Accade oggi

[Varietà]

Risme di ricordi

riemergono riottose

ringhiano sul ring

poi riposano sulle coste della riviera.

Rigoli di ricordi

a volte ridicoli

come un rinoceronte color ribes

a volte rigogliosi

come un ricco rinfresco.

Rimbalzano rintuzzati dal tempo

da vicino li riguardo

da lontano li rivivo

tra le dita li rigiro.

Con le spine di un riccio

ricamo e rimpasto

rimugino e rimesto

poi rido e ricucio.

Ridiamo

[The One]

Ridiamo della mia pancia che fa strani rumori, delle tue facce sceme, della mia pessima scioltezza muscolare.

Ridiamo dei tuoi rutti a bocca aperta, dei film idioti senza senso, dei tuoi succhiotti sul collo.

Ridiamo delle mie calze bucate, delle tue calze spaiate, della voglia di bere presto.

Ridiamo delle foto di una gita, dei ricordi di una caduta, degli sguardi della gente.

Ridiamo dei balletti mezzi nudi, delle carezze sotto i palmi, degli orgasmi mai provati.

Ridiamo e continuiamo a farlo finché c’è fiato e vino, senza risparmiare una goccia di niente, che sia di alcool o di noi.

Cometa

[Varietà]

Sul collo d’un dragone fatto di stelle

scende una cometa

corre veloce

curva stretta

poi sempre dritto

non si ferma.

In un secondo e mezzo brucia

ora è polvere di un ricordo

illusione di una vita

dispersa nello spazio.

Non voglio ballare

[The One]

C’era una volta tanto alcool, che poi finì.

C’era anche una candela, che si consumò.

Per aria la musica; prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.

Lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena.

Lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere e sulle cosce, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena.

Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto.

Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.

“Non voglio ballare” mentre lei ballava.

“Voglio farmi male” mentre lui godeva.

C’era una volta la voglia di vivere per sempre, c’era una volta il desiderio di non smettere di ballare mai più.

[Musica suggerita per la lettura: Zen Circus – Non voglio ballare]

Sinfonia epiteliale

[The One]

Tra le note della tua pelle bruciata dal sole

risuonano fragranze in chiave di Sol

in un sottofondo di salsedine pizzicata dal vento

pomodori bagnati nell’acqua del mare

un affumicato come la sauna delle terme

paglia calda

legno bruciato

e poi un acuto dolce

forse mandorla

no, ciliegia

oppure i tuoi occhi semichiusi

il tuo sorriso accennato

e le nostre labbra che si chiamano.

Rami

[Varietà]

Sotto un baldacchino di rami

dorme un vagabondo

ché senzatetto dice di non voler essere chiamato

ché il suo tetto sono cielo e stelle, dice

e qualche gabbiano e airone, dice

e qualche aereo e satellite, dice

e qualche Dea e Dio, dice.

Preferisce possedere almeno il verbo vagare

e pensare che di –bondo abbiano sbagliato la prima lettera

ché vagamondo suona molto meglio

ché magari non sarà troppo originale

ma gli piace che faccia rima con tondo

mentre finisce la bottiglia e ne guarda il fondo

e distorto ricambia il suo sguardo il mondo.

Il sesso che comincia per -co

[The One]

Esiste un sesso che non si può tradurre, di cui non esiste una definizione fatta di parole.

Esiste un intreccio di corpi che dal fisico travalica nell’infinita incoscienza del multiverso.

Dal collo, scende nella pancia, esplode in vibrazioni osmotiche che passano dalla pelle, dalle labbra, dalle unghie.

Impalpabile, eppure talmente materiale da essere percepibile da ogni singola cellula epiteliale nello stesso momento.   

Se ne possono delineare giusto i contorni, intuirne gli aloni.

Lo si può fare solo usando parole che cominciano per –co.

Comunione, di umori e respiri, vincoli sottopelle che conosciamo da sempre senza averli mai visti prima.

Condivisione, di qualcosa che appartiene al tempo, che si schiude sopra di noi come un uovo che si rompe.

Complice, di cui ci prendiamo colpe e meriti, che coinvolge entrambi in egual misura di fronte al giudice con i boccoli bianchi.

E infine colorato, perché non ha colore il sesso senza di te.

I am mine

[Varietà]

Nello schiaffo di uno sguardo la consapevolezza di sé.

L’accusa, fischiante come larsen nelle orecchie, e la forza, assordante nella propria debolezza, ti rigirano tra le dita mentre tu, inerme, cerchi la via per l’autoassoluzione.

Vaghi con il fagotto pieno di desiderio, percorrendo il cammino del collo che curva sul rosa, scollina pallido e aggroppa la gola.

Dì, parla, fatti avanti. Fallo. Sei una mosca nell’orecchio, basta un gesto e voli via.

Chiedi pure se devi, ma fallo in fretta, prima che crolli il mondo, prima che crolli tu.

Nel silenzio del giudizio cade un ricciolo e si ferma, dondola sull’orecchino altalena, più su, ancora più su, salta adesso, adesso!

Una mosca

[Varietà]

Una mosca cammina sul bordo lungo di un comodino. Più precisamente su quella striscia curva che unisce la superficie piana del mobiletto – libri su libri, una penna accanto a una lampada rossa, un pacchetto di fazzoletti mezzo vuoto e il cavo penzolante di un caricabatterie – con il dirupo di legno che termina la corsa sul pavimento.

In bilico sul lembo lucido di superficie si muove a scatti la mosca, ancorata, rapida, apparentemente incerta sulla direzione da prendere. Affetta da un qualche disturbo della memoria a breve termine, a corrente alternata scorda e ricorda la destinazione del suo vagare; scatta sicura in linea retta poi si blocca e temporeggia, riparte convinta per recuperare il tempo perso ma subito si guarda intorno come si risvegliasse in una casa diversa dalla propria, si affanna e si smarrisce.

In perpetua lotta con il ricordo della propria missione vaga sul comodino la stolida mosca, inconscia solo a tratti, determinata solo per metà.

A un tratto la lampadina muscoide si accende e l’errante in frac si ricorda di avere sulla schiena nervi e ali, che si accendono con un click e portano la vagabonda ronzante lontano dal comodino, via da un mondo senza segnali stradali per mosche.

Marzamemi 1

[In viaggio]

Esiste un gatto color Marzamemi.

Spunta da un vicolo ma non lo vedi, si confonde con i muri, prende il colore delle pietre.

Miagola appena, il giusto da farti credere di averlo sentito, senza però dartene la certezza.

Salta soffice sui tetti, guarda il mare muovendo la coda al ritmo delle onde, sta fermo ore.

Tutti i cani lo conoscono, tutti i gatti lo rispettano, tutti i topi lo esorcizzano.

Esiste un gatto che non vedrai mai, ma se passerai da casa sua sarai quasi convinto del contrario.

Esiste un gatto e lo chiamerò Marzamiao.