Porto

[Varietà]

La nave giunge in vista del porto.

Mesi, anni, vite di navigazione tra onde, fulmini e tramonti, trovano infine l’apice terminale; tutti i momenti passati, anche quelli più umili, anche i mozzi, si accalcano sul ponte, sgomitano per un posto in prima fila, per aggiudicarsi la visione di un lembo di fine.

La nave inizia le procedure d’attracco.

Il ricongiungimento con la terraferma avviene al rallentatore, quasi con incertezza, come se i due non fossero del tutto convinti di volersi toccare di nuovo, come se non esistesse la certezza di volersi fermare dopo tutto questo girovagare.

La nave viene ormeggiata al molo.

Fissità apparente, mentre sotto, dentro, rimesta l’oceano, il mare o l’amore; fermezza momentanea per permettere lo sbarco, l’imbarco e tutto ciò che è necessario per sopravvivere, in attesa di una nuova meta, in attesa di un nuovo senso.

Dinosauri di roccia

[Flussi]

Procedo verso l’acqua sul dorso scheletrico di un dinosauro roccioso, tra vertebre irregolari quasi scivolo e cado. La bestia dorme da millenni, il respiro si percepisce appena, mischiato nel suono alla risacca delle onde. Nonostante l’immobilità dell’imponente animale la mia stabilità è precaria, mi devo reggere con le mani per non cadere tra le fessure e le crepe. Non sono mai stato bravo a camminare sugli scogli.

Una volta giunto all’acqua, però, ogni volta mi rendo conto di quanto sia più vero il mare visto da qui, da queste rocce umide che accolgono e respingono le carezze e gli schiaffi delle onde. Ostile e magnetico impone silenzio e rispetto, quindi mi siedo, respiro e ringrazio.

Anche al mare

[Varietà]

Quindi anche al mare piove.

Non quella pioggia estiva che ti fa credere che migliaia di pesciolini saltellino sul pelo dell’acqua; neanche quella improvvisa, fitta e odorosa di terra che passa e va nel giro di pochi minuti.

Quella pioggia grama, color topo, che trapassa pelle e ossa e si stabilisce a capo del centro di comando dell’umore.

Accade anche al mare che le giornate siano uno sguardo obliquo alla finestra, una constatazione piatta di quello che ci aspetta.

Capita anche al mare di perdere il senso di tutto questo.

E no, neanche il mare può farci qualcosa.

Equilibrio

[Varietà]

Un sabato invernale.

Il cielo striato di grigi carichi di lacrime.

La sabbia gelida come neve, i piedi ghiacciati da non sentire più le dita.

Il mare a riposo mosso dal russare del vento.

Nel mezzo del quadro una vela fosforescente. Densa e obliqua pende e ritrova l’equilibrio, come in un costante bisogno di smarrimento.

Non ho mai letto Murakami

[Flussi]

Curami come mi cura perdermi tra i vicoli delle città, quando la voglia di scoprire da dove viene quel bagliore dietro l’angolo disegna la mappa.

Curami come mi cura la playlist di Spotify, quando azzecca un pezzo dopo l’altro come se conoscesse i bpm necessari al mio umore.

Curami come mi cura un bicchiere di porto, quando mi fa compagnia nella calda solitudine, plaid alcolico, latore di memorie.

Curami come mi cura Livorno, quando m’infonde un’ingiustificata apertura d’occhi, di vocali, di sorriso.

Curami come mi cura vedere due code pelose davanti a me, quando rimbalzellano sulla curiosità e si fermano, si girano e mi aspettano.

Curami come mi cura l’ultimo punto, quando chiude un testo che non ha più nulla da dire.

Curami come mi cura Murakami; in verità non l’ho mai letto, mi piaceva solo come suonava.

Portogallo 4

[In viaggio]

L’oceano ha un suono diverso. Più profondo, più cupo, più potente. Chiede rispetto con vigore e mostra i muscoli alla terra.

Anche l’odore è differente. Sa di abissi e luoghi sconosciuti, selvaggio e naturale.

Mi chiedo come facciano le rocce e la sabbia a resistergli, a non cedere alla sua autorità, al suo amore carnale.

Portogallo 3

[In viaggio]

Quindi costui è l’oceano. Il fratello grande, quello con un nome e una carriera, un’autorità nel suo campo.

Non possiamo che fare le giravolte tra le sue dita, non possiamo smettere di osservarlo tanto è il tutto che esprime.

Impressionante è il suono, che pare voler riempire ogni vibrazione presente nell’aria, egocentrismo sonoro.

L’oceano pretende di colmare tutti i sensi, ottiene attenzione per natura.

Lascia che i bambini giochino con lui, che i ragazzi si convincano di domarlo, che le ragazze si ritraggano insieme a lui, che le coppie si distraggano per un rapido bacio, che gli uomini fingano di non esserne impressionati, che i poeti si facciano suggerire le parole dal vento, che i musicisti tentino di riprodurne le note sulle corde di una chitarra, che i pittori piangano cercando la spuma sulla tavolozza, che i vecchi gli sorridano perché sanno che tutto questo crediamo di farlo quando in realtà è l’oceano che ci concede il lusso di stare con noi per un attimo.

[Musica suggerita per la lettura: John Butler – Ocean]