I migliori anni della vostra vita

Spioncino

Persona “X” di scarso interesse con cui sono forzato a interagire nel corso di una cena tra colleghi – La scorsa settimana, poi, ho dovuto sorbirmi gli incontri con i professori a scuola, perché figurati se mia moglie ci va. Ogni volta ci devo andare io, se no lei ci litiga.

Io, fingendo con scarso successo di partecipare con curiosità alla conversazione – Ahahah, immagino.

X, intenzionato ad approfondire l’argomento – L’ultima volta ha mandato a fanculo quella di Inglese, che poi quelle sono stronze, si vendicano sui ragazzi, fanno così.

Io – Ahaha, certo, immagino. Che scuole fanno?

X – Una le medie, l’altro il secondo anno di liceo.

Io – Mamma mia, mi vengono i brividi a pensare quegli anni.

Talvolta capita che si diano per scontati alcuni vissuti e alcune interpretazioni, pensando che le altre persone condividano i nostri giudizi e sensazioni in merito al passato, a esperienze di vita comuni. Spesso si finisce a scontrarsi con realtà parallele, a fare i conti con fardelli psicologici dai tratti contrapposti e chiedersi chi è lo strano, noi o loro?

X – Ah io ci tornerei subito, ho fatto tante di quelle cazzate, avevo pure ancora i capelli!

Io – Si? No guarda, io ho solo pessimi ricordi di quel periodo, medie e liceo in partic…

Persona “Y”, se possibile ancor meno gradevole di X, che ascolta e ci tiene tanto a dire la sua – Ma nooo, io pagherei per avere di nuovo quell’età! Mi sono divertita così tanto in classe, le feste, le gite, andavamo a ballare tutti i sabati sera, maro’ che bellezza.

X – Noi ogni anno organizziamo la cena di classe del liceo, vanno via non meno di venti bottiglie ogni volta, ahahah!

Y – Pensa che noi abbiamo il gruppo Whatsapp della classe, con quelli che sono rimasti giù ci vediamo ogni tanto per un aperitivo, ormai abbiamo una certa eh, però quelli sono stati i migliori anni della vita, dai!

Dentro di me, nel frattempo, si sono sovrapposti strati su strati di disagio adolescenziale, e non, che mi appiattiscono contro la sedia.

Io del periodo scolastico che va dalle elementari al liceo conservo un ricordo ripugnante. Niente di particolarmente traumatico, né storie di bullismo o drammi da additare, bensì un susseguirsi di sensazioni sgradevoli, emozioni da reprimere, brevi flashback situazionali imbarazzanti e fastidi nei confronti del me del passato. Nel mezzo lo spirito di sopravvivenza cerca di far risaltare sprazzi di positività e nicchie di soddisfazione, che per anni hanno coperto e nascosto un fondale di malessere e isolamento che nel tempo si è sedimentato, diventando tagliente come corallo.

Il solo pensiero di una cena con gente che non vedo e non sento da una ventennio, e ci sarà ben un motivo di questo reciproco ignorarsi, mi ha fatto rispuntare un brufolo sulla fronte. Essere inserito in un gruppo Whatsapp di classe potrebbe farmi finalmente prendere in considerazione un nuovo stile di vita, basato sulla sopravvivenza in una giungla con solo un coltellino svizzero come strumento.

Che sia io in un completo di tuta coordinato della Think Pink, grazie eh Ma’, oppure la domenica sera durante “Per un pugno di libri” mentre affiorava la nausea in vista del lunedì, il rientro in classe dopo l’ennesimo derby perso, la delusione delle aspettative in seguito a un quattro secco, la costante paura di essere giudicato e mortificato per un passo falso o la continua sensazione di inadeguatezza che accompagnava le giornate, ciò che tiene insieme quel fagotto di vita sono legacci di disagio, solitudine, rabbia e autorepressione. Un bel pacchettino di merda con cui faccio i conti e i cui riverberi influenzano il mio oggi. Talmente vibrante nella mia consapevolezza, che mi autoconvinco che debba essere opinione comune dell’umanità intera. Così non è, buon per loro direi, ma ora vediamo di cambiare argomento, perché no, X e Y, quelli sono stati i migliori anni della vostra vita, non della mia.

Vita d’un paguro 2

[Varietà]

– Ma io non voglio andarmene, sto bene qui!

– Basta! Ne ho abbastanza delle tue lagne adolescenziali. Zitto e mangia.

Lucas osservò la pietanza che la madre gli aveva servito: un misto di pesce e crostacei presentati alla bell’e meglio.

– Mamma, lo sai che sono vegetariano, sembra che tu lo faccia apposta!

