Scalogna (1 di 2)

[Varietà]

– E così, oggi, morirò.

Il pensiero del condannato rimase ingabbiato nella sua mente, senza trovare la forza per una minima verbalizzazione. Era stato trascinato sul patibolo, in attesa che il boia decretasse la sua fine.

– Morirò solo, senza neanche un insulto o uno sputo da parte di una folla carogna.

Non c’era pubblico ad assistere all’esecuzione, solo lui, il boia, un pavimento di legno unto e il filo mortale della mannaia accanto a lui. Si sentì quasi offeso, gli venne da pensare che avrebbe voluto un pubblico che lo osservasse morire, gli venne da pensare che una morte senza neanche uno spettatore valesse poco o nulla.

– Morirò senza neanche sapere il perché. Senza avere il conforto di una parola o di qualcuno da odiare.

Non c’era neanche stato un processo, neanche un qualche tipo di messa in scena per pulirsi la coscienza di fronte a Dio. Neanche un giudice puttaniere al quale prima implorare pietà e poi promettere vendetta dall’aldilà. Neanche un’accusa, neanche quella. Era stato semplicemente preso e portato via.

– Morirò così, nudo e gelido, come un pezzo di niente che non interessa a nessuno.

Aveva passato le sue ultime ore nella cella fredda e umida di una prigione dalle pareti bianche, in bilico su una graticola che lasciava intravedere i piani sottostanti e i compagni di sventura lì relegati. Negli attimi in cui i carcerieri aprivano la porta e lasciavano filtrare luce all’interno del tugurio, aveva scorto prigionieri provenienti da qualsiasi parte della terra, anche di etnie a lui sconosciute. Razze e soggetti di cui non avrebbe mai scoperto il nome, dato che sarebbe morto di lì a breve.

[Continua tra due giorni…]

Siamo finti

[Varietà]

Siamo pelle di serpente, traslucidi bastardi senza fissa dimora.
Ci muoviamo molli, in preda a convulsioni economiche, sperando di non raggiungere mai la meta.
Sputiamo risate fatte di tasti di pianoforte, folate di lenzuola a pagamento ci tengono freddo durante inverni eterni.
Sbattiamo porte nel vuoto cosmico mentale, fracassiamo pugni contro pareti mai pronunciate.
Siamo frasi buttate per riempire buche cimiteriali, senza volume e senza voglia di farsi ascoltare.
Siamo il fischio nelle orecchie, abbastanza forte da impedire il sonno, abbastanza debole da non essere percepito da nessun’altro.
Siamo il senso di colpa che stringe la gola, sottofondo di ogni giornata che passa senza una risata stracciaguance.
Siamo niente travestiti da qualcosa.
Siamo finti e tutto lo sanno.

52 settimane

[Flussi]

(Piccola nota al testo: oggi mi permetto di essere più autoreferenziale e diaristico del solito, per celebrare un personalissimo traguardo che mi fa piacere condividere)

Cinquantadue settimane fa era lunedì, oggi è mercoledì. È importante perché sono due – dei tre – giorni nei quali mi sono imposto di pubblicare quando tutto è partito.

Gabbiani grassi e fogli volanti oggi compie un anno e 158 testi originali, vari e variegati, vecchi e nuovi, belli e meno belli.

Il traguardo temporale, di per sé, ha poco significato se non in termini di statistiche. Ciò che conta, almeno per i gabbiani in sovrappeso, è il rispetto di una regola autodeterminata, che aveva l’intenzione di spezzare l’estemporaneità di una scrittura irregolare, eppure sempre presente negli anni.

Oltre all’autodisciplina quando si apre un blog, si crea un profilo, si imbastisce un qualsiasi tipo di bancarella virtuale dove viene esposta la propria merce creativa, in fondo si spera sempre nel successo.

Non per forza un successo – declinare il seguito in base alla tipologia di contenuto creativo – fatto di case editrici, presentazioni, premi e interviste. Ognuno ha in testa un personale tipo di successo che può essere fatto di numeri, riconoscimenti, vendette, interazioni, opinioni, richieste, conoscenze, messaggi nascosti in bottigliette di codice binario.  

Esporre in pubblica piazza anche una sola opera del proprio artigianato mentale è un gesto allo stesso tempo estremamente arrogante ed estremamente generoso, a livello personale sempre rischioso. Ma non vorrei perdermi in ciance  su un tema che ritengo totalmente soggettivo e per il quale credo sia giusto che ognuno conviva con le proprie paure, le proprie speranze, i propri sensi di colpa.

Insomma siamo qui, a soffiare su una candelina, a guardare il fumo che si dissolve e a chiedersi che sarà, che sarà, che sarà. Chi lo sa? E chi lo vuol sapere, d’altronde?

Tanti auguri ai gabbiani grassi e ai fogli volanti.

Museo privato

[The One]

Ho scolpito una statua

le ho dato la forma dei tuoi occhi

ho usato un po’ di marmo

qualche ricciolo di legno

un misto di salvia, menta e pepe

poche gocce di grappa alla liquirizia

due riflessi lunari irrequieti

e un pizzico di desiderio pelvico.

Quando l’ho terminata

mi ha detto di essere felice

di avere la forma dei tuoi occhi.

Le tengo esposta

dentro di me

e quando serve

entro senza pagare il biglietto

e la guardo.

Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.

