Senza fiato

[Flussi]

Vorrei scrivere a parole quella sfumatura di arancione, quella che scivola tra il rosso di una nuvola bassa e il giallo di un solicchio che si spegne in una riga marina e fa “ffffff”, come un fiammifero acceso che si tuffa in un bicchier d’acqua, dove mi perdo e nuoto rimbombando contro le pareti come un pesce sordo che memoria non ne avrà mai e che, cercando un modo per non perdersi tutto quel che vive, scrive sul vetro con il naso tutto quel che può, come quando scrivo sulla doccia appannata anche se le lettere svaniscono dopo un momento, lasciando una bolla trasparente che divide chi sta dentro e chi sta fuori, sebbene essere fuori non sia possibile in un mondo di ranghi, stretti come arnie a vento alimentate da aliti di fiato, dove per uno che respira altri novecentonovantanove muoiono, e allora che senso ha cercar parole per far vedere un arancione che in un attimo è passato, memoria, storia, oblio, addio.

Le sensazioni della prima volta

[Flussi]

Esiste una gamma di sensazioni irripetibili per definizione.

Le sensazioni della prima volta.

Ricordi sinestetici che accompagnano la vita a braccetto con la nostalgia, e fanno da termine di paragone con tutto ciò che viene dopo. Spesso si trascinano dietro immagini, colori, parole e altre, indefinibili, sensazioni.

Vorrei poter percepire quelle emozioni ancora una volta. Vorrei sentire gli odori come se non li conoscessi, riempirmi delle emozioni binarie dell’infanzia, vorrei avere sensi vergini e illibati. Vorrei, ma non posso, quindi scrivo e rileggo.

Il primo tuffo in mare, il primo Fior di Fragola, la prima volta che ho ascoltato Stairway to heaven.

Il primo volo in aereo, il primo bacio, la prima volta che ho mangiato i pomodori dell’Isola d’Elba.

La prima carezza, il primo boato della Maratona, la prima volta che ho sentito il profumo di una pineta.

La prima focaccia, il primo stipendio, la prima volta che ho visto un concerto dal vivo.

La prima sbronza, la prima vacanza con gli amici, la prima volta che ho letto la morte di Druss.

Il primo giorno di università, il primo viaggio in autostrada, la prima volta che ho visto una lucciola.

La prima volta che ho sentito il nostro amore, quella no; quella la rivivo ogni volta che ci guardiamo negli occhi.

Rigidità

[Flussi]

Cubi mentali, pareti trasparenti su cui rimbalzano sinapsi illividite dalle botte infantili.

Danni generazionali con cui ognuno deve fare i conti, anche chi non vuole, anche chi non lo sa.

Mute crisi relazionali espresse in abbracci artici, parole senza forma che sgorgano dagli occhi, affogano tra le lacrime, soffocano nei silenzi.

Il tempo cristallizzatore e la pigrizia autoconservativa, in uno statico girotondo demoniaco senza fine, in perenne accelerazione verso il momento successivo.

I legacci che stringono lingue e cuori, ancorati alla soggettiva storia cerebrale di ognuno, pregando per un intervento chirurgico di rimozione emotiva forzata.

Sotto i piedi, intanto, scorrono fluidi i giorni.

Augurio

[Flussi]

Non so ancora cosa scriverò domani, quali parole, perché e se ne varrà la pena. Non so neanche se scriverò, se mi andrà di farlo, se avrò il tempo o se si disperderà in mille rigoli di distrazione; se avrò la forza, la testa, le palle.

Se mi accontenterò di quattro righe buttate lì o se saranno frasi curate, sofferte, convinte.

Se sarà rabbia, amore, fantasia, desiderio o puro esercizio fisico.

Eppure mi addormento con il solito, personale e assurdo augurio.

Spero di scrivere.

Testa vuota

[Flussi]

Dentro questo palloncino

ho soffiato pensieri e dolori

vorticosi discorsi che posso percepire

ma che non so pronunciare

li sento sulla pelle

ne gusto forma e sapore

eppure spiegarli a parole, quello, proprio no.

Questo palloncino vola e sorvola

vorrebbe salire sempre più in alto

le vertigini non gli bastano mai

ma è attaccato a un collo stretto che lo tiene giù

di notte sogna un ago che lo faccia scoppiare

e liberi tutto quello che turbineggia

dentro questa testa vuota.

Spremiagrumi

[Flussi]

Spiegami un po’ il senso, quando tutto intorno è pianura, di voler per forza costruire una collina, che montagna non sarà mai, e che assomiglia più a un tumulo.

Spiegami un po’ il senso di questa spremitura ottusa, quando ormai è rimasto solo il bianco e la buccia si fa fina e fragile.

Spiegami un po’ il senso di continuare a scrivere, quando non si ha nulla da scrivere.

Detriti

[Flussi]

Clicco play e sullo schermo appaiono montagne di detriti accumulati su palmi aperti, protesi verso un pubblico in attesa di download.

Proposta di un pasto non richiesto, indigesto, servito con la delicatezza riservata alle oche condannate ad essere innaffiate con Madeira.

Delirio loro, delirio mio, delirio a senso alternato e con destinazioni opposte. Rette parallele sprezzanti, disprezzanti, dispiegamenti di ali spiumate in picchiata verso il suolo, verso detriti di parole.

Tutto questo per dire che

[Flussi]

Vivo in città, eppure davanti a un fiume, due a dirla tutta. Confluiscono a pochi metri dal portone di casa e stamattina l’acqua era limpida, osando un po’ si potrebbe definire tersa.

Mi fa sempre uno strano effetto, quasi fosse un assurdo controsenso osservare questo gioco di trasparenze e riflessi, quest’arte, quando pochi metri prima ho inveito contro un suv che non si è fermato sulle strisce.

Stamattina poi, mentre passavo e guardavo, un’anatra è ammarata – affiumata? – e mi sono sentito quasi osservato, pieno nel mio egocentrismo naturale, al centro di un quadro futurista in movimento solo nella mia testa.

Tutto questo per dire che vivo vicino a un fiume, stamattina l’acqua era tersa, un’anatra è affiumata e io ero felice.

Sul pericolo di rileggere i propri testi a distanza di anni e sull’abuso di verbi riflessivi

[Flussi]

Rileggersi e non riconoscersi.

Ricordarsi solo di rimbalzo delle parole scritte pochi mesi prima, come un narciso smemorato che ammicca allo sconosciuto riflesso nello specchio, come un cane che prova un’attrazione infrenabile ogni volta che si gira e vede la propria coda.

Riprendere in mano testi passati.

Ricercarsi, ritrovarsi in parte, eppure riscoprirsi, come se il tempo passato in barrique abbia reso più complesso il sapore, come se barra spaziatrice dopo barra spaziatrice il senso del gusto abbia affinato la percezione di se stessi.

Insomma, riaprire certi file word può fare strani scherzi, ché non siamo più quello che eravamo un secondo fa, un secondo fa, un secondo fa.

Scribacchino

[Flussi]

Sai quando senti d’aver perso quel certo non so che,

quella morbidezza di pensiero?

Quando pensi di voler scrivere

e t’incagli,

cetaceo arenato che sogna il mare

e respira sabbia.

Dico a te, scribacchino,

lo sai, no?

Quando senti vetro liscio intorno a te,

quando la voglia è alla gogna, esposta e colpevole,

catene

che pesano sul collo e sui sogni,

segnano i polsi fino alle vene.

Dimmi, cosa fai?

Conosci un qualche trucchetto magico?

Ti affidi a qualche rito, a qualche pensiero, a qualche Dio?

Parla, scribacchino, che di scrivere non ne sei più capace.