La donna che non credeva nell’amore

[Varietà]

Era quel tipo di donna che tra le pieghe delle rughe nascondeva dosi massicce di sensualità e potere; quel tipo di potere etereo capace di comandare le emozioni, gli umori e gli amori. Quel tipo di donna senza età, che vengono osservate da lontano ma di cui non si riesce a sostenere lo sguardo da vicino.

Un giorno la donna si alzò dal letto, come tutte le mattine si lavò con acqua tiepida, fece colazione con quattro biscotti e uno yogurt magro guardando fisso davanti a sé. Poi, poco prima di prendere il caffè, disse

– Ti amo.

Lo disse al muro, lo disse convinta, lo disse senza essere sotto l’effetto di qualche tipo di droga. Lo disse al muro per sentire che effetto facessero quelle parole pronunciate dalla propria voce. Lo disse perché non lo aveva mai detto prima di allora.

Cariche d’emozione quelle cinque lettere cominciarono il loro viaggio salutando le materne corde vocali, scalarono le pareti della laringe, fecero scalo sulla lingua dove si crogiolarono della saliva della donna e, esitando solo un attimo al di qua delle labbra, prima di gettarsi al di fuori di esse, ammirarono meravigliate il mondo esterno, nella sua luce, nella sua bellezza e nei suoi colori. Anche se era soltanto un muro.

Cavalcando le onde sonore, libere nell’aria, assaggiarono il vento, rimbalzarono morbide sulla parete e reinvestirono la donna e i suoi padiglioni auricolari.

Dopo qualche secondo di silenzio la donna, distolse gli occhi dal muro, bevve il caffè in un sorso e, posando la tazzina, si rispose

– Non ti credo.

Traffico notturno

[Varietà]

Mezzanotte di maggio.

Una panchina, in un parchetto di città brullo e senza grande gioia, e un ragazzo seduto, con un cappuccio scuro e il capo chino.

Il volto illuminato dallo schermo del cellulare, i tratti del viso appena accennati, intuibili a stento, nascosti dall’ombra e della voglia di solitudine.

Gli occhi appena chiusi e infastiditi da un vento più fresco dell’aria, occhi immobili, occhi scrigni di tesori.

Passano macchine e moto a distanza di minuti incerti l’una dall’altra, si incrociano, si superano, non si fermano. Semafori alternati le rallentano a stento, incapaci di tenersele vicine se non per più di qualche secondo. Dove vanno lo sanno solo loro, come certe parole e certi testi, che passano accanto, le luci spalancate, senza fermarsi.

Nel mezzo

[The One]

Maggio nel mezzo, sole e vento ancora fresco, fiocchi di polline, stormi.

Stendo le tue calze rimaste impigliate tra le pieghe delle mie coperte

insieme ai miei respiri

insieme al tuo sapore

tutti insieme pizzicati tra le lenzuola, il materasso, la voglia.

Maggio, stendo le tue calze, le nostre notti.

Il gong del nano

[Varietà]

– Siamo alla resa dei conti!

Dice il ghigno d’un nano

suonando un gong d’argento

rinchiuso nella mia testa.

– Non hai nulla di pronto!

Sentenzia il polpastrello del nano

puntato al centro della mia fronte

mentre un tribunale inesistente giudica.

– Che poi, diciamocelo, a chi vuoi che importi?

Schernisce l’angolo della bocca del nano

contando sulle dita di una mano monca

la folla che non c’è.

– Cambia le regole, chi vuoi che se ne accorga?

Sussurra l’alito caldo del nano

facendosi vicino al mio orecchio

tanto da sentire i canti degli ubriachi.

– Fottitene, non succederà nulla di grave.

Suggerisce il sopracciglio del nano

mentre si volta e mi dà le spalle

e io non so che farmene.

Prendo fiato e guardo giù

la punta dei piedi sembra lontana

sorrido a me stesso e gli rispondo

– Suca.

Tri-angolare

[Varietà]

C’era una volta, ma se sai dove cercare c’è ancora, un’isola triangolare circondata da mari di tutte le tonalità di blu esistenti, con un solo monte altissimo al centro.

L’isola vantava una natura arzigogolata: alberi canuti da cui nascevano frutti soleggiati, cespugli scontrosi su cui crescevano bacche con le gote, distese di prati arsi da cui spuntavano fiori irriverenti.

Tra i boschi bighellonavano bestie variopinte che si salutavano dandosi del Voi, sui venti scivolavano uccelli con la tuba e fra le onde rimbalzavano pesci di migliaia di anni.

