Follia (4 di 4)

[Varietà]

[…continua da venerdì]

Certo la prospettiva di poter fare tutto ciò che desidero, in particolare quella cosa dello sfiorare i bordi delle persone che avete detto prima, mi alletta, certo sarebbe strano mi allattasse, allietare sì, ma meglio restare allerta. Mi hanno usato per tanto di quel tempo, che le lancette dell’orologio hanno fatto lo stesso numero di giri del London Eye da quando è caduto dai perni e ha iniziato a correre per strada.

Io non ho mai potuto dire se mi andava bene o no tutto questo, nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai ascoltato. Peraltro è tutta la vita che non posso mai fare quello che voglio fare, quello che mi dicono di fare, quello che farei se potessi fare. Non che io sia il burattino di nessuno, sia chiaro, qui sono l’unico senza fili in un mondo di marionette guidate a loro insaputa da tutte quelle mani nascoste dietro slogan e bottoni fluorescenti che gridano “Acquista subito”, “Offerta speciale”, “Approfitta dello sconto”, “Non perdere l’occasione”, “Mira e spara”, “Boom”, “+112 kills SuperCombo”, “Andrai all’inferno”, “L’inferno sono gli altri”.

Ok, allora, se per voi va bene, entrerei dentro di voi. Sono un po’ nervoso ma se poi dovesse scappare un peto scapperò anche io urlando “Al peto! Al peto!” così nessuno potrà pensare che sia stato io. Un peto porta di certo scompiglio, ma mai quanto questi candelotti di tritolo che ho legato in vita e farà scoppiare tra tre, due, uno, cosa sono quelle facce, ma dai stavo scherzando.

Oppure no?

D’altronde si sa come va con le folle: basta un solo folle al loro interno per trasformare tutto in una follia.

Follia (2 di 4)

[Varietà]

[…continua da lunedì]

Non preoccuparti di come nasciamo, se di parto spontaneo o indotto, se cresciamo attorno a un leader fisico o a un sogno condiviso, se dopo la nostra morte qualcuno porterà avanti il nostro ricordo o se tutti coloro che hanno vissuto al nostro interno torneranno alle loro vite di prima. Non perdere il tuo tempo intorno a domande troppo vaste e ariose, lasciati guidare dai sensi e dal flusso della nostra coscienza. Noi siamo e saremo sempre la più potente materializzazione dell’espressione umana e l’apice della sua essenza.

Dentro le folle ti potrai finalmente sentire protetto, sostenuto, esaltato; tutto ciò che manca alla tua vita di singolo essere umano sarà a tua disposizione dentro di noi: riparo, sicurezza, condivisione, comprensione, comunione.

Potrai essere tutto e il contrario di tutto. Potrai inebriarti di libertà mentre i polmoni sono tanto stretti da non riuscire a respirare; potrai gridare fino a scorticarti la gola senza che chi ti sta accanto riesca a percepire il benché minimo rumore; potrai finalmente avere giustizia mentre sei immerso fino al collo nell’empietà.

Potrai fare tutto questo, senza sembrare completamente folle.

[Continua tra due giorni…]

Follia (1 di 4)

[Varietà]

Bentrovato, ti stavamo aspettando.

Come chi siamo?

Siamo noi, siamo ovunque, accalcate, temute, festanti. Siamo arrabbiate, scioperanti, forcaiole. Siamo ondivaghe e irrazionali, eterogenee e pericolose.

Siamo le folle.

Vieni più vicino, unisciti a noi, non aver paura, mescolati e confonditi, dentro di noi sarai al sicuro. Potrai muoverti nello sciame di corpi, sfiorarne i bordi, essere libero di lasciar andare un peto e fuggire via senza che nessuno ne scopra l’autore. Nessuno ti chiederà chi sei, da dove vieni e perché ti trovi lì; dentro di noi sei uguale a tutti gli altri, nessuno conta di più o di meno, nessuno conta qualcosa. La sola cosa importante siamo noi: splendide, mutevoli, narcisistiche folle.

