Pausa

[Flussi]

Dopo poco più di due anni Gabbiani Grassi e Fogli Volanti si prende una pausa.

Di quanto?

Del tempo necessario per rimettere in ordine idee e priorità, per riorganizzare argomenti, per prendere il sole e la salsedine, per respirare e ripensare il futuro.

Storie vecchie e nuove, ritmi armonici, selezione all’ingresso e un foglio bianco da cui ripartire. Che tanto bene fa.

Ci si vedrà più in là, quando il tempo lo permetterà, tararì e tararà, non facciamo che ‘un ci si sente più eh.

Buoni voli.

Vita d’un paguro 6

[Varietà]

Lucas aveva origliato per caso la conversazione e adesso era nel mezzo di una tromba marina di emozioni. Sentiva la rabbia bruciante nei confronti del padre, della sua folle decisione e delle sue menzogne; intravedeva un riflesso di tristezza da abbandono, da solitudine incombente; percepiva un’eco di senso di colpa, pesante alla base del collo, a cui non riusciva a dare una forma vera e propria. Nel gorgo si mescolavano paura, sgomento, violenza e voglia di scappare.

Prima che riuscisse a far ordine e decidere che cosa fare, il padre girò l’angolo e lo vide.

– Lucas, che cos…

– Pezzo di guano, mi fai schifo, mi fa schifo che tu sia mio padre, ti odio!

Edgar rimase paralizzato di fronte alla rabbia del figlio, passò qualche secondo prima che riuscisse ad articolare una qualsiasi parola.

– Lucas, non capisci, ti spiegherò tutto, tutto si risolverà, è per…

– Non dire che è per il mio bene, né per quello di mamma! Sei un plancton di egoista del plancton e ti odio!

– Lucas, ora basta! Cosa ne puoi sapere tu? Sono tuo padre non ti permettere di mancarmi di rispetto in questo modo!

La voce usciva acuta ed affannata, le parole erano istintive, sragionate.

Lucas guardava il padre negli occhi, mentre sentiva i propri che si gonfiavano come la marea.

– Perché vuoi abbandonarci? Cosa ti abbiamo fatto?

Il tremolio della bocca ebbe la meglio e Lucas sentì le lacrime sgorgare lente. Edgar percepì il peso di un’intera baia calarglisi sulla conchiglia, lottò contro l’insorgere del pianto. Non voleva crollare di fronte al figlio.

– Lucas, tu e la mamma siete tutto per me, io, io non voglio causarvi dolore, come posso… come posso darvi l’amore che meritate se navigo in tutta questa tristezza?

Il giovane paguro aveva abbassato lo sguardo, di tanto in tanto tirava su con il naso.

– Non lasciarmi solo papà. Quando Lucas alzò il capo Edgar sentì il fiato spezzarsi, gli occhi si riempirono di lacrime, poi girò la conchiglia e se ne andò.

Vita d’un paguro 5

[Varietà]

Edgar attendeva dall’altra parte della cornetta calcolando mentalmente il costo della chiamata. Ticchettava nervosamente la chela sul telefono pubblico, quando finalmente una voce squillante lo risvegliò dal torpore.

– Hola cuginettos! Como estas?

– Marcello, ciao. Tutto bene, tu?

– Una maravilla cuginettos! Ti è arrivata la cartolina?

– Sì, mi è arrivata, sent…

– Ecco! Qui è dieci volte meglio! Le spiagge sono più bianche, il mare più cristallino, e le chicas… oh le chicas non te le sto neanche a dire! Ho conosciuto una tellina che…

– Marcello senti, non ti offendere, non me ne frega un plancton. Devo parlarti.

– Che succede cuginettos?

– Sono completamente esausto Marcello. Me ne voglio andare.

– In che senso Edgar? È successo qualcosa tra te e Marisa?

– No! Cioè, sì… non lo so. Il problema non è lei, sono io, questo lavoro del plancton e quei peduncoli di guano a capo della società. Non lo so. Io e Marisa ci amiamo, ma non stiamo reggendo i colpi della vita, io non sto reggendo i colpi della vita e…

– Uoh, uoh fermo cugi, piglia fiato e cerchiamo di ragionare.

– L’ho già fatto Marcello. Ho già ragionato. Voglio andarmene, lo voglio fare per la mia famiglia, per Marisa, devo prendermi del tempo per capire cosa fare.

– Cugi mi sembra che tu stia dicendo un sacco di planctonate. Non vorrai lasciare Marisa e il piccolo?

– No Marcello, non voglio lasciarli, sono tutto per me. Ma lo faccio per loro. Sto distruggendo tutto, li sto facendo star male.

– Edgar, calmati. Non puoi prendere e mollare tutto così da un giorno all’altro. Hai una famiglia, un lavoro stabile, un…

– Mi sono licenziato.