Flora e fauna si abbracciavano come due amanti litigiosi, danzando alle pendici del monte serioso che non le guardava mai.

Nell’isola triangolare non vivevano parassiti, nell’isola triangolare non vivevano uomini.

Quel frammento di terra era riuscito nell’intento di celarsi agli occhi degli esploratori più arditi, dei conquistadores meglio organizzati e dei poeti più romantici. Si conservava illibata, una sposa stupenda per niente interessata a concedersi ad alcuno e del tutto intenzionata a vivere della propria bellezza.

Si narra che solamente un giovane riuscì a metterci piede ma, una volta posate le dita su una spiaggia di gommapiuma, svenne e si risvegliò su una barca in alto mare, con un solo remo e una sola scarpa. Si dice che morì su quella stessa barca, accarezzandosi il piede nudo nella speranza di poter provare ancora una volta la sensazione di quella sabbia sulla pelle.

Nessuna cartina la disegna, qualche marinaio la descrive, tutti gli amanti la sognano di notte.

Un paradiso dici?

Quanto di più vicino a esso possa esistere.

Tallinn 1

[In viaggio]

Il panorama da una panchina.

Solo una ragazza che legge

una voce di donna che canta in sottofondo

uno schizzo maldestro sul quaderno

e una promessa a me stesso:

non dimenticare mai

il cielo di Helsinki

le pietre di Tallinn.

Incubo

[Varietà]

La ragazza era bella, mora, la guancia sprofondata nel cuscino. Un braccio nudo spuntava da sotto le coperte, la carnagione abbronzata contrastava il giallo pallido della federa. La camera buia produceva l’impercettibile fruscio del silenzio, le ombre interrotte dai riflessi provenienti dalle feritoie della tapparella. La calma del sonno era solo apparente, dilaniata da un incubo in cui la ragazza era invischiata e da cui non riusciva a tirarsi fuori.

Gli occhi chiusi e le palpebre tese nascondevano a malapena il guizzo delle cornee che si dimenavano come animali selvaggi presi al laccio da bracconieri.

La mascella scattò improvvisa, selvaggia, i denti tirarono un morso all’aria come ne volessero fare brandelli. La corrente alternata degli impulsi nervosi guizzava sottopelle, fulminea scuoteva parti del corpo adagiate nel tepore del sonno.

Le dita della mano si davano il cambio saltando a turno, scacciavano via mosche inesistenti, rispondevano a stimoli invisibili. Anche i muscoli del braccio, del collo, tremavano in preda al panico alla ricerca di una via di fuga, ingabbiati dall’epidermide.

Le sopracciglia crollarono esauste, diedero al viso della ragazza un’espressione imbronciata quasi infantile, come una bambina che rimbrotta il fratellino colpevole di aver rotto uno dei suoi giocattoli preferiti.

All’apice del terrore gli occhi si aprirono di scatto.

Buio – click – luce.

Camminai via

[Varietà]

Una volta un vecchio mi disse di non smettere mai di camminare.

Me lo disse così, senza essere interpellato, senza un preambolo che lo giustificasse, senza neanche guardarmi in faccia.

Era un pomeriggio di maggio, il sole sorrideva al vento e il vecchio, seduto su una panchina verde, ruppe il silenzio tra noi.

– Non smettere mai di camminare finché le gambe ti reggono e hanno forza, finché potrai scegliere di muovere un passo, finché potrai esaudire un desiderio anche piccolo.

Non smettere mai di camminare fino alla curva successiva, ché non puoi sapere cosa si nasconda dietro e anche fosse nulla varrà sempre la pena andare a vedere di persona.

Non smettere mai di camminare neanche quando ti sembrerà di non avere più forze, neanche quando sarai esausto, sarà proprio quello il momento giusto per fare un passo in più.

Non smettere mai di camminare anche quando avrai l’impressione di non sapere dove stai andando, anche quando sembrerà di esserti smarrito, perché solo andando avanti ritroverai la tua via.

Non smettere mai di camminare perché io non posso più e non vorrei vederti sprecare neanche una briciola delle tue possibilità, ora che io ho esaurito le mie.

Non smettere mai di camminare perché può accadere che un giorno, al termine di una strada vuota e rugginosa di un porto di mare, girando intorno a un edificio diroccato, ti si schianti addosso un tramonto viola, adagiato su un mare di un colore che non esiste. –

Rimase fermo sulla panchina e io camminai via.