Vita d’un paguro 5

[Varietà]

Edgar attendeva dall’altra parte della cornetta calcolando mentalmente il costo della chiamata. Ticchettava nervosamente la chela sul telefono pubblico, quando finalmente una voce squillante lo risvegliò dal torpore.

– Hola cuginettos! Como estas?

– Marcello, ciao. Tutto bene, tu?

– Una maravilla cuginettos! Ti è arrivata la cartolina?

– Sì, mi è arrivata, sent…

– Ecco! Qui è dieci volte meglio! Le spiagge sono più bianche, il mare più cristallino, e le chicas… oh le chicas non te le sto neanche a dire! Ho conosciuto una tellina che…

– Marcello senti, non ti offendere, non me ne frega un plancton. Devo parlarti.

– Che succede cuginettos?

– Sono completamente esausto Marcello. Me ne voglio andare.

– In che senso Edgar? È successo qualcosa tra te e Marisa?

– No! Cioè, sì… non lo so. Il problema non è lei, sono io, questo lavoro del plancton e quei peduncoli di guano a capo della società. Non lo so. Io e Marisa ci amiamo, ma non stiamo reggendo i colpi della vita, io non sto reggendo i colpi della vita e…

– Uoh, uoh fermo cugi, piglia fiato e cerchiamo di ragionare.

– L’ho già fatto Marcello. Ho già ragionato. Voglio andarmene, lo voglio fare per la mia famiglia, per Marisa, devo prendermi del tempo per capire cosa fare.

– Cugi mi sembra che tu stia dicendo un sacco di planctonate. Non vorrai lasciare Marisa e il piccolo?

– No Marcello, non voglio lasciarli, sono tutto per me. Ma lo faccio per loro. Sto distruggendo tutto, li sto facendo star male.

– Edgar, calmati. Non puoi prendere e mollare tutto così da un giorno all’altro. Hai una famiglia, un lavoro stabile, un…

– Mi sono licenziato.

– Cosa?? Che plancton dici?

– Stamattina, mi sono licenziato.

– Edgar che plancton hai in testa?

– Voglio venire nei Caraibi. Mi trasferisco lì per un po’. Rimetto a posto le idee, magari trovo un lavoretto, un posto carino e faccio poi trasferire Marisa e Lucas.

– Edgar, orca puttana, ma Marisa che dice di tutto questo?

– Marisa non sa nulla.

– Ma Poseidone scotoplanes.

Hanno portato via l’albero

[Varietà]

Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta.

E cosa gli vuoi dire?

In fondo era un pezzo di legno morto, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.

Insomma, un’azione comprensibile.

E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione?

Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia, perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?

Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.

Non morto, semmai abbattuto.

Non abbattuto, semmai caduto.

Non caduto, semmai addormentato.

Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, e schiamazzano, e ridono. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.

La ricerca della bambina 1

[Varietà]

Una bambina, sdraiata sulla cima di una collinetta erbosa, guarda la discesa e conta in silenzio.

– Tre, due, uno…

Trattiene un palloncino di fiato nei polmoni, si sporge appena e lascia che l’inerzia le faccia prendere velocità.

Mentre rotola, prima piano poi sempre più veloce, tiene le braccia alte sopra la testa, tese come se dovesse arrivare al pensile alto della cucina, e lo sguardo serio, intenzionata a non perdersi neanche una sfumatura dei colori che le si alternano frenetici davanti agli occhi. Il terreno diminuisce la propria pendenza, tornando progressivamente in piano, e con lui rallenta anche la corsa della trottola umana, finché non si ferma con un leggero tonfo sull’erba.

Sdraiata sulla schiena la bambina fissa il blu, la testa che le gira appena e fa ruotare le nuvole sopra di lei, e ripensa al caleidoscopico alternarsi tra terreno e cielo della sua discesa. Ricerca un particolare, un’immagine al confine tra realtà e fantasia, un fotogramma fuori posto.