– Cosa?? Che plancton dici?

– Stamattina, mi sono licenziato.

– Edgar che plancton hai in testa?

– Voglio venire nei Caraibi. Mi trasferisco lì per un po’. Rimetto a posto le idee, magari trovo un lavoretto, un posto carino e faccio poi trasferire Marisa e Lucas.

– Edgar, orca puttana, ma Marisa che dice di tutto questo?

– Marisa non sa nulla.

– Ma Poseidone scotoplanes.

Vita d’un paguro 3

[Varietà]

Edgar era affranto. Dall’altra parte della conchiglia gli arrivavano i singhiozzi della moglie, si sentiva in colpa e impotente. Erano mesi che litigavano pressoché tutti i giorni, ma questa era la prima volta che Marisa non riusciva a controbattere al malumore del marito.

Si amavano, di quello era certo, si amavano profondamente. Se lo ripetevano spesso, come se avessero bisogno di ricordarselo a vicenda, come se avessero bisogno di uno scoglio al quale aggrapparsi.

Sembrava passato un secolo da quando avevano firmato il contratto per l’acquisto del loro masso, da quando aveva tenuto tra le chele il piccolo Lucas per la prima volta, da quando si svegliava la mattina carico di entusiasmo per recarsi al lavoro di buon’ora, salutando tutti con il sorriso, orgoglioso di far parte della Cooperativa Pagurense, che tanto bene faceva alla società e all’ambiente.

O almeno così gli avevano fatto credere.

La Cooperativa si era rivelata una società satellite di una multinazionale con pochi scrupoli e molti profitti. Il mantello di solidarietà e politica green nascondeva un giro di interessi dell’élite dei granchi ben abbienti, che sfruttava la facciata eco-solidale della società per farsi belli alle cene di beneficienza, mentre riciclavano nient’altro che i loro guadagni illeciti. Gli scandali avevano colpito le alte sfere, ma gli effetti si erano sentiti perlopiù tra i semplici lavoratori: riduzione di personale, ritardi nei pagamenti e orari al limite del crostaceamente accettabile.

Negli anni la disillusione e la routine avevano fiaccato lo spirito di Edgar, portandolo, senza rendersene conto, a essere ciò che più di tutto detestava: suo padre.

Alzò lo sguardo e vide che sul comodino, tra la posta che Marisa aveva raccolto, c’era una cartolina colorata.

Proveniva dai Caraibi ed era firmata “Marcello”. Suo cugino. Quel maledetto fancazzista. Edgar fissò la cartolina per dieci minuti buoni, poi la stracciò.

Ti ho sentito parlare

[The One]

Stasera hai deciso di non farmi scrivere.

Ti sei addormentata presto, espiri leggera, è stata una giornata pesante. Mi stai vicina, quasi attaccata, e i tuoi occhi sono così grandi da sembrare spalancati, se non fosse per quelle palpebre serrate che li nascondono.

Come ogni tanto accade ti svegli in uno stato di semi coscienza, mescolando sogni e realtà. Nel silenzio apri gli occhi e mi parli.

– Cosa?

– Che succede, amore?

– Che hai detto?

– Nulla.

Evidentemente non sei convinta.

– Ti ho sentito parlare.

– Non ho detto nulla.

– Che hai detto? Ti ho sentito parlare.

– Non ho detto nulla, amore.

Mantenendo un’espressione di scarsa convinzione, allunghi la mano e afferri la mia, quella che regge il quadernetto che raccoglie i miei scarabocchi notturni.

La accolgo, eppure subito cerco di divincolarmi con delicatezza, perché so che se ti lascio riaffondare nel sonno sarà impossibile liberare la mano. Le tue dita però stringono decise e trattengono il mio timido tentativo di fuga. Mi trovo così in una romantica trappola, impossibilitato a scrivere.

I tuoi respiri suonano come onde filtrate dalle persiane di una casa sul mare, per non svegliarti piego una gamba e appoggio il quadernetto sulla coscia, che diventa una superficie d’appoggio, alquanto instabile in verità.

Non mi scoraggio. Inizio a produrre scarabocchi più incomprensibili del solito e mi chiedo se domani sarò in grado di decifrarli.

Eppure in fondo chissenefrega, dato che poi ti sei svegliata, mi hai lasciato la mano e abbiamo fatto l’amore.

Vita d’un paguro 1

[Varietà]

L’acqua si era ritirata, lasciando un velo di schiuma bianca dietro di sé. Il paguro sbirciò fuori. Tutto sembrava tranquillo. Tirò fuori le zampe dalla conchiglia e sentì la sabbia umida sotto di sé. Si aggrappò con forza al terreno e si lanciò verso il punto dove era sicuro di aver visto un frammento di sogliola. Era lì e spuntava di un nulla dalla rena.

