Una panchina, in un parchetto di città brullo e senza grande gioia, e un ragazzo seduto, con un cappuccio scuro e il capo chino.
Il volto illuminato dallo schermo del cellulare, i tratti del viso appena accennati, intuibili a stento, nascosti dall’ombra e della voglia di solitudine.
Gli occhi appena chiusi e infastiditi da un vento più fresco dell’aria, occhi immobili, occhi scrigni di tesori.
Passano macchine e moto a distanza di minuti incerti l’una dall’altra, si incrociano, si superano, non si fermano. Semafori alternati le rallentano a stento, incapaci di tenersele vicine se non per più di qualche secondo. Dove vanno lo sanno solo loro, come certe parole e certi testi, che passano accanto, le luci spalancate, senza fermarsi.
C’era una volta, ma se sai dove cercare c’è ancora, un’isola triangolare circondata da mari di tutte le tonalità di blu esistenti, con un solo monte altissimo al centro.
L’isola vantava una natura arzigogolata: alberi canuti da cui nascevano frutti soleggiati, cespugli scontrosi su cui crescevano bacche con le gote, distese di prati arsi da cui spuntavano fiori irriverenti.
Tra i boschi bighellonavano bestie variopinte che si salutavano dandosi del Voi, sui venti scivolavano uccelli con la tuba e fra le onde rimbalzavano pesci di migliaia di anni.
Flora e fauna si abbracciavano come due amanti litigiosi, danzando alle pendici del monte serioso che non le guardava mai.
Nell’isola triangolare non vivevano parassiti, nell’isola triangolare non vivevano uomini.
Quel frammento di terra era riuscito nell’intento di celarsi agli occhi degli esploratori più arditi, dei conquistadores meglio organizzati e dei poeti più romantici. Si conservava illibata, una sposa stupenda per niente interessata a concedersi ad alcuno e del tutto intenzionata a vivere della propria bellezza.
Si narra che solamente un giovane riuscì a metterci piede ma, una volta posate le dita su una spiaggia di gommapiuma, svenne e si risvegliò su una barca in alto mare, con un solo remo e una sola scarpa. Si dice che morì su quella stessa barca, accarezzandosi il piede nudo nella speranza di poter provare ancora una volta la sensazione di quella sabbia sulla pelle.
Nessuna cartina la disegna, qualche marinaio la descrive, tutti gli amanti la sognano di notte.
Si incontrarono dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome.
SI baciarono per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.
Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio.
Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce; videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.
Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori.
Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti.
Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.
Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori.
Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.
Nessuno sa dove siano ora, ma se in un posto affollato sentirete due voci altissime e folli giratevi velocemente e cercate due paia d’occhi con dentro il mare e il cielo.
Ce l’ho sul cazzo lo stendino. È uno strumento che mi sta antipatico. Sferraglia, non si riconosce in alcuna appartenenza geografico-domestica, mi pinza le dita appena può. Per punizione quindi, quando non ottempera ai suoi doveri di stendino, sta in balcone tra vasi di natura seppellita e ripiani di legno in attesa di un utilizzo sensato.
Una sera, mentre lo riponevo sgarbatamente nell’angolo dell’asino, un’auto parcheggiò proprio sotto il terrazzo. Non mi chiedere di più, ricordo solo che era un’auto blu scuro. Il motore si spense ma non uscì nessuno.
– Corre, corre, corre la locomotiva… – cantava Guccini soffocato dai finestrini chiusi.
Dalle fenditure del sedile intravedevo il display di un telefonino senza regolazione della luminosità, mentre il proprietario del mezzo si comportava come abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: restava in macchina per ascoltare tutto il pezzo.
Mancava poco più di un minuto alla fine di una canzone simbolica e retorica che in tanti amiamo e lui, lei, non voleva che l’anticipo sulla tabella di marcia della sua mentale cinematografia interrompesse un momento da godere per intero.
Restava lì senza sapere che io ero con lui, lei, appoggiato alla ringhiera, a cogliere quelle poche parole che Guccini riusciva a farmi intendere nonostante gli ostacoli fisici.
Ricordo che pensai quanto fosse bello e giusto ciò che stava facendo, gli feci una foto con il telefonino, pensai che ne avrei fatto uno status su Facebook, pensai che quando sarebbe uscito dalla macchina avrei alzato il pugno in segno di saluto e apprezzamento.
