Meduse al soffitto

[Flussi]

Siamo un po’ così, come meduse appese al soffitto. Ci dimeniamo nel mezzo di una corrente indomabile, ancorati al nostro filo per timore di cascare giù, per timore di farci male.

Urticanti gelatine che guardano il mondo attraverso il loro corpo semitrasparente, lucidi di sudore, pallidi di senso di colpa; siamo la peggiore creazione delle nostre stesse paure, siamo la peggiore risposta alle nostre stesse domande.

Illusi di conoscere il mare, convinti di avere il diritto di controllarlo e modellarlo sulle nostri mollezze, certi di essere capaci di farlo. Figli di arroganze secolari e di credenze fatiscenti ondeggiamo, scivoliamo uno sull’altro per tutta la vita, solo per arrivare infine su una spiaggia, e lì scioglierci al sole.

Tallinn 1

[In viaggio]

Il panorama da una panchina.

Solo una ragazza che legge

una voce di donna che canta in sottofondo

uno schizzo maldestro sul quaderno

e una promessa a me stesso:

non dimenticare mai

il cielo di Helsinki

le pietre di Tallinn.

Marzamemi 1

[In viaggio]

Esiste un gatto color Marzamemi.

Spunta da un vicolo ma non lo vedi, si confonde con i muri, prende il colore delle pietre.

Miagola appena, il giusto da farti credere di averlo sentito, senza però dartene la certezza.

Salta soffice sui tetti, guarda il mare muovendo la coda al ritmo delle onde, sta fermo ore.

Tutti i cani lo conoscono, tutti i gatti lo rispettano, tutti i topi lo esorcizzano.

Esiste un gatto che non vedrai mai, ma se passerai da casa sua sarai quasi convinto del contrario.

Esiste un gatto e lo chiamerò Marzamiao.

Equilibrio

[Varietà]

Un sabato invernale.

Il cielo striato di grigi carichi di lacrime.

La sabbia gelida come neve, i piedi ghiacciati da non sentire più le dita.

Il mare a riposo mosso dal russare del vento.

Nel mezzo del quadro una vela fosforescente. Densa e obliqua pende e ritrova l’equilibrio, come in un costante bisogno di smarrimento.

Una storia folle

[The One]

Si incontrarono dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome.

SI baciarono per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.

Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio.

Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce; videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.

Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori.

Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti.

Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.

Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori.

Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.

Nessuno sa dove siano ora, ma se in un posto affollato sentirete due voci altissime e folli giratevi velocemente e cercate due paia d’occhi con dentro il mare e il cielo.

Non ho mai letto Murakami

[Flussi]

Curami come mi cura perdermi tra i vicoli delle città, quando la voglia di scoprire da dove viene quel bagliore dietro l’angolo disegna la mappa.

Curami come mi cura la playlist di Spotify, quando azzecca un pezzo dopo l’altro come se conoscesse i bpm necessari al mio umore.

Curami come mi cura un bicchiere di porto, quando mi fa compagnia nella calda solitudine, plaid alcolico, latore di memorie.

Curami come mi cura Livorno, quando m’infonde un’ingiustificata apertura d’occhi, di vocali, di sorriso.

Curami come mi cura vedere due code pelose davanti a me, quando rimbalzellano sulla curiosità e si fermano, si girano e mi aspettano.

Curami come mi cura l’ultimo punto, quando chiude un testo che non ha più nulla da dire.

Curami come mi cura Murakami; in verità non l’ho mai letto, mi piaceva solo come suonava.

Amata punteggiatura

[Varietà]

Esistono periodi fatti di virgole e congiunzioni, calibrate, sospirate, regolari come il respiro di una ragazza che dorme e sogna onde e culle.

Ci sono poi periodi fatti di punti. Punti a capo.

Grossi. Neri. Pesanti.

Frastagliati come il Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa a Berlino.

Viviamo infine periodi senza punteggiatura incerti e frenetici come un paesaggio indistinguibile visto dal finestrino di un treno lanciato a massima velocità.

Io, se posso, scelgo l’inusuale, desueto punto e virgola; una pausa lunga, uno sguardo al mare e un discorso che continua.

Portogallo 5

[In viaggio]

Quando sei pronta riportami a Porto

Dimentica i portici e perdiamoci per le strade.

Parioli, Parigi, Parma; nei paraggi niente pareggia l’apertura purpurea dei palazzi.

Ti prego facciamo presto, la pelle d’oca me la sento ancora addosso.

Quando sei pronta riportami a Porto, questa volta per restarci.

Portogallo 4

[In viaggio]

L’oceano ha un suono diverso. Più profondo, più cupo, più potente. Chiede rispetto con vigore e mostra i muscoli alla terra.

Anche l’odore è differente. Sa di abissi e luoghi sconosciuti, selvaggio e naturale.

Mi chiedo come facciano le rocce e la sabbia a resistergli, a non cedere alla sua autorità, al suo amore carnale.