Il ballo degli attimi

Miraggio

Mentre le coppie si andavano formando e il salone da ballo iniziava a riempirsi di colori e volteggi, io rimasi in disparte, con un bicchiere di Porto in mano, a osservare movimenti e approcci, fugaci istanti della durata d’un cinguettio.

Proprio davanti a me due giovani si videro da lontano, sorrisero e si avvicinarono correndosi incontro.

– Finalmente vi ritrovo! Come state Risveglio del Mattino? Vi vedo ristorato e vibrante.

– Mi ero dimenticato che ci sareste stato anche voi Giorno di Festa, sono così contento che potrei mettermi a cantare!

– Lasciate fare ai passerotti e alle tortore, si occuperanno loro di accompagnarci finché staremo insieme. Piuttosto, avete già deciso come intendete passare le prossime ore?

– Per il momento no, mio caro, e va benissimo così. Godiamoci il semplice essere riuniti.

– E sia, mi concede questo ballo?

– Con estremo piacere.

I due presero a danzare con entusiasmo contagioso, spargendo risate e lucentezza su tutti i presenti.

Ferma all’ingresso una figura taciturna venne approcciata con inusitata delicatezza da un individuo imponente, che le rivolse la parola.

– Silenzio del Lampo, siete radioso questa sera.

– Mh.

– Ce l’avete ancora con me?

– Cosa ve lo fa pensare, Boato del Tuono?

– Non fate così, sapete quanto ci tenga a voi, esplodo di gioia al sol vedervi e non mi è possibile contenere l’euforia che mi provoca ascoltarvi.

– Le vostre reazioni spropositate mi provocano imbarazzo, lo sapete, e se qualcuno vi sentisse?

– Che mi sentano, che mi sentano tutti! Il mio amore per voi non può rimanere un sussurro, deve accecare cieli e scuotere fronde, proprio come fa il mio cuore allo sbattere delle vostre ciglia.

– Sempre la solita storia, non riesco a tenervi il muso per più di qualche secondo. Insomma, spero che per farvi perdonare almeno oggi riusciate a evitare di pestarmi i piedi.

– Se inciampo è solo perché mi perdo nei vostri occhi.

– Suvvia, damerino chiacchierone che non siete altro, danziamo.

Nel dirlo sorrise, lo guardò negli occhi, e tutti in sala si fermarono ad ammirarli per un momento appena, prima di continuare.

Al limitare della pista due soggetti attempati, eppure sorprendentemente atletici, si salutarono con un gesto del capo, come compagni di vecchia data.

– Bentrovato Svanire del Sole, ci avete messo un po’ ad arrivare.

– Pelo dell’Acqua, caro amico mio, sai che non posso fare a meno di godermi ogni attimo dell’ultimo tuffo.

– Me lo ribadite quotidianamente, come potrei scordarmene? Intanto lasciate me qui a galleggiare, in attesa. Un giorno o l’altro mi scosterò e vi ritroverete a tuffarvi su un irremovibile fondale marino.

– Non avreste il cuore di compiere una tale impudenza!

– Vero, non l’avrei, ma il solo pensiero mi rallegra e mi fa dimenticare del vostro ritardo. Beviamo qualcosa?

– Cosa si abbina meglio al nostro umore?

– Consiglierei qualcosa di fresco, beverino, che faccia risaltare le vostre tonalità di rosso, viola, arancione. Non saprei…

– Birretta?

– Birretta.

Si allontanarono sottobraccio, scivolando lentamente uno dentro l’altro.

Dall’altra parte della sala, in un angolo di penombra, un giovane si avvicinò a una dama avanti con l’età, seduta in disparte.

– Buongiorno Fine della Notte, mi concedete questa danza?

– Buonanotte Inizio del Giorno. Ardito, come vostro solito.

– È la vista di voi che mi fa accendere mia cara. Sola, schiarita e bella come non mai.

– Ma che dite… il mio momento più intenso è ormai lontano. La mia bellezza è un ricordo passato, come l’oscurità che porto dentro.

– La vostra oscurità, così distante dalla mia anima, è ciò che permette di conoscermi come niente e nessuno potrà mai fare.

– Siete il solito poeta adulatore. Sapete ancora condurre?

– Seguite me, mia cara

Si diedero un bacio, perché era giusto, poi fecero l’amore, perché era tempo.

Versi sul cesso

[Flussi]

Lungi da me definirmi poeta.

Credo che certe etichette artistiche non sia corretto autospillarsele sull’Eastpak – esistono ancora? -, credo che l’arte sia rappresentazione e comunicazione e che sia il pubblico, spettatore, lettore, critico, passante, a doversi prendere la briga di riconoscere o interpretare il valore del messaggio e a scegliere quindi il ruolo da affibbiare all’autore dell’opera. Scrittore, poeta, pittore, scultore, attore, artista, performer, scimmiottatore, saltimbanco, plagiario e aggettivi più o meno offensivi: qualsiasi di queste cose è vera purché venga dall’esterno.

Tutto questo per dire che sono a caccia di parole, senso e suoni da mettere in riga, sto cercando di assemblare un testo che mi convinca, magari anche che arrivi a qualcuno, e intanto rido.

Rido forte.

