Giornata di merda

Miraggio

Ciao, sono una giornata di merda. Ti trovo bene, molto bene. Troppo bene.

È tanto che non passiamo un po’ di tempo insieme. Non ne sentivi il bisogno, dici? Vedi, è proprio per questo che sono qua, dobbiamo coltivare il nostro rapporto, proprio come ha detto lo psicologo. No, no, ora non fare subito il risentito, tanto sai che le tue rimostranze non attecchiscono, non servirà a nulla fare resistenza. Ci tengo troppo a te.

E comunque non fare finta nulla, potevi immaginare che avrei voluto stare con te oggi, dopo il sogno di stanotte. Non lo ricordi? Oh, non ti preoccupare, sono qui apposta.

Eri in quel corridoio buio, umido, con tutti quei quadri attaccati alle pareti, stavi rincorrendo qualcosa, o qualcuno forse. Il corridoio si stringeva poco alla volta, fino a farti rimanere incastrato tra i due muri, senza poterti più a muovere, con il respiro spezzato. Un po’ di claustrofobia notturna non ha mai ucciso nessuno, dai! Hai cercato di urlare, senza riuscirci, poi in qualche modo sei scivolato fuori dalla morsa, e proprio in quell’attimo il pavimento sotto i piedi è scomparso e ti sei ritrovato a cadere nel vuoto. Stavi attendendo lo schianto, ma invece ti sei ritrovato in piedi da qualche parte, in mezzo al nulla. Dopodiché si è accesa la luce ed eccoti nella sala riunione piena di colleghi! Che bella sorpresa, vero? Peccato che ti sia subito reso conto di avere una camicia inadatta e dei bermuda sporchi. Dai, su, non dirmi che quel senso di ansia misto a sudore non ti torna in mente. Ecco, vedi? Poi, come ti accade sempre, nel sogno non riuscivi a risolvere il problema, trasportando fino al risveglio quel bel groviglio di malessere onirico. Molto bene, ora tieni ben stretto quel senso di inadeguatezza e di disagio, che la giornata è ancora lunga e abbiamo appena iniziato.

Per colazione ti ho preparato qualcosa di speciale. Subito un paio di messaggi ansiogeni di clienti che si sono svegliati presto, una sequenza di diciassette starnuti allergici fuori stagione, che lasciano il naso secco fino a sera, e infine una bella botta di energia con un classico guasto della macchinetta del caffè. Come scusa? La colazione dei cogl… dai su, non essere volgare, che non è proprio il caso! Forza vestiti, veloce che fai tardi.

Ora potrei stare qui a farti un elenco di tutte le piccole attività che ho organizzato per farti sentire eccezionale, potrei spulciare con te il programma degli sfoghi immeritati, dei microproblemi ingigantiti e degli intoppi tecnici. Non lo farò, perché in fondo sarebbe egoista da parte mia, sarebbe solo un modo subdolo per parlare di me. Parliamo di te, invece.

Parliamo di come il tuo umore, una volta virato, si aggrappi alla sensazione di avvilimento e non se ne stacchi più fino a tarda sera, o almeno fino a che qualche anima pia non te la strappi via con le pinze. Parliamo di come amplifichi e sottolinei qualsiasi cosa non vada esattamente come ti aspetteresti, paragonandola all’utopia mentale che pretenderesti di vivere. Non vedi che sembra proprio che tu sia alla continua ricerca di conferma del tuo stato emotivo?

È evidente che, in fondo, a una parte di te io piaccia. Una parte di te ci sguazza in questa melma, perché, se ci ragioni con onestà per un momento, anche l’essere di merda, in qualche modo, dà un senso alla tua giornata. Un senso di merda, ma pur sempre un senso.

Pensaci: puoi permetterti di tenere il muso, per colpa mia; puoi permetterti di evitare faticose relazioni, per colpa mia; puoi permetterti di pensare solo a te stesso, per colpa mia. Per merito mio.

