Follia (1 di 4)

[Varietà]

Bentrovato, ti stavamo aspettando.

Come chi siamo?

Siamo noi, siamo ovunque, accalcate, temute, festanti. Siamo arrabbiate, scioperanti, forcaiole. Siamo ondivaghe e irrazionali, eterogenee e pericolose.

Siamo le folle.

Vieni più vicino, unisciti a noi, non aver paura, mescolati e confonditi, dentro di noi sarai al sicuro. Potrai muoverti nello sciame di corpi, sfiorarne i bordi, essere libero di lasciar andare un peto e fuggire via senza che nessuno ne scopra l’autore. Nessuno ti chiederà chi sei, da dove vieni e perché ti trovi lì; dentro di noi sei uguale a tutti gli altri, nessuno conta di più o di meno, nessuno conta qualcosa. La sola cosa importante siamo noi: splendide, mutevoli, narcisistiche folle.

Cammina e annusa l’odore del sudore, del fumo e dei fiati, nuvole di condensa invernale che svaniscono appena al di sopra degli occhi. Offriti all’osmosi collettiva di muscoli e menti, che unisce persone mai viste in movimenti e canti, sorrisi e grida, cazzotti e balli. Non troverai luogo migliore per la tua realizzazione, per il tuo compito, per la tua affermazione.

[Continua tra due giorni…]

Scalogna (2 di 2)

[Varietà]

[…continua da lunedì.]

Pochi minuti prima il boia si era occupato personalmente di andarlo a prelevare dalla galera, lo aveva condotto su un palco di legno vuoto e lo aveva spogliato con le proprie mani, buttando i vestiti direttamente nella spazzatura. Lo aveva trovato un gesto estremamente degradante da parte del proprio carceriere; in fondo erano vestiti buoni, avrebbero potuto far comodo a qualcun altro, in fondo erano vestiti suoi, le uniche cose che possedeva.

Ora attendeva sdraiato con la guancia schiacciata sul pavimento di legno, in attesa da qualche minuto. O forse da qualche ora. O forse da qualche secondo. Aveva perso totalmente il senso del tempo durante la permanenza nella prigione bianca, dove il buio era costante e la luce entrava raramente, per pochi secondi soltanto.

Sentì dei passi avvicinarsi alle proprie spalle, poi fermarsi, poi armeggiare con qualcosa di metallico.

– E così, oggi, morirò. Non so se si possa definire destino, giustizia o sfortuna tutto questo. Di certo so solo che oggi morirò.

I pensieri del condannato rimasero intimi dentro di lui, mentre gustava l’ultimo scampolo di silenzio, assaporandolo come fosse il suo piatto preferito.

La lama del boia calò con un sibilo, tranciando di netto il collo come fosse un gambo di sedano. Non pago il boia infierì sul cadavere con forza sovrumana, apparentemente insensibile alla scena ripugnante che aveva creato con le proprie mani.

L’uomo posò il coltello e prese un panno per asciugarsi le mani.

– Amore, lo scalogno è pronto, devo tagliare qualcos’altro?

Che sia più reale

[Varietà]

Una ragazza sta guardando un porno. Chiude e ne apre un altro. Chiude e ne apre un altro.

Una ragazza cerca un porno. Che sia più reale, più fedele e in cui le tette di lei siano più belle.

Una ragazza chiude le pubblicità e clicca play. Mette il video a tutto schermo, abbassa di poco il volume.

Una ragazza osserva in silenzio con il piede appoggiato alla gamba del tavolo, un braccio sul ginocchio leggermente sollevato, la mano ciondoloni davanti all’inguine.

Una ragazza indossa un reggiseno chiaro e un pantaloncino di tessuto leggero, bianco e rosa slavato, il disegno di un coniglietto su un fianco.

Una ragazza socchiude gli occhi e inarca la schiena, le dita come piume guidate da palmi rosati, caldi, fermi.

Una ragazza sente in bocca saliva dolce e morbida, ascolta i suoni del sesso, guarda l’aria gialla intorno a sé.

Una ragazza nuota in un fischio di caramello che le corre nelle vene e per una frazione di secondo soltanto vede, sente, assaggia ogni atomo del mondo.

Una ragazza rientra nel proprio corpo, abbassa lo schermo del computer e sente sete.

Saluto alla stanza senza altezza

[Flussi]

Un parallelepipedo di aria, solo questo. Due metri e rotti per cinque; l’altezza non la conosco, non l’ho mai misurata. Adesso vorrei averlo fatto. Adesso sembra importante.