La musica si fermò e subito partì un altro pezzo che presto scemò nel silenzio. Ancora un attimo di esitazione e scattò il meccanismo della portiera. Scese un ragazzo di venti, venticinque anni, capelli biondi corti, secco, jeans e maglietta dei Metallica. Forse del Big 4, immaginai vedendo un bagliore di tricolore sul davanti, più probabilmente dell’ultimo concerto a Torino.
Credetti di aver visto una mia versione di qualche anno fa.
[Musica consigliata per la lettura, ovviamente: Francesco Guccini – La Locomotiva]
Seconda parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Tra due giorni la conclusione.
Tra i tanti elementi della ragazza che potevano catturare l’attenzione uno fra tutti lasciava uno strascico di fronti corrugate e labbra increspate. I pantaloncini di jeans la coprivano ben poco e il tatuaggio si stagliava sulla coscia pallida di primavera. Un reticolo di tratti finissimi correva in tondo disegnando con minuzia il pizzo di una giarrettiera. L’effetto ottico della trasparenza era accentuato da ombreggiature, la profondità esaltata da fiocchetti di seta inchiostrata. Un vezzo voluttuoso che era interrotto sull’esterno della gamba da linee ricalcate, dure; come se l’autore non avesse voluto lasciare il segno solo in superficie, come se quel nero massiccio avesse dovuto fissarsi fin dentro i muscoli, mescolarsi al sangue della ragazza. Quel calcio, quel grilletto, quel mirino non erano solo rappresentazioni grafiche; sembravano voler essere parte integrante della fisicità di lei, con lo sguardo fisso su un numero luminoso e il passo convinto.
La pistola rimaneva pizzicata in un equilibrio irreale tra la giarrettiera e la pelle. Un trittico laico ai cui lati femminilità e violenza si facevano ali di una spudorata sicurezza.
A ogni passo l’arma seguiva fedele la padrona, modulando la sua forma insieme alla pelle ora rilassata ora tesa dallo scatto dei muscoli. La giovane lanciò un’ultima occhiata al fondo della sala prima di tornare indietro e appoggiare la schiena contro il muro vicino l’ingresso. Se aveva notato gli occhi che seguivano i suoi movimenti non lo diede a vedere.
Un nuovo racconto a puntate, 3 in tutto, che terminerà venerdì. Buona lettura.
Gli sguardi delle persone in coda ondeggiavano in una melassa di noia. La nausea dell’attesa sbuffava alzando le sopracciglia, torturando le unghie come fossero colpevoli della folla, del sudore, dell’umidità.
Le poste di quartiere. Gorgo di insofferenza, sospiri e francobolli.
Le poste di quartiere il lunedì dopo un lungo ponte estivo. Una ciurma di anziani veterani, utenti occasionali e novizi spaesati.
Lo squittio della macchinetta che manteneva l’ordine della fila annunciò il suo ingresso nell’indifferenza altrui. Una giovane figura femminile prese il foglietto con il numero che le era stato assegnato, si voltò a fissare la tabella luminosa che associava il cartoncino ad uno sportello ed entrò nell’afa.
La noncuranza del pubblico scemava man mano che la ragazza avanzava nella saletta d’attesa alla ricerca di un posto a sedere. Saranno stati i suoi lunghi capelli rasati da un lato, di un biondo che stingeva verso le punte in un verde opaco; saranno stati i piercing al naso, o quelli sul sopracciglio; sarà stata la canottiera nera con un demone che rideva mostrando un’ascia insanguinata, di una taglia tanto grande da far intravedere la fascia rosa carne che le reggeva il seno. Oppure le Dr. Martens sfoggiate nonostante il caldo, la borsa di tela rattoppata con spillette e scritte colorate, gli occhi verdi senza trucco che non mollavano mai il tabellone dei turni.
Girò intorno alle sedie che però sembravano tutte occupate e arrivò a ridosso degli sportelli. Dalla borsa estrasse il cellulare sul quale ticchettarono le unghie lucide, smaltate con precisione. Le dita si mossero svelte, armoniose, poi ripose il telefono nella borsa.