[Flussi]
Cambia il vento
e non li so più vedere
i colori dei tramonti
non distinguo più niente
nel mezzo di queste urla
sento solo la gravità
che mi schiaccia a terra
spreme il fiato
spreme il fiato
spreme il fato.
[Flussi]
Cambia il vento
e non li so più vedere
i colori dei tramonti
non distinguo più niente
nel mezzo di queste urla
sento solo la gravità
che mi schiaccia a terra
spreme il fiato
spreme il fiato
spreme il fato.
[Varietà]
Una donna con gli occhi chiusi, vestita di sonno, bussa piano alle nuvole e attende risposta.
– Chi è?
– Sono colei che dorme.
– Cosa vuoi?
– Essere colei che sogna.
Silenzio, interrotto da un regolare fruscio, si poggia come polvere sulle labbra semiaperte della donna.
– Accetti di spogliarti della volontà, per immergerti nella totale incoscienza?
– Lo accetto.
– Accetti di dimenticare ciò che sei, per vivere solo nei ricordi e nei desideri?
– Lo accetto.
– Accetti di vedere tutto, sapendo che non riuscirai a portarlo con te al di fuori di questa stanza?
– Lo accetto. Ma…
– Non esiste alcun “ma”.
– Lo so, ho solo una domanda.
– Parla, ma risposta non è dovuta.
– Una volta che sarò dentro la stanza dei sogni, e la porta delle nuvole si sarà chiusa dietro di me, come riconoscerò ciò che è vero da ciò che è immaginazione?
– Nella stanza dei sogni tutto sarà vero e immaginazione allo stesso tempo, realtà e illusione saranno la medesima cosa, ciò che vivrai non l’avrai mai vissuto. Un nuovo stato della coscienza ti aspetta, ridisegnando regole e sensi giocherà con le tue conoscenze, ne farà bambole di pezza e le lascerà in un angolo, a guardare inermi. Sarai alla tua mercé, sarai il tuo Caronte e il tuo Cerbero, sarai sola con tutto ciò che sei. Accetti tutto questo?
– Lo accetto.
Le porte si aprirono e la donna entrò nelle nuvole.
[The One]
Essere quel punto di luce.
Partito dai margini dell’infinito, facendosi largo nel grigio, bevendo pioggia e sale, per arrivare lì dove la bellezza trova la forza di palesarsi in mezzo alla tempesta.
Vorrei sapere cosa prova quel punto di luce.
Giunto esattamente al centro di uno sfondo in burrasca, un viaggio di milioni di anni solo per concentrarsi tutto in un millimetro, in un momento così perfetto da essere impossibile.
Quel punto di luce lasciato aperto dalle nostre labbra unite.
[Flussi]
In cielo c’è un tempo che non esiste, un limbo grigio senza identità, senza occhi né bocca, non vede e non parla. I colori del mondo vivacchiano e attendono un motivo, un motivetto, una nota qualsiasi che vibri appena, un refolo di musica che tocchi il tasto di accensione di una vita in standby.
Sospeso su un filo per i panni mi asciugo lentamente, in balìa dell’assenza di vento che ora proprio non ce la fa, ora proprio non ha le forze per tirarmi su.
Appeso, con la testa ciondoloni e il non-sorriso di un clown, attendo e spero, mangio pietre e sputo silenzi.
[Varietà]
Mi pareva
il declivio del dolore
l’alba d’una speme
il tocco d’una maga
la rimarginazione d’una piaga
il traguardo della fantasia
la chimera della mente
e invece era
il venerdì di una settimana di merda.
[Flussi]
L’inutilità di tutto questo, la totale autoreferenzialità, la stupidità di questa scrittura arrivano dritto in faccia, si fanno nausea e urla flipper nella testa.
Non si sentono altro che grida, risalgono e grattano gli ultimi denti, quelli più vicini al baratro nero della gola, che attira a sé tutto quanto.
Più in basso la macina dello stomaco trita tutto senza fermarsi, incandescente e disperata. Trita carne e lacrime, boli e respiri, trita pure sé stessa.
Accartocciato come un testo scartato, vagando nella rabbia, nebbia con le spine, urlando quando nessuno può sentire.
[Varietà]
Vicino a casa è morto un ragazzo. Un incrocio bastardo, un incidente in moto. Non è il primo.
Sul palo del semaforo da mesi si danno il cambio fiori, fotografie, articoli, lettere, sciarpe e maglie granata, addobbi stagionali, natalizi, estivi.
Di tanto in tanto nei pressi di quel palo sostano dei ragazzi, in gruppetti, in coppia, da soli. Restano fermi, fumano, qualcuno tocca le foto, qualcuno cerca nella tasca un fazzoletto. Non ho mai visto nessuno di loro mettere mano agli ornamenti per sostituirli con altri, come se quei fiori e quelle foto avessero la forza di pensare da sé a rinnovarsi, a scrollarsi di dosso pioggia e smog per apparire sempre freschi.
Si tratta solamente di non essere lì nel momento in cui qualcuno si occupa di curare quel santuario urbano, che nella mia testa ha una sua energia, che nella mia testa ha deciso di accudire con le proprie forze la memoria di quel ragazzo.
[Varietà]
Sai cosa?
Non ne voglio più sapere
di vivere o morire
di contare ogni mattina i miei averi
di sperare in un tramonto sul mare.
Non ne voglio più sapere
di amare o fare finta
di cambiare le lenzuola
di dare la caccia alle zanzare.
Ne ho abbastanza
del potere della parola
dell’aura incantata del poeta
della necessità dell’arroganza.
Non ne posso più
di tutte queste stagioni
dei ricordi di una vita
del tasto – Scopri di più –
Sai cosa? Ora basta.
[Varietà]
In ghingheri
alle porte del buio
bussiamo tre volte
attendiamo il Cerbero
o un prete
che ci baci l’anello
che ci stenda un velo
di lava.
Lo percorriamo danzando di dolore
fino alla fine di una notte sudata
senza la gioia dell’amore
senza trovare la forma corretta
giù fino all’oblio
giù fino al ripostiglio di Dio.
[Varietà]
Quanti cuscini servono per essere felici? Almeno tre dice il saggio.
Uno per la testa e i suoi sogni.
Uno per la pelle e i suoi abbracci.
Uno di riserva nel caso uno dei primi due cadesse giù dal letto, nella landa desolata infestata da bestie che prende vita di notte.
Almeno tre dice il saggio, che poi neanche è un saggio vero. A me sembra più un venditore di cuscini, di sensazioni, di paure.
Nei cuscini a volta si soffoca.