Dopo qualche minuto sbuffa, si tira su e torna decisa sulla cima della collina.

Scalogna (1 di 2)

[Varietà]

– E così, oggi, morirò.

Il pensiero del condannato rimase ingabbiato nella sua mente, senza trovare la forza per una minima verbalizzazione. Era stato trascinato sul patibolo, in attesa che il boia decretasse la sua fine.

– Morirò solo, senza neanche un insulto o uno sputo da parte di una folla carogna.

Non c’era pubblico ad assistere all’esecuzione, solo lui, il boia, un pavimento di legno unto e il filo mortale della mannaia accanto a lui. Si sentì quasi offeso, gli venne da pensare che avrebbe voluto un pubblico che lo osservasse morire, gli venne da pensare che una morte senza neanche uno spettatore valesse poco o nulla.

– Morirò senza neanche sapere il perché. Senza avere il conforto di una parola o di qualcuno da odiare.

Non c’era neanche stato un processo, neanche un qualche tipo di messa in scena per pulirsi la coscienza di fronte a Dio. Neanche un giudice puttaniere al quale prima implorare pietà e poi promettere vendetta dall’aldilà. Neanche un’accusa, neanche quella. Era stato semplicemente preso e portato via.

– Morirò così, nudo e gelido, come un pezzo di niente che non interessa a nessuno.

Aveva passato le sue ultime ore nella cella fredda e umida di una prigione dalle pareti bianche, in bilico su una graticola che lasciava intravedere i piani sottostanti e i compagni di sventura lì relegati. Negli attimi in cui i carcerieri aprivano la porta e lasciavano filtrare luce all’interno del tugurio, aveva scorto prigionieri provenienti da qualsiasi parte della terra, anche di etnie a lui sconosciute. Razze e soggetti di cui non avrebbe mai scoperto il nome, dato che sarebbe morto di lì a breve.

[Continua tra due giorni…]

Siamo finti

[Varietà]

Siamo pelle di serpente, traslucidi bastardi senza fissa dimora.
Ci muoviamo molli, in preda a convulsioni economiche, sperando di non raggiungere mai la meta.
Sputiamo risate fatte di tasti di pianoforte, folate di lenzuola a pagamento ci tengono freddo durante inverni eterni.
Sbattiamo porte nel vuoto cosmico mentale, fracassiamo pugni contro pareti mai pronunciate.
Siamo frasi buttate per riempire buche cimiteriali, senza volume e senza voglia di farsi ascoltare.
Siamo il fischio nelle orecchie, abbastanza forte da impedire il sonno, abbastanza debole da non essere percepito da nessun’altro.
Siamo il senso di colpa che stringe la gola, sottofondo di ogni giornata che passa senza una risata stracciaguance.
Siamo niente travestiti da qualcosa.
Siamo finti e tutto lo sanno.

52 settimane

[Flussi]

(Piccola nota al testo: oggi mi permetto di essere più autoreferenziale e diaristico del solito, per celebrare un personalissimo traguardo che mi fa piacere condividere)

Cinquantadue settimane fa era lunedì, oggi è mercoledì. È importante perché sono due – dei tre – giorni nei quali mi sono imposto di pubblicare quando tutto è partito.

Gabbiani grassi e fogli volanti oggi compie un anno e 158 testi originali, vari e variegati, vecchi e nuovi, belli e meno belli.

Il traguardo temporale, di per sé, ha poco significato se non in termini di statistiche. Ciò che conta, almeno per i gabbiani in sovrappeso, è il rispetto di una regola autodeterminata, che aveva l’intenzione di spezzare l’estemporaneità di una scrittura irregolare, eppure sempre presente negli anni.

Oltre all’autodisciplina quando si apre un blog, si crea un profilo, si imbastisce un qualsiasi tipo di bancarella virtuale dove viene esposta la propria merce creativa, in fondo si spera sempre nel successo.