Cammina e annusa l’odore del sudore, del fumo e dei fiati, nuvole di condensa invernale che svaniscono appena al di sopra degli occhi. Offriti all’osmosi collettiva di muscoli e menti, che unisce persone mai viste in movimenti e canti, sorrisi e grida, cazzotti e balli. Non troverai luogo migliore per la tua realizzazione, per il tuo compito, per la tua affermazione.

[Continua tra due giorni…]

Scalogna (2 di 2)

[Varietà]

[…continua da lunedì.]

Pochi minuti prima il boia si era occupato personalmente di andarlo a prelevare dalla galera, lo aveva condotto su un palco di legno vuoto e lo aveva spogliato con le proprie mani, buttando i vestiti direttamente nella spazzatura. Lo aveva trovato un gesto estremamente degradante da parte del proprio carceriere; in fondo erano vestiti buoni, avrebbero potuto far comodo a qualcun altro, in fondo erano vestiti suoi, le uniche cose che possedeva.

Ora attendeva sdraiato con la guancia schiacciata sul pavimento di legno, in attesa da qualche minuto. O forse da qualche ora. O forse da qualche secondo. Aveva perso totalmente il senso del tempo durante la permanenza nella prigione bianca, dove il buio era costante e la luce entrava raramente, per pochi secondi soltanto.

Sentì dei passi avvicinarsi alle proprie spalle, poi fermarsi, poi armeggiare con qualcosa di metallico.

– E così, oggi, morirò. Non so se si possa definire destino, giustizia o sfortuna tutto questo. Di certo so solo che oggi morirò.

I pensieri del condannato rimasero intimi dentro di lui, mentre gustava l’ultimo scampolo di silenzio, assaporandolo come fosse il suo piatto preferito.

La lama del boia calò con un sibilo, tranciando di netto il collo come fosse un gambo di sedano. Non pago il boia infierì sul cadavere con forza sovrumana, apparentemente insensibile alla scena ripugnante che aveva creato con le proprie mani.

L’uomo posò il coltello e prese un panno per asciugarsi le mani.

– Amore, lo scalogno è pronto, devo tagliare qualcos’altro?

Lattina di sogni 2

[Varietà]

[Continua dal post precedente]

Neanche il tempo di darmi una rinfrescata prima di concedermi a lui, quel primo contatto sulle labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.

Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, vorrei urlare che non avrei voluto trovarmi qui ma non ho potuto opporre resistenza. Lui si sdraia, forse sviene, ormai non mi considera più, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di senzatetto.

Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora mi distacco da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che non mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza gusto: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.

Pistola e giarrettiera (3 di 3)

[Varietà]

Terza e ultima parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Buona lettura.

Piegò la gamba tatuata poggiando la suola dello stivaletto contro il muro senza preoccuparsi di sporcare un intonaco già segnato e stanco. La linea di fuoco si alzò ubbidiente, fissando la mira su un cinquantenne dalla fronte sudata che aveva sbirciato un paio di volte la pelle nuda della ragazza. Una signora storse il naso come se le fosse stata servita una pietanza straniera dall’odore nauseabondo. Con la bocca serrata fissò prima il tatuaggio poi il volto della giovane come a volerle chiedere spiegazione di un tale scempio. Non venne considerata e non ruppe il silenzio, limitandosi a cercare sostegno negli sguardi dei vicini.

Perché una pistola?

Uno strumento di offesa o di autodifesa? Autonomia e sicurezza, aggressività e intimidazione.

Eppure, tutto questa potenza di fuoco era retta dalla delicatezza di un filo d’inchiostro. Una nuvola di fragilità e sesso, eleganza e provocazione.

Perché una giarrettiera?

Nessuno glielo chiese, preferendo ammirare con disgusto l’ossimoro grafico che mutava significato di mente in mente.