Poi, prima che attacchi con la tua solita tiritera, sono consapevole che non possiamo stare insieme quanto vorrei. Lo so, non credere che non lo sappia. Ho accettato da tempo il mio ruolo, i nostri limiti, so che non posso pretendere di più da questa relazione, perché, dopotutto, non riusciremmo a sopportarci l’un l’altra e tu finiresti per distruggere qualcosa. O te stesso.

Però renditene conto: che sia di merda, spesso, lo decidi tu. Perché, da qualche parte, una qualche versione di te a cui non dai tanta retta vuole che quella giornata sia così. Oggi è una giornata di merda, ma grazie a Ronnie James esiste il metal.

Testa vuota

[Flussi]

Dentro questo palloncino

ho soffiato pensieri e dolori

vorticosi discorsi che posso percepire

ma che non so pronunciare

li sento sulla pelle

ne gusto forma e sapore

eppure spiegarli a parole, quello, proprio no.

Questo palloncino vola e sorvola

vorrebbe salire sempre più in alto

le vertigini non gli bastano mai

ma è attaccato a un collo stretto che lo tiene giù

di notte sogna un ago che lo faccia scoppiare

e liberi tutto quello che turbineggia

dentro questa testa vuota.

La fine della gara

[Flussi]

Sto rincorrendo me stesso, in gara contro un tempo lepre, su un anello mentale senza traguardo.

Con il fiato corto arranco, inciampo, poi riparto, scatto, rallento, circondato da una folla di domande, dubbi e falsi miti che incita o sbeffeggia, a seconda dell’umore.

Esistono momenti però, attimi, in cui sento il vento fischiare, l’aria fredda sfiora le orecchie, fa lacrimare gli occhi e in bocca ha un sapore divino. I momenti in cui riesco a correre sono quelli che ripagano la fatica e gli sberleffi del pubblico.

Una corsa senza fine.

La fine sono io.

Meduse al soffitto

[Flussi]

Siamo un po’ così, come meduse appese al soffitto. Ci dimeniamo nel mezzo di una corrente indomabile, ancorati al nostro filo per timore di cascare giù, per timore di farci male.

Urticanti gelatine che guardano il mondo attraverso il loro corpo semitrasparente, lucidi di sudore, pallidi di senso di colpa; siamo la peggiore creazione delle nostre stesse paure, siamo la peggiore risposta alle nostre stesse domande.

Illusi di conoscere il mare, convinti di avere il diritto di controllarlo e modellarlo sulle nostri mollezze, certi di essere capaci di farlo. Figli di arroganze secolari e di credenze fatiscenti ondeggiamo, scivoliamo uno sull’altro per tutta la vita, solo per arrivare infine su una spiaggia, e lì scioglierci al sole.

Scalogna (1 di 2)

[Varietà]

– E così, oggi, morirò.

Il pensiero del condannato rimase ingabbiato nella sua mente, senza trovare la forza per una minima verbalizzazione. Era stato trascinato sul patibolo, in attesa che il boia decretasse la sua fine.

– Morirò solo, senza neanche un insulto o uno sputo da parte di una folla carogna.

Non c’era pubblico ad assistere all’esecuzione, solo lui, il boia, un pavimento di legno unto e il filo mortale della mannaia accanto a lui. Si sentì quasi offeso, gli venne da pensare che avrebbe voluto un pubblico che lo osservasse morire, gli venne da pensare che una morte senza neanche uno spettatore valesse poco o nulla.

– Morirò senza neanche sapere il perché. Senza avere il conforto di una parola o di qualcuno da odiare.

Non c’era neanche stato un processo, neanche un qualche tipo di messa in scena per pulirsi la coscienza di fronte a Dio. Neanche un giudice puttaniere al quale prima implorare pietà e poi promettere vendetta dall’aldilà. Neanche un’accusa, neanche quella. Era stato semplicemente preso e portato via.

