Pistola e giarrettiera (3 di 3)

[Varietà]

Terza e ultima parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Buona lettura.

Piegò la gamba tatuata poggiando la suola dello stivaletto contro il muro senza preoccuparsi di sporcare un intonaco già segnato e stanco. La linea di fuoco si alzò ubbidiente, fissando la mira su un cinquantenne dalla fronte sudata che aveva sbirciato un paio di volte la pelle nuda della ragazza. Una signora storse il naso come se le fosse stata servita una pietanza straniera dall’odore nauseabondo. Con la bocca serrata fissò prima il tatuaggio poi il volto della giovane come a volerle chiedere spiegazione di un tale scempio. Non venne considerata e non ruppe il silenzio, limitandosi a cercare sostegno negli sguardi dei vicini.

Perché una pistola?

Uno strumento di offesa o di autodifesa? Autonomia e sicurezza, aggressività e intimidazione.

Eppure, tutto questa potenza di fuoco era retta dalla delicatezza di un filo d’inchiostro. Una nuvola di fragilità e sesso, eleganza e provocazione.

Perché una giarrettiera?

Nessuno glielo chiese, preferendo ammirare con disgusto l’ossimoro grafico che mutava significato di mente in mente.

Bip, richiamò all’ordine il tabellone dei turni che lentamente fece defluire ognuno verso la tanto agognata uscita.

Pistola e giarrettiera (2 di 3)

[Varietà]

Seconda parte del racconto a puntate iniziato lunedì. Tra due giorni la conclusione.

Tra i tanti elementi della ragazza che potevano catturare l’attenzione uno fra tutti lasciava uno strascico di fronti corrugate e labbra increspate. I pantaloncini di jeans la coprivano ben poco e il tatuaggio si stagliava sulla coscia pallida di primavera. Un reticolo di tratti finissimi correva in tondo disegnando con minuzia il pizzo di una giarrettiera. L’effetto ottico della trasparenza era accentuato da ombreggiature, la profondità esaltata da fiocchetti di seta inchiostrata. Un vezzo voluttuoso che era interrotto sull’esterno della gamba da linee ricalcate, dure; come se l’autore non avesse voluto lasciare il segno solo in superficie, come se quel nero massiccio avesse dovuto fissarsi fin dentro i muscoli, mescolarsi al sangue della ragazza. Quel calcio, quel grilletto, quel mirino non erano solo rappresentazioni grafiche; sembravano voler essere parte integrante della fisicità di lei, con lo sguardo fisso su un numero luminoso e il passo convinto.

La pistola rimaneva pizzicata in un equilibrio irreale tra la giarrettiera e la pelle. Un trittico laico ai cui lati femminilità e violenza si facevano ali di una spudorata sicurezza.

A ogni passo l’arma seguiva fedele la padrona, modulando la sua forma insieme alla pelle ora rilassata ora tesa dallo scatto dei muscoli. La giovane lanciò un’ultima occhiata al fondo della sala prima di tornare indietro e appoggiare la schiena contro il muro vicino l’ingresso. Se aveva notato gli occhi che seguivano i suoi movimenti non lo diede a vedere.

[continua tra 2 giorni…]

Pistola e giarrettiera (1 di 3)

[Varietà]

Un nuovo racconto a puntate, 3 in tutto, che terminerà venerdì. Buona lettura.

Gli sguardi delle persone in coda ondeggiavano in una melassa di noia. La nausea dell’attesa sbuffava alzando le sopracciglia, torturando le unghie come fossero colpevoli della folla, del sudore, dell’umidità.

Le poste di quartiere. Gorgo di insofferenza, sospiri e francobolli.

Le poste di quartiere il lunedì dopo un lungo ponte estivo. Una ciurma di anziani veterani, utenti occasionali e novizi spaesati.

Lo squittio della macchinetta che manteneva l’ordine della fila annunciò il suo ingresso nell’indifferenza altrui. Una giovane figura femminile prese il foglietto con il numero che le era stato assegnato, si voltò a fissare la tabella luminosa che associava il cartoncino ad uno sportello ed entrò nell’afa.

La noncuranza del pubblico scemava man mano che la ragazza avanzava nella saletta d’attesa alla ricerca di un posto a sedere. Saranno stati i suoi lunghi capelli rasati da un lato, di un biondo che stingeva verso le punte in un verde opaco; saranno stati i piercing al naso, o quelli sul sopracciglio; sarà stata la canottiera nera con un demone che rideva mostrando un’ascia insanguinata, di una taglia tanto grande da far intravedere la fascia rosa carne che le reggeva il seno. Oppure le Dr. Martens sfoggiate nonostante il caldo, la borsa di tela rattoppata con spillette e scritte colorate, gli occhi verdi senza trucco che non mollavano mai il tabellone dei turni.

Girò intorno alle sedie che però sembravano tutte occupate e arrivò a ridosso degli sportelli. Dalla borsa estrasse il cellulare sul quale ticchettarono le unghie lucide, smaltate con precisione. Le dita si mossero svelte, armoniose, poi ripose il telefono nella borsa.

[continua tra 2 giorni…]