[Varietà]
Mi pareva
un ostacolo tra le coltri
una presenza incomoda
un ingombro caparbio
una fermezza arborea
un risveglio effervescente
un’idea come un’altra
e invece era
un’erezione mattutina.
[Varietà]
Mi pareva
un ostacolo tra le coltri
una presenza incomoda
un ingombro caparbio
una fermezza arborea
un risveglio effervescente
un’idea come un’altra
e invece era
un’erezione mattutina.
[Varietà]
Mi pareva
un supplizio a raggi UV
un’offesa a vita bassa
uno sconquasso di bacini
una lotta tra felini
un tormento cacofonico
una piaga inestirpabile
e invece era
un reggaeton di merda.
[The One]
Un po’ come il colore del cielo che arrossisce di fronte al mare
un po’ come il calore dell’orizzonte verso cui volano i gabbiani
un po’ come l’odore del vento che trasporta pollini e ricordi
un po’ di tutto questo si posa sulla pelle
quando di notte
ci abbracciamo.
[Varietà]
Mi pareva
un afflato di tradizione
un’istigazione peccaminosa
un tripudio olfattivo
una promessa alle papille
un addio alla sobrietà
una piscina di trigliceridi
e invece era
una parmigiana fatta in casa.
[Varietà]
Tante piccole orme, una dopo l’altra, una catena di ombre su un manto tanto bianco da infastidire lo sguardo.
Una bambina cammina nella neve con il capo chino, controllando meticolosamente ogni movimento del corpo. Ad ogni passo appoggia piano la suola delle scarpe sulla superficie bianca, si ferma un attimo, si sforza di percepire il confine tra aria e neve, poi molla gli ormeggi e lascia che il peso della gamba faccia affondare il Moon Boot rosso fuoco.
La bambina tende l’orecchio, assaggia lo sgranocchio dello stivaletto che trova un’improbabile resistenza, annusa il freddo che si compatta, intuisce il cambio di stato da neve fresca a neve schiacciata e sporcata. Poi di nuovo silenzio.
La bambina si blocca un attimo, resta completamente immobile fatta eccezione per il vapore del suo fiato, poi muove un muscolo e fa un altro passo.
[Varietà]
Sdraiato a terra
gres porcellanato effetto legno sotto la nuca
rimbomba una canzone
pulsa nel cervello
ovatta le sinapsi
panna cotta i pensieri.
Ma poi, quali pensieri?
Qui è tutto un pot-pourri di melassa e bassi
quattro-quarti e comandi vocali
amplificato dal gress porcellanato effetto legno
che è un ottimo conduttore
o forse no
in fisica avevo 4.
Ma poi, che canzone è?
Quella canna era decisamente troppo forte.
[Varietà]
Mi pareva
un assembramento recidivo
una nidiata abbandonata
un melting pot superfluo
una cerchia cospiratrice
un rotolacampo personale
una dimenticanza Jovanottiana
e invece era
la peluria dell’ombelico
[Varietà]
Appesa a un filo di nebbia
rintocca la campana dei giorni di pioggia
vibra una nota piatta, carica di pallore
e intanto noi
chiusi dentro una bolla cava
pesante
persistente
ticchettiamo sulle pareti come ballerini senza gioia
galleggiamo in attesa che passi un’altra ora
un’altra ora ancora.
[Flussi]
Ultimamente scrivo di rincorsa, con un po’ affanno a volte, al soldo di una scadenza di cui sono il committente.
Mi rimbomba in testa l’atto più che il contenuto, l’impellenza del rintocco più che la brezza della discesa. Meno spunti o flash, più ragionamento e sforzo.
Bene, la mente ha radicalizzato un’abitudine, scardinato il gene della pigrizia in favore di una metodo e impostato il promemoria di un impegno.
Male, a volte temo che la cadenza autoimposta non sia sincronizzata con l’effettiva disponibilità della scrittura, e che ciò porti all’effetto “consegna del compito in classe al suono della campanella”, con il rischio di produrre testi tanto per fare.
Eppure questo può anche essere un luogo dove sbagliare, osare ed esagerare.
In fondo cosa sia questo luogo, lo decido io.
[Varietà]
Una notte di confine
tra mille scatole tenute insieme da rotoli di scotch
soffitti passeggeri
occhi stanchi
e poche, povere, banali parole.
Una notte che precede un giorno
Big Bang di nuovi spazi
nuove prospettive
nuovi giochi di luce
nuovi colori.
Una notte come tante
con un gusto un po’ retrò
con lo sguardo un po’ più in là
senza voglia di dormire
impaziente di sognare.