Sulla bellezza della tristezza 2

[Flussi]

Tristezza vecchia e tristezza nuova, sono qui con voi e ora ci leggiamo.

Stai passando e passerai, come passa tutto quanto. Non del tutto però; lasciami una goccia di tristezza che mi aiuti a vedere tutto ciò che è stato con occhio critico e la capacità di sorridere rivivendo sprazzi di luce.

Stai passando ma un pezzo di te è ancora qui.

Ho cercato di accelerare i tempi e l’ho lasciato indietro.

Pianto i piedi, avevo smesso di camminare, stavo scappando e non me ne rendevo conto.

Passa adesso, passa perché ora sono pronto per vederti andare via. Saranno le ultime lacrime che ti dedicherò.

Dio della Fortuna

[Varietà]

Adesso ho il mio personale Dio della Fortuna che aspetta che gli colori il secondo occhio.

Oscilla e mi guarda mentre cazzeggio, mentre cucino, mentre sono nudo sul divano con una donna.

Mi osserva, aspetta di poter finalmente capire cos’è quella terza dimensione di cui parlano tanto i suoi fratelli con due occhi.

Non cerca di mettermi pressione, lui è immortale, ha tempo. Mi osserva e aspetta.

Per avere il permesso di disegnarli il secondo occhio devo fissare un obiettivo, uno di quelli ambiziosi e realizzanti, e raggiungerlo. Ne ho espresso uno grande, per me, non eccessivamente preciso.

Il mio Dio della Fortuna ha suggellato in silenzio il voto. Osserva e attende in un perenne occhiolino.

Il mio Dio della Fortuna è appeso alla cappa della cucina.

[Per maggiori, e decisamente più precise, informazioni https://it.wikipedia.org/wiki/Daruma ]

Crazy night

[The One]

Seduti su una panchina ad ascoltare un chitarrista di strada.

Mezz’ora di silenzio fatta eccezione per l’iniziale richiesta di una penna extra per disegnare, anche se l’avevi già.

Non ricordo come abbiamo cominciato a parlare ma dopo poco eravamo al pub. Birra io, succo d’ananas e vodka tu.

Chiacchiere, arte, viaggi, poi via per la città.

Viste panoramiche, boschi e lezioni di botanica, il porto, monaci fantasmi, camminate e pause, poi una fontana e i piedi bagnati.

Siamo arrivati a casa alle 4:30.

Ci siamo baciati subito anche se volevi un caffè, poi seminudi.

Sei sempre andata con donne, mi confessi, ti devo guidare. Sei timida.

Lingue, tette, poi nudi.

Risate soffuse, gemiti, ancora lingua.

Mi rimproveri di non averti fatto il caffè.

Mani.

“Facciamo una doccia?”

Ci insaponiamo, ancora labbra e lingue.

Sono le 6.30. Usciamo e piove; tu mi dici di godermi la pioggia.

Superiamo il tuo hotel, torniamo indietro.

Seduti alle 7 nel dehor, birre vuote sul tavolino, vorrei rubare un bicchiere ma non lo faccio.

Mi chiedi di lasciarti i contatti, se mai vorrai un altro tour sotto la mia guida.

Forse non ci sentiremo mai più e io non ricordo nemmeno il tuo nome, se non che iniziava per A.

Non vuoi fare l’accademia, vuoi un bus e girare il mondo, conoscere, parlare. Fallo, ti prego.

Ah, e abbiamo visto un riccio.

Si jamais j’oublie

[Flussi]

Nuove angolature e prospettive inedite.

Niente paura ma pensieri e arroganza per poter gustare la curiosità del que serà.

Se non si vive il male non si vive il bene; se non ci si brucia non si saprà mai apprezzare il calore del fuoco.

E “si jamais j’oublie” ricorda chi sei e ricorda che lo sei anche grazie a tutto questo.

[Musica suggerita per la lettura: ZAZ – Si jamais j’oublie]

Sui nuovi sapori

[Flussi]

Scrivo di un cinismo che vuole scremare via l’acido, per far gustare solo la parte più gradevole, quella letteraria.

Scrivo di sensazioni vecchie con sapori nuovi, papille gustative più esperte che ricercando la bontà e il gusto nelle cose semplici come in quelle complesse.

Scrivo di tavoli apparecchiati per uno, ma sempre pronti ad aggiungere coperti, sedie ed esaltarsi nella condivisione vera.

Scrivo di nuovi menù, nuove certezze, nuove basi, che non dimenticano la tradizione, il passato.

Scrivo di pomodori.