Per aria la musica; prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.
Lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena.
Lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere e sulle cosce, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena.
Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto.
Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.
“Non voglio ballare” mentre lei ballava.
“Voglio farmi male” mentre lui godeva.
C’era una volta la voglia di vivere per sempre, c’era una volta il desiderio di non smettere di ballare mai più.
[Musica suggerita per la lettura: Zen Circus – Non voglio ballare]
Nello schiaffo di uno sguardo la consapevolezza di sé.
L’accusa, fischiante come larsen nelle orecchie, e la forza, assordante nella propria debolezza, ti rigirano tra le dita mentre tu, inerme, cerchi la via per l’autoassoluzione.
Vaghi con il fagotto pieno di desiderio, percorrendo il cammino del collo che curva sul rosa, scollina pallido e aggroppa la gola.
Dì, parla, fatti avanti. Fallo. Sei una mosca nell’orecchio, basta un gesto e voli via.
Chiedi pure se devi, ma fallo in fretta, prima che crolli il mondo, prima che crolli tu.
Nel silenzio del giudizio cade un ricciolo e si ferma, dondola sull’orecchino altalena, più su, ancora più su, salta adesso, adesso!
Una mosca cammina sul bordo lungo di un comodino. Più precisamente su quella striscia curva che unisce la superficie piana del mobiletto – libri su libri, una penna accanto a una lampada rossa, un pacchetto di fazzoletti mezzo vuoto e il cavo penzolante di un caricabatterie – con il dirupo di legno che termina la corsa sul pavimento.
In bilico sul lembo lucido di superficie si muove a scatti la mosca, ancorata, rapida, apparentemente incerta sulla direzione da prendere. Affetta da un qualche disturbo della memoria a breve termine, a corrente alternata scorda e ricorda la destinazione del suo vagare; scatta sicura in linea retta poi si blocca e temporeggia, riparte convinta per recuperare il tempo perso ma subito si guarda intorno come si risvegliasse in una casa diversa dalla propria, si affanna e si smarrisce.
In perpetua lotta con il ricordo della propria missione vaga sul comodino la stolida mosca, inconscia solo a tratti, determinata solo per metà.
A un tratto la lampadina muscoide si accende e l’errante in frac si ricorda di avere sulla schiena nervi e ali, che si accendono con un click e portano la vagabonda ronzante lontano dal comodino, via da un mondo senza segnali stradali per mosche.