Adesso vorrei sapere esattamente quanti centimetri servono per sfiorare il soffitto, perché la macchina è piena e non voglio dimenticare niente di questa stanza. Neanche un centimetro.

Le pareti tinteggiate di umidità sono illuminate dai segni delle fotografie attaccate con lo scotch, i buchi dei chiodini coperti con il bianchetto in un maldestro tentativo di stuccatura. In un angolo resta ancora una clip rossa che teneva uniti blocchi di fotocopie, su una mensola una ricevuta appallottolata testimonianza di un affitto pagato. Lo spazio angusto tra il letto e la scrivania, le crepe sul soffitto, il legno della porta sfondato da un pugno, la finestra cornice di alberi e case: porterò via anche questo in una fotografia lunga tre anni.

L’eco delle risate, del tempo perso, del sesso, dell’ansia, della leggerezza la sento solo io. Tra qualche giorno questo spazio verrà riempito da nuovi volti, nuova polvere, nuove storie.

Va bene così, io ho la mia fotografia senza altezza.

Lattina di sogni 2

[Varietà]

[Continua dal post precedente]

Neanche il tempo di darmi una rinfrescata prima di concedermi a lui, quel primo contatto sulle labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.

Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, vorrei urlare che non avrei voluto trovarmi qui ma non ho potuto opporre resistenza. Lui si sdraia, forse sviene, ormai non mi considera più, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di senzatetto.

Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora mi distacco da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che non mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza gusto: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.

Lattina di sogni 1

[Varietà]

Non ho mai avuto grosse pretese né chissà quali ambizioni, è vero. Certo ammetto che ogni tanto fermentava in me il sogno di poter ottenere un giorno chissà quale riconoscimento, ma la verità è che mi sarei accontentata di trovare qualcuno che mi apprezzasse per quella che ero.

Sono cresciuta in uno stabilimento modesto. A esser generosi modesto; ad essere onesti ai limiti delle regole d’igiene e di decenza. Eravamo in tante, destinate a gusti semplici più attenti alla quantità che alla qualità. Ogni tanto però tra noi filtrava il chiacchiericcio illusorio che raccontava di una conoscente finita in una festa di giovani rampolli, un’altra trasportata fino in una baita a migliaia di metri sul livello del mare, un’altra ancora che il mare era riuscita a vederlo. Storie che non spegnevano la speranza di un futuro gradevole.

Non ho mai avuto grosse pretese, eppure mai avrei immaginato che mi sarei ritrovata qui, al fondo di un autobus gonfio di caldo e sudore, con un compagno a malapena cosciente disteso a terra.

Il vestito ammaccato che indosso è lo stesso di cui andavo tanto fiera il giorno che me lo consegnarono. Ora però il rosso e l’oro non sono più brillanti come me li ricordavo, le scritte sono sbiadite e il cappellino d’argento si è arrugginito. Il solo pensiero della fierezza con cui lo esponevo di fronte a chi mi concedeva anche solo una rapida occhiata, ora mi nausea.

Avrei dovuto capirlo che non sarebbe andata bene quando ci sistemarono in file disordinate, senza nessuna logica o rispetto. Non volevano che restassimo a lungo, eravamo di passaggio e meno saremmo state esposte agli sguardi dei clienti, prima avrebbero potuto svuotare i magazzini, per riempirli nuovamente.

Avrei dovuto capirlo che mi era andata male quando quella mano mi aveva abbracciata senza affetto.

[Continua tra 2 giorni…]

Scazzo on the rocks

[Flussi]

Inizio un periodo, parto da un qualcosa di casuale, tiro avanti qualche riga poi schiaccio forte la penna contro il foglio, spiaccico la mina sulla carta e la muovo come se fosse in preda a un raptus di follia.

Insensatezza senza meta. Fastidio autoindotto e improvvisa deflagrazione rabbiosa.

Siamo tutti così? Stronzetti boriosi, insicuri e presuntuosi non tanto segretamente desiderosi di successo e riconoscimenti?

E sto scrivendo tutto questo solo per sentirmi che no, che sono momenti come tanti, che passano e vanno?

Farei prima a dirmelo da solo senza occupare spazi fisici o virtuali, con la pretesa che a qualcuno importi.

Autocommiserazione, arroganza ed egoismo. Ghiaccio tritato e uno schizzo di scorza d’arancia. Servire freddo e poi spaccare il bicchiere per terra.

Cin.

Curioso

[Varietà]

Su un autobus senza meta viaggiava un curioso personaggio. Un bizzarro. Un astruso. Un bislacco.