Briciole

[Varietà]

Teneva tra le mani un fazzoletto di carta umido di lacrime. Torcendolo aveva avvolto un angolo su sé stesso, formando un morbido cono con il quale rastrellava le briciole sparse sul tavolo. Meticolosamente le avvicinava una a una verso un punto ben preciso, ammonticchiando un tumulo di frammenti di pane. Il mucchietto aumentava di dimensione sotto gli occhi gonfi della ragazza. Tirò su con il naso, ma nemmeno per un attimo distolse l’attenzione dalla sua bonifica farinacea.

– Non so cos’altro potrei aggiungere – disse l’uomo seduto dall’altro lato del tavolo – non mi viene nient’altro da dire.

La ragazza non replicò, continuando l’opera di raccolta in silenzio.

– In questi momenti non riusciamo proprio a capirci, vero? Non siamo capaci di comunicare, di sentirci. È triste, mi fa male.

Le parole dell’uomo rimbalzarono contro il muro fonoassorbente innalzato dalla compagna e si dispersero nella stanza. I minuscoli tocchetti di pagnotta erano ora tutti radunati sotto gli occhi di lei che, muta, cominciò a dividerli in piccoli gruppetti.

– Ti prego dimmi qualcosa, qualunque cosa, questo silenzio mi sta facendo impazzire.

La ragazza sembrava immune a qualsiasi tipo di stimolo esterno e con il suo strumento di carta improvvisato cominciò a fare di ogni singolo mucchietto di briciole una lettera.

T.

– Non possiamo andare avanti così, lo capisci vero?

I.

– Smettila di ignorarmi e guardami negli occhi. Per favore.

A.

– Non mi merito di essere trattato così, dopo tutti questi anni.

M.

– Ti prego, cazzo, smettila di comportarti così.

O.

– Rispondimi!

La ragazza con una manata disperse le briciole buttandole a terra e si alzò facendo stridere la sedia sul pavimento.

– Vaffanculo.

Se ne andò e non si videro mai più.  

Sottocoperta

[The One]

Le tempeste e i venti australi

questo mare

color burrone

le forze gravitazionali

macigni

le urla della nave.

Presto

sottocoperta

sotto le coperte

sotto di te.

In mezzo al buio

ci vediamo

non ci tocchiamo

eppure ci stringiamo fino a farci male.

Stammi sopra

sopra tutto

non guardare fuori

fuori c’è la lava

e se non riusciremo a costruire un ponte per attraversarla

impareremo a camminarci sopra.

Il vecchio con i sacchetti pieni di libri

[Varietà]

Per le strade tortuose di un paesone aggrappato alla schiena di una ripida collina, si aggirava senza meta un anziano signore. Procedeva a passo lento, compito, risoluto nel suo vagare perpetuo, per niente affaticato dal saliscendi che gli imponevano i viottoli, le scalette e i camminamenti del borgo. Dalla mattina alla sera i compaesani lo vedevano vagare, sempre in movimento, e nessuno di loro ne conosceva il nome o l’indirizzo di casa o l’anno di nascita, né sapevano se avesse figli o moglie o fratelli o qualche tipo di parente alla lontana.

L’anziano portava sempre con sé due buste della spesa, semitrasparenti, dalle quali si intravedeva un carico di libri ingialliti. Come due prolungamenti delle braccia i sacchetti non si staccavano mai dalle mani dell’uomo, ondeggiando insieme ai suoi passi, lenti e gravi come due pendoli gemelli.

Nessuno del paese sapeva dove fosse diretto il vecchio, né che libri trasportasse.

A chi gli chiedeva che libri fossero quelli che trasportava, lui rispondeva – Sono le storie del mondo.

A chi gli chiedeva dove portasse tutto quel peso, lui rispondeva – Li porto al sicuro.

A chi gli chiedeva se potesse regalargli, vendergli uno dei libri o anche solo fargli leggere qualche riga dalle pagine rinchiuse nelle buste di plastica, lui rispondeva – Le parole chiuse qui dentro non possono essere lette, ma solo immaginate.

Costante nel suo vagare e nelle sue risposte, il vecchio procedeva nel suo cammino finché un giorno…

Saluto alla stanza senza altezza

[Flussi]

Un parallelepipedo di aria, solo questo. Due metri e rotti per cinque; l’altezza non la conosco, non l’ho mai misurata. Adesso vorrei averlo fatto. Adesso sembra importante.

Adesso vorrei sapere esattamente quanti centimetri servono per sfiorare il soffitto, perché la macchina è piena e non voglio dimenticare niente di questa stanza. Neanche un centimetro.

Le pareti tinteggiate di umidità sono illuminate dai segni delle fotografie attaccate con lo scotch, i buchi dei chiodini coperti con il bianchetto in un maldestro tentativo di stuccatura. In un angolo resta ancora una clip rossa che teneva uniti blocchi di fotocopie, su una mensola una ricevuta appallottolata testimonianza di un affitto pagato. Lo spazio angusto tra il letto e la scrivania, le crepe sul soffitto, il legno della porta sfondato da un pugno, la finestra cornice di alberi e case: porterò via anche questo in una fotografia lunga tre anni.

L’eco delle risate, del tempo perso, del sesso, dell’ansia, della leggerezza la sento solo io. Tra qualche giorno questo spazio verrà riempito da nuovi volti, nuova polvere, nuove storie.

Va bene così, io ho la mia fotografia senza altezza.

Lattina di sogni 2

[Varietà]

[Continua dal post precedente]

Neanche il tempo di darmi una rinfrescata prima di concedermi a lui, quel primo contatto sulle labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.

Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, vorrei urlare che non avrei voluto trovarmi qui ma non ho potuto opporre resistenza. Lui si sdraia, forse sviene, ormai non mi considera più, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di senzatetto.

Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora mi distacco da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che non mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza gusto: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.