Rido, perché mi rendo conto che in questo momento sto componendo versi mentre sono sul cesso, e le battute sul valore artistico della mia produzione vengono da sé.

Piccole cose che mi tengono in vita

[Flussi]

Scrivere; non più attendendo il gong mentale per cominciare, ma ricercando regolarità e cadenza, rispettando ritmi e affidandosi a un’armonia che sia solo personale.

Leggere; dedicando ogni cellula al testo, paraocchi cartaceo che esclude allo sguardo il resto del mondo, solo per la durata di qualche riga.

Camminare; alla ricerca della sincronia tra il passo e il pendolo interiore, nella coerenza dell’oscillazione universale, anche se per un secondo appena.

La bellezza; quella racchiusa nelle piccole cose che può essere vista e percepita, quella che senza sbracciarsi mi ricorda della sua esistenza e che io, in fondo, valgo nulla di fronte a lei.

I sensi d’autunno

[Flussi]

Ultimamente mi ritrovo spesso a fotografare la natura, a cercarne il punto di vista, a richiedere un fotogramma di bellezza che sia mio anche solo per un istante.

La tavolozza autunnale di certo aiuta; in contrasto con il primo freddo che si posa sulla pelle, accoglie e riscalda lo sguardo, riaccende il gusto e fa scrocchiare l’udito. È la stagione dove le parole “colori”, “tappeto”, “magia” si sprecano, l’arancione delle zucche e dei cachi esplode un po’ inaspettato e il paesaggio sembra un mare in movimento.

In tutto questo mi muovo alla ricerca di un istante da inquadrare, farfalla che si posa ora sulla semplicità estrema, ora sull’eccezionalità del momento. Concedo i sensi, tutto quel che ho, in cambio di un ricordo.

Punto di luce

[The One]

Essere quel punto di luce.

Partito dai margini dell’infinito, facendosi largo nel grigio, bevendo pioggia e sale, per arrivare lì dove la bellezza trova la forza di palesarsi in mezzo alla tempesta.

Vorrei sapere cosa prova quel punto di luce.

Giunto esattamente al centro di uno sfondo in burrasca, un viaggio di milioni di anni solo per concentrarsi tutto in un millimetro, in un momento così perfetto da essere impossibile.

Quel punto di luce lasciato aperto dalle nostre labbra unite.

Roma 1

[In viaggio]

Ho maturato il pensiero che tu sia troppo bella e intelligente per poter essere compresa e gustata tutta.

Sei eccessiva, complessa, forse inarrivabile.

Non ti colgo a causa dei miei limiti percettivi, non riesco a includerti nei sensi, come se un secchiello pretendesse di contenere il mare.

Ti ammiro, ti calpesto, ti entro dentro e mi è impossibile andarmene via; sei un enigma magnetico, un puzzle dai colori accecanti e diversi tra loro che non riesco a mettere a fuoco nella loro interezza.

È snervante questo tuo passare sopra a tutto ciò che sei con leggerezza, con consapevole menefreghismo. Ti spengono le sigarette addosso e non te ne curi.

Poi, senza preavviso, ti giri e mi guardi. Come adesso a Campo de’ Fiori, dove due perenni Converse e spinello suonano Wish you were here. Mi guardi e io mi blocco; tu Medusa, io pietra. Mi guardi e ti guardo senza poter fare altro. Mi fissi, ti fai venerare e oltre al tuo sguardo vorrei addosso il tuo corpo.

Quanto sei bella Roma.

Black Mirror for dummies

[The One]

Mi sostituirò un occhio con un obiettivo fotografico e occuperò tutti i giga disponibili della mia memoria con i fermoimmagini delle tue espressioni.

Come quando poggi il braccio sullo schienale della sedia accanto.

Come quando alzi il sopracciglio e mi guardi fisso.

Come quando scoppi a ridere e ti copri la bocca.

Come quando scorri il menù con le dita sulle labbra.

Come quando fissi concentrata il telefono alla ricerca di qualcosa.

Come quando finalmente sciogli lo sguardo severo e mi vivi senza più freni.

Come quando ti sporgi dal tavolo per baciarmi.

L’ultima l’ho inventata io.

Ma tutte le altre le riguarderò quando tra qualche tempo mi chiederò cosa mai ci trovassi di bellissimo in te.

Sulla bellezza della tristezza 3

[Flussi]

Non c’è più niente di tuo qui eppure sopravvive l’eco. Rimbomba nella valle celebrale, devo ascoltare, non devo tapparmi le orecchie. Devo ascoltare e godermi l’angoscia del suo svanire lentamente nei ricordi.

Poi sarà di nuovo una valle d’aria fresca.

Ma prima fammi piangere un’ultima volta, per favore. Le lacrime non sono mai inutili, come non lo sono mai le pagine scritte male senza fermarsi. Lo scarabocchio d’inchiostro è un profilo di me che non conoscevo, che ignoravo. Grazie a queste lacrime mi si para davanti come il fugace riflesso di una vetrina in cui non ti riconosci subito.

Sono io quelle lacrime, sono io anche quello.

Forse il senso della tristezza è questo: metterti di fronte di fronte un altro lato di te stesso.

Se è così allora sì, la tristezza è bella.