le mani appoggiate sul bastone, una a coprire l’altra, e un bambino, in piedi accanto al conducente, la presa ben salda sul sostegno di metallo giallo.

Il bambino era intento a fissare lo strano personaggio seduto pochi posti più indietro, lo guardava con occhi chiari e calmi, curioso. Dopo qualche curva il ragazzino si avvicinò e gli chiese – Dove stai andando?

– Da nessuna parte – rispose l’uomo senza voltarsi.

– Perché viaggi da solo?

– Perché nessuno vorrebbe mai viaggiare accanto a me.

– E perché? – chiese candido il giovane.

L’uomo allora si voltò e lo guardò negli occhi – Mi hai visto? Sono un diverso, nessuno mi capisce e io non capisco nessuno. Il mondo mi evita e io non riesco a seguire le regole che vorrebbe impormi. Sono destinato a una strada solitaria senza destinazione.

Il bimbo stette qualche secondo in silenzio, poi, senza staccare gli occhi dall’eccentrico signore, disse – Anche io tante volte non capisco i grandi, sai? Perdono un sacco di tempo in cose non divertenti e parlano male degli altri grandi e dicono sempre che stanno male e che il mondo non è giusto e però non fanno niente per cambiare qualcosa. Io non lo so se il mondo dei grandi è giusto, sai, però so che sono contento se i miei genitori mi abbracciano e mi baciano, se mi fanno giocare con gli amici, se mi comprano il gelato. E anche se mi fanno un regalo ogni tanto. Ma loro spesso non lo capiscono, sai?

Il bambino girò i tacchi e tornò al proprio posto accanto al conducente.

Il curioso personaggio restò a fissarlo qualche secondo, sorpreso e assorto.

L’anziano in fondo al pullman sorrise silenzioso, appoggiò il capo al vetro, lo sguardo perso sulla strada, e con il pollice accarezzò l’anello che portava all’anulare sinistro, che spiccava tra le altre per quell’unghia curata, limpida, smaltata di azzurro.

L’elefante di tutti i colori

[Varietà]

Sopra al letto vive appeso un elefante di tutti i colori, pesante e caldo.

Le zanne inclinate entrambe nella stessa direzione, la sua sinistra; la proboscide, lunga fino ai piedi, passa dall’arancione pastello fino al viola funereo con una naturalezza che trovo ingiustificabile.

Perennemente bloccato nell’atto di muovere un passo in avanti, pachidermicamente immobile, illogicamente tenuto in aria da un chiodino. L’elefante del controsenso e del contrappasso, nella leggerezza ilare di tutti i colori del mondo eccetto il suo.

Ogni volta che lo guardo sembra di notarlo per la prima volta. Lenticolari dettagli si fanno avanti a turno aspettando il momento giusto per farsi belli. Sempre il solito, sempre nuovo.

Senza una vera collocazione, a passeggio per una tavolozza esplosa, l’elefante di tutti i colori oscilla con il vento o con un sospiro troppo forte o con uno sguardo troppo intenso.

Ricordi

[Varietà]

Pareva che quella macchia fosse intenzionata a restare appesa alla parete per sempre.

Un quadro da mercatino delle pulci che raffigurava natura morta in tonalità funeree aveva occupato esattamente quello spazio per più anni di quelli che si sarebbe meritato. Quando finalmente il dipinto era stato archiviato in un angolo della cantina, a dividere la mensola con una radio di fine anni ’50 che aveva funzionato sì e no fino agli inizi degli anni ’60, la macchia che con il tempo si era creata alle sue spalle aveva infine visto la luce.

Pallida e squadrata spiccò fin da subito sulla vernice vecchia di qualche anno, opaca di polvere, smog e litigi. Resistente all’azione di spugne di svariati materiali abrasivi, di sgrassanti più o meno reclamizzati, il rettangolo stonava con l’omogeneità che lo circondava. Lo stucco applicato per tappare il buco lasciato dal chiodino che reggeva la cornice altro non faceva che esaltare ancora di più lo stacco cromatico tra la chiazza e il resto del muro.

Resistente al tempo, all’azione dell’uomo, agli umori e ai desideri, la macchia stanziava al suo posto, immobile, risaltava nei suoi confini, distinta. Come il ricordo di te, fisso sulle mie pareti dal giorno in cui sei uscita da quella porta lasciando buchi e ombre, avvinghiato a ogni minimo gesto e per niente intenzionato ad abbandonarmi.

Forse mi ami ancora

[Varietà]

– Ti amo.

– Sì, ma come mi ami?

– TI amo da morire

– Eppure sei ancora vivo.

– Ti amo da impazzire.

– Credo tu fossi pazzo già da prima.

– Ti amo follemente.

– Vuoi dire che sei folle ad amarmi?

– Ti amo immensamente.

– Vuoi dire che è un amore impossibile da misurare?

– Ti amo all’infinito.

– Vuoi dire che nel tuo amore è presente la parola “finito”?

– Ti amo sopra ogni cosa.

– Vuoi dire che se sei sotto a qualcosa non mi ami? Neanche sotto al vischio?

– Ti amo come non mai.

– Vuoi dire che mi ami come sempre o che non mi ami mai o che non mi ami come mai o che mi ami mai come non?

– Forse non ti amo più.

– Vuoi dire che forse mi ami ancora?