Non per forza un successo – declinare il seguito in base alla tipologia di contenuto creativo – fatto di case editrici, presentazioni, premi e interviste. Ognuno ha in testa un personale tipo di successo che può essere fatto di numeri, riconoscimenti, vendette, interazioni, opinioni, richieste, conoscenze, messaggi nascosti in bottigliette di codice binario.  

Esporre in pubblica piazza anche una sola opera del proprio artigianato mentale è un gesto allo stesso tempo estremamente arrogante ed estremamente generoso, a livello personale sempre rischioso. Ma non vorrei perdermi in ciance  su un tema che ritengo totalmente soggettivo e per il quale credo sia giusto che ognuno conviva con le proprie paure, le proprie speranze, i propri sensi di colpa.

Insomma siamo qui, a soffiare su una candelina, a guardare il fumo che si dissolve e a chiedersi che sarà, che sarà, che sarà. Chi lo sa? E chi lo vuol sapere, d’altronde?

Tanti auguri ai gabbiani grassi e ai fogli volanti.

Museo privato

[The One]

Ho scolpito una statua

le ho dato la forma dei tuoi occhi

ho usato un po’ di marmo

qualche ricciolo di legno

un misto di salvia, menta e pepe

poche gocce di grappa alla liquirizia

due riflessi lunari irrequieti

e un pizzico di desiderio pelvico.

Quando l’ho terminata

mi ha detto di essere felice

di avere la forma dei tuoi occhi.

Le tengo esposta

dentro di me

e quando serve

entro senza pagare il biglietto

e la guardo.

Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.

Briciole

[Varietà]

Teneva tra le mani un fazzoletto di carta umido di lacrime. Torcendolo aveva avvolto un angolo su sé stesso, formando un morbido cono con il quale rastrellava le briciole sparse sul tavolo. Meticolosamente le avvicinava una a una verso un punto ben preciso, ammonticchiando un tumulo di frammenti di pane. Il mucchietto aumentava di dimensione sotto gli occhi gonfi della ragazza. Tirò su con il naso, ma nemmeno per un attimo distolse l’attenzione dalla sua bonifica farinacea.

– Non so cos’altro potrei aggiungere – disse l’uomo seduto dall’altro lato del tavolo – non mi viene nient’altro da dire.

La ragazza non replicò, continuando l’opera di raccolta in silenzio.

– In questi momenti non riusciamo proprio a capirci, vero? Non siamo capaci di comunicare, di sentirci. È triste, mi fa male.

Le parole dell’uomo rimbalzarono contro il muro fonoassorbente innalzato dalla compagna e si dispersero nella stanza. I minuscoli tocchetti di pagnotta erano ora tutti radunati sotto gli occhi di lei che, muta, cominciò a dividerli in piccoli gruppetti.

– Ti prego dimmi qualcosa, qualunque cosa, questo silenzio mi sta facendo impazzire.

La ragazza sembrava immune a qualsiasi tipo di stimolo esterno e con il suo strumento di carta improvvisato cominciò a fare di ogni singolo mucchietto di briciole una lettera.

T.

– Non possiamo andare avanti così, lo capisci vero?

I.

– Smettila di ignorarmi e guardami negli occhi. Per favore.

A.

– Non mi merito di essere trattato così, dopo tutti questi anni.

M.

– Ti prego, cazzo, smettila di comportarti così.

O.

– Rispondimi!

La ragazza con una manata disperse le briciole buttandole a terra e si alzò facendo stridere la sedia sul pavimento.

– Vaffanculo.

Se ne andò e non si videro mai più.  

Sottocoperta

[The One]

Le tempeste e i venti australi

questo mare

color burrone

le forze gravitazionali

macigni

le urla della nave.

Presto

sottocoperta

sotto le coperte

sotto di te.

In mezzo al buio

ci vediamo

non ci tocchiamo

eppure ci stringiamo fino a farci male.

Stammi sopra

sopra tutto

non guardare fuori

fuori c’è la lava

e se non riusciremo a costruire un ponte per attraversarla

impareremo a camminarci sopra.