Capelli arruffati come un nido dopo una tempesta, barba incolta e sovversiva, tutte le unghie trivellate di dentate eccetto una, quella dell’anulare sinistro, curata, limpida, smaltata di azzurro. Giaccone verde militare macchiato da aloni scuri, pantaloncini a fiori sfumati dal giallo della vita al rosso delle ginocchia, calzettoni di spugna bianchi nascosti a fatica da un paio di mocassini viola.

Il tale sedeva al centro del mezzo, dal lato del conducente, il capo appoggiato al vetro e lo sguardo perso sulla strada.

Sullo stesso autobus senza meta viaggiavano un anziano, accoccolato sul sedile centrale dell’ultima fila, entrambe le mani appoggiate sul bastone, una a coprire l’altra, e un bambino, in piedi accanto al conducente, la presa ben salda sul sostegno di metallo giallo.

Il bambino era intento a fissare lo strano personaggio seduto pochi posti più indietro, lo guardava con occhi chiari e calmi, curioso. Dopo qualche curva il ragazzino si avvicinò e gli chiese – Dove stai andando?

– Da nessuna parte – rispose l’uomo senza voltarsi.

– Perché viaggi da solo?

– Perché nessuno vorrebbe mai viaggiare accanto a me.

– E perché? – chiese candido il giovane.

L’uomo allora si voltò e lo guardò negli occhi – Mi hai visto? Sono un diverso, nessuno mi capisce e io non capisco nessuno. Il mondo mi evita e io non riesco a seguire le regole che vorrebbe impormi. Sono destinato a una strada solitaria senza destinazione.

Il bimbo stette qualche secondo in silenzio, poi, senza staccare gli occhi dall’eccentrico signore, disse – Anche io tante volte non capisco i grandi, sai? Perdono un sacco di tempo in cose non divertenti e parlano male degli altri grandi e dicono sempre che stanno male e che il mondo non è giusto e però non fanno niente per cambiare qualcosa. Io non lo so se il mondo dei grandi è giusto, sai, però so che sono contento se i miei genitori mi abbracciano e mi baciano, se mi fanno giocare con gli amici, se mi comprano il gelato. E anche se mi fanno un regalo ogni tanto. Ma loro spesso non lo capiscono, sai?

Il bambino girò i tacchi e tornò al proprio posto accanto al conducente.

Il curioso personaggio restò a fissarlo qualche secondo, sorpreso e assorto.

L’anziano in fondo al pullman sorrise silenzioso, appoggiò il capo al vetro, lo sguardo perso sulla strada, e con il pollice accarezzò l’anello che portava all’anulare sinistro, che spiccava tra le altre per quell’unghia curata, limpida, smaltata di azzurro.

Il pittore senza colori

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola TELA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @ale_primo_conte, @alicenonsa, @aritmia_poetica, @cm.wr, @gabbianigrassifoglivolanti, @iosonorainmaker, @mes.chers.souvenirs, @respiro_nero, @sibilodivento, @spazinfiniti. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Il pittore raggiunge infine il posto prescelto. Negli ultimi giorni era tornato più e più volte in quel luogo per essere sicuro di trovare il taglio giusto.

Giunto sulla cima della collina si ferma, respira, annuisce.

Apre lo sgabellino, legno e tela verde e panna; sistema il cavalletto, gioca con i centimetri e ne cambia l’angolazione almeno dieci volte; poggia infine la tela, silenziosa, austera, spocchiosa, bianca.

Il pittore si siede.

Il pittore osserva.

Il pittore ascolta.

Il pittore sceglie.

Per il cielo sceglie il colore della brezza improvvisa in una giornata estiva.

Per le nuvole sceglie il soffio di un bambino su una girandola brillante.

Per il campi coltivati sceglie il biondo bagnato di una ragazza appena uscita dal mare.

Per gli alberi sceglie la saggezza frondosa di un anziano che gioca con il nipote.

Per i fiori sceglie le luci dei fuochi d’artificio più alti mai visti.

Per il fiume sceglie il riflesso di un occhio lucido affacciato da un treno in corsa.

Per le rocce sceglie la sfumatura della costa di un libro che gli era piaciuto tanto.

Per la terra sceglie la sporcizia tra le unghie di un uomo che torna tardi a casa dopo una giornata di lavoro.

Per i casolari in lontananza sceglie le risate di una famiglia durante una gita all’aperto.

Il pittore si alza, dà un ultimo sguardo al paesaggio, sorride e, richiudendo tutto, mette via la tela chiacchierona, bonaria, sorridente, bianca.