– Morirò così, nudo e gelido, come un pezzo di niente che non interessa a nessuno.

Aveva passato le sue ultime ore nella cella fredda e umida di una prigione dalle pareti bianche, in bilico su una graticola che lasciava intravedere i piani sottostanti e i compagni di sventura lì relegati. Negli attimi in cui i carcerieri aprivano la porta e lasciavano filtrare luce all’interno del tugurio, aveva scorto prigionieri provenienti da qualsiasi parte della terra, anche di etnie a lui sconosciute. Razze e soggetti di cui non avrebbe mai scoperto il nome, dato che sarebbe morto di lì a breve.

[Continua tra due giorni…]

Equilibrio

[Varietà]

Un sabato invernale.

Il cielo striato di grigi carichi di lacrime.

La sabbia gelida come neve, i piedi ghiacciati da non sentire più le dita.

Il mare a riposo mosso dal russare del vento.

Nel mezzo del quadro una vela fosforescente. Densa e obliqua pende e ritrova l’equilibrio, come in un costante bisogno di smarrimento.

Dentro o fuori

[Flussi]

Non è una questione di su o giù, più alto o più basso.

È una questione di dentro o fuori.

All’interno di un insieme – tondo, giallo, definito come quelli sui libri di scuola – o fuori, nel resto della pagina al cui termine c’è una cascata altissima.

Dentro quel cerchietto immaginario, ma sensibile – occhi, orecchie, naso, lingua, pelle –, accade tutto. I fuochi d’artificio e le campane del mattino, i profumi delle ginestre e i canti dei cuculi, le urla di rabbia e le urla d’orgasmo, il silenzio, le risate, la paura, l’estasi.

Ma di tutto ciò niente saprai finché non entrerai dentro. Dentro te, dentro ciò che vuoi.

Tri-vello

[Varietà]

Adesso m’hai messo addosso un fosso di pensieri.

Appigliato dietro, riflesso nel vetro lo scruto.

Dalle spalle il peso espelle l’inutile vello,

dittatura dell’arsura forgiò vacua armatura,

diretto contatto cutaneo di bagliore scarlatto.

Tutto spento, più non sento il pentimento.

Compito in classe

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola CONDIVISIONE. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @una_goccia_di_pioggia @lasognatricedelnullapoesia @alicenonsa @iosonorainmaker @gabbianigrassifoglivolanti @hotel_caracas_cc @laragazzachecorreconilupi @respiro_nero. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Compito in classe.

Il candidato elenchi le più intime condivisioni, in ordine sparso d’importanza.

Svolgimento.

La condivisione di un brano musicale, uno di quelli azzeccati dalla Discover Weekly di Spotify; l’ho scoperto io, ne sono geloso e fiero, ma tu, tu devi aprire questo forziere con me.

La condivisione della crosta del Magnum; sappiamo tutti di cosa si sta parlando, da qui l’amore dista giusto qualche passo.

La condivisione di un dolore grande, di quelli che ti spingono vagabondo per una strada illuminata da quei lampioni che sfarfallano nei film americani; cerco la tua voce per tornare a casa.

La condivisione di un libro, che porta con sé l’ineluttabile paura di vederlo tornare sgualcito, con le orecchie, addirittura di non riaverlo indietro mai più; questa di tutte le condivisioni è una di quelle più intime.

La condivisione delle bambole pelose che scodinzolano e limonano a tradimento; quel guinzaglio che hai in mano è controllato a vista dal cuore di babbo.

La condivisione dei miei pensieri per te, sotto forma di lettera; scritti, riscritti, letti, riletti, stracciati, ririscritti, ririletti, senza penna e calamaio ma con una venatura rossa e profonda.

La condivisione di un tramonto sul mare; dovrebbe sempre svolgersi in silenzio, ignorando crampi e formicolii, e sarebbe opportuno che si concludesse sempre con un bacio.