Bip, richiamò all’ordine il tabellone dei turni che lentamente fece defluire ognuno verso la tanto agognata uscita.

Pistola e giarrettiera (2 di 3)

[Varietà]

Seconda parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Tra due giorni la conclusione.

Tra i tanti elementi della ragazza che potevano catturare l’attenzione uno fra tutti lasciava uno strascico di fronti corrugate e labbra increspate. I pantaloncini di jeans la coprivano ben poco e il tatuaggio si stagliava sulla coscia pallida di primavera. Un reticolo di tratti finissimi correva in tondo disegnando con minuzia il pizzo di una giarrettiera. L’effetto ottico della trasparenza era accentuato da ombreggiature, la profondità esaltata da fiocchetti di seta inchiostrata. Un vezzo voluttuoso che era interrotto sull’esterno della gamba da linee ricalcate, dure; come se l’autore non avesse voluto lasciare il segno solo in superficie, come se quel nero massiccio avesse dovuto fissarsi fin dentro i muscoli, mescolarsi al sangue della ragazza. Quel calcio, quel grilletto, quel mirino non erano solo rappresentazioni grafiche; sembravano voler essere parte integrante della fisicità di lei, con lo sguardo fisso su un numero luminoso e il passo convinto.

La pistola rimaneva pizzicata in un equilibrio irreale tra la giarrettiera e la pelle. Un trittico laico ai cui lati femminilità e violenza si facevano ali di una spudorata sicurezza.

A ogni passo l’arma seguiva fedele la padrona, modulando la sua forma insieme alla pelle ora rilassata ora tesa dallo scatto dei muscoli. La giovane lanciò un’ultima occhiata al fondo della sala prima di tornare indietro e appoggiare la schiena contro il muro vicino l’ingresso. Se aveva notato gli occhi che seguivano i suoi movimenti non lo diede a vedere.

[continua tra 2 giorni…]

Pistola e giarrettiera (1 di 3)

[Varietà]

Un nuovo racconto a puntate, 3 in tutto, che terminerà venerdì. Buona lettura.

Gli sguardi delle persone in coda ondeggiavano in una melassa di noia. La nausea dell’attesa sbuffava alzando le sopracciglia, torturando le unghie come fossero colpevoli della folla, del sudore, dell’umidità.

Le poste di quartiere. Gorgo di insofferenza, sospiri e francobolli.

Le poste di quartiere il lunedì dopo un lungo ponte estivo. Una ciurma di anziani veterani, utenti occasionali e novizi spaesati.

Lo squittio della macchinetta che manteneva l’ordine della fila annunciò il suo ingresso nell’indifferenza altrui. Una giovane figura femminile prese il foglietto con il numero che le era stato assegnato, si voltò a fissare la tabella luminosa che associava il cartoncino ad uno sportello ed entrò nell’afa.

La noncuranza del pubblico scemava man mano che la ragazza avanzava nella saletta d’attesa alla ricerca di un posto a sedere. Saranno stati i suoi lunghi capelli rasati da un lato, di un biondo che stingeva verso le punte in un verde opaco; saranno stati i piercing al naso, o quelli sul sopracciglio; sarà stata la canottiera nera con un demone che rideva mostrando un’ascia insanguinata, di una taglia tanto grande da far intravedere la fascia rosa carne che le reggeva il seno. Oppure le Dr. Martens sfoggiate nonostante il caldo, la borsa di tela rattoppata con spillette e scritte colorate, gli occhi verdi senza trucco che non mollavano mai il tabellone dei turni.

Girò intorno alle sedie che però sembravano tutte occupate e arrivò a ridosso degli sportelli. Dalla borsa estrasse il cellulare sul quale ticchettarono le unghie lucide, smaltate con precisione. Le dita si mossero svelte, armoniose, poi ripose il telefono nella borsa.

[continua tra 2 giorni…]