Il sole batteva forte, il rumore della risacca si fece più cupo, annunciando la prossima onda con un gorgoglio che pareva arrivare direttamente dall’inferno. Dei paguri.

Il paguro correva a chele basse, chiudendo gli occhi per proteggersi dalla salsedine che gli sferzava il volto, lo sguardo fisso sull’obiettivo. Ancora pochi centimetri, pochi centimetri ancora.

Di colpo tutto si fece nero. Il paguro imprecò.

I suoni gli arrivavano ovattati sotto lo strato di sabbia sotto cui era finito. Riuscì solamente a distinguere le parole “smettila”, “paletta” e “mammaaa-mi-ha-distrutto-il-castellooo”, poi grida e versi acuti che neanche alcuni delfini di sua conoscenza li avrebbero tollerati.

Il paguro non sopportava più quella vita.

Per l’ennesima volta ripiombò nei pensieri cupi che lo tormentavano da mesi. Cosa ci faceva ancora lì? Che prospettive aveva? Chi era diventato? Cosa voleva dalla vita? Era felice?

Dove prima vedeva un luogo pieno di vita dove poter stabilirsi, ricco di servizi e opportunità, un luogo di scambio e raccolta dove lui e la sua famiglia avrebbero potuto vivere felici, ora gli occhi gli restituivano una vista deprimente: una spiaggia affollata di cicche di sigarette e piedi umani, raggaeton e olezzo d’immondizia lasciata al sole. Che merda.

Edgar riemerse dalla sabbia, mandò a fanculo tutto il mondo, girò le chele e si diresse verso casa.

Hanno portato via l’albero

[Varietà]

Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta.

E cosa gli vuoi dire?

In fondo era un pezzo di legno morto, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.

Insomma, un’azione comprensibile.

E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione?

Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia, perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?

Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.

Non morto, semmai abbattuto.

Non abbattuto, semmai caduto.

Non caduto, semmai addormentato.

Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, e schiamazzano, e ridono. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.

La ricerca 5

[Varietà]

Una morbida schiumetta bianca si stava dissolvendo con tutta calma, mentre un giovane paguro riemergeva lesto dalla rena. Muoveva le zampe con decisione, lo sguardo fisso sull’obbiettivo, deciso a raggiungerlo prima della prossima onda. All’improvviso tutto si fece buio. Il paguro imprecò.

A qualche granello di distanza la bambina lanciava palettate di sabbia verso il bagnasciuga senza curarsi di chi avrebbero colpito, o ricoperto. La sua attenzione era tutta rivolta alla voragine sotto i suoi piedi e al progetto, immane nella sua testa, della buca che stava realizzando. Tra le mani una paletta, di quelle d’élite con manico di legno, affondava con foga nella sabbia, scavando all’interno dell’ovale che la bambina aveva disegnato con il piede.

Superato il primo velo di sabbia asciutta e abbrustolita dal sole, lo scavo era arrivato a uno strato più umido e solido, una grana più grossa, sassosa e scura pesava sul piatto della paletta e si ritrovava improvvisamente esposta ai raggi ultravioletti, sparsa senza troppa grazia lontana dalla fossa.

La bambina procedeva nei suoi movimenti frenetici senza guardarsi intorno, quando con un gesto deciso asportò una quantità di sabbia tale che dovette prendere il manico con entrambe le mani per poterla tirare fuori. Dal fondo della buca comparve dell’acqua.

La bambina fissò per qualche secondo il laghetto sotterraneo in miniatura, che pian piano erodeva i bordi di sabbia, prima di dare ancora un paio di palettate decise al fondo dello scavo. Il diametro dello specchietto d’acqua aumentò, ma in poco tempo fece crollare una porzione di bordo; la bambina piantò la paletta nella spiaggia asciutta, accanto alla buca, e si diresse contrariata verso il mare, calpestando un certo cumulo di sabbia dal quale si sentì distintamente provenire una maledizione in antico Pagurese.

Bastano i tuoi occhi

[The One]

Ripercorro spiagge d’inchiostro, fino a incappare, di nuovo, negli occhi che avevi quel giorno.

Rivivo l’asma emotivo e la luce, mesciata alla risacca delle onde morbide, che curava ogni tuo riflesso lavorandoti con un pennello fine, usandoti la cura dell’esteta che ricerca l’utopia.

Sotto i piedi sento i granelli di sabbia, singole lettere, freddi e consistenti come pan di spagna, inclinati tutti verso l’epicentro sorridente che sei; mi guidano verso di te, mi indicano la strada da percorrere piede dopo piede, bacio dopo bacio.

Su quel litorale vorrei poterci tornare, basta un attimo, bastano i tuoi occhi.