– Senti, se vuoi fare il vegericoso prendi la tua roba e vai a vivere da tuo Zio Armando, a coltivare quella robaccia viscida che Poseidone-solo-sa che cosa sia. Io sono stanca delle tue lamentele sulla casa, sul cibo, sul lavoro di tuo padre e su tutto quello che secondo te c’è di sbagliato nella vita che abbiamo costruito. Non accetto più questa insolenza sotto questo masso, fila in camera tua!

Lucas sbuffò rumorosamente e si ritirò nella sua conchiglia sbattendo le chele.

Era esausto, ogni giorno i suoi genitori tiravano fuori quella maledetta storia del trasloco naturale, necessario, imminente. “Oramai sei cresciuto, urti qualsiasi cosa appena ti giri”, “Non puoi pensare di rimanere tutta la vita nella stessa conchiglia”, “Alla tua età tuo padre aveva già un bilocale tutto suo” e quella che detestava più di tutte “Cosa diranno al Club dei Crostacei se ti vedranno andare in giro con quel guscio pieno di buchi e rattoppi?”.

A Lucas non interessava un plancton di quello che avrebbero detto quei bavosi dal ventre molle. Lucas era giovane, forte, pieno di energia e voleva una sola cosa dalla vita: la felicità. Ed era certo che non l’avrebbe mai trovata se avesse ripetuto quello che i suoi genitori avevano vissuto prima di lui.

Immerso nella sua rabbia sentì arrivare il padre con il solito passetto stanco e deluso.

– Bentornato amore, com’è andata oggi?

– Mi sono rotto i peduncoli di questa vita del plancton.

– Edgar!

Il marito si ritirò nella sua conchiglia senza dire più nulla, Marisa si sedette di fronte alla cena che aveva preparato, chinò il capo e pianse.

Il diario di Topexan

[Flussi]

Dopo tanti anni ho riaperto il vecchio quaderno delle poesie. Quello dell’epoca liceale, quello che non è mai stato mostrato a nessuno, quelle delle poesie con i brufoli.

L’ho riaperto per vivere un flashback su carta a righe e per rivalutare, con il gusto di adesso, il materiale che scrivevo con la penna buona, sforzandomi in una calligrafia quantomeno comprensibile.

Dammi tre parole: vergogna, fastidio e tenerezza.

Un pot-pourri di cuore, mare, volare, spiaggia, vento e cuore. Rime da gote rosse e chiose da far volgere lo sguardo dall’altra parte.

Eppure all’epoca tutto ciò era parte di me e del mio gusto.

Tra venti, trent’anni mi faranno lo stesso effetto queste frasi, queste parole che ora concludo, rileggo e pubblico?

Oppure l’adolescenza è un tempo a parte, con regole tutte sue e sensibilità completamente diverse dal resto della vita?

Eppure è giusto seguitare a scrivere, sentire il proprio presente, come un adolescente che scrive con cura la sua prima rima cuore-amore.

La finestra deve rimanere aperta

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola FINESTRA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @una_goccia_di_pioggia, @lasognatricedelnullapoesia, @alicenonsa, @iosonorainmaker, @gabbianigrassifoglivolanti, @hotel_caracas_cc, @laragazzachecorreconilupi, @respiro_nero. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Negli occhi del ragazzino scorreva lento il paesaggio della città, filtrato attraverso il vetro della macchina. Accanto a lui il padre guidava placido, ossequiando la segnaletica e le buone norme stradali.

L’uomo parlò senza preavviso, sintetico e diretto come era spesso, senza staccare gli occhi dalla strada.

Mi raccomando quando esci. Dai sempre un occhio a cosa ti succede attorno. Le altre persone, le uscite di sicurezza. È importante avere la situazione sotto controllo.

Semaforo rosso, freni che fischiano, breve pausa, cenno d’assenso.

– Tieni sempre aperta una finestra sulla razionalità, qualsiasi cosa tu faccia.

Semaforo verde, marcia che scala, chiusura del discorso, cenno d’assenso.

Quella finestra il ragazzino non l’avrebbe chiusa mai più, neanche in caso di pioggia forte con raffiche di vento; sembrava un consiglio importante.

La tenne aperta durante ogni uscita serale, ogni vacanza tra amici, ogni approccio amoroso, ogni decisione lavorativa.

La finestra deve rimanere aperta.

Il ragazzino, divenuto giovane uomo, grato del consiglio paterno e conscio delle buone intenzioni che lo accompagnavano, vide entrare da quella finestra delle domande.

E se quella finestra, ogni tanto venisse chiusa, cosa accadrebbe?

E se tenendo quella finestra sempre aperta certe emozioni non avessero il coraggio di farsi vedere?

E se quella finestra aperta impedisse al giovane uomo di vivere situazioni, sensazioni, lacrime, brividi?

E se quella finestra fosse ormai impossibile da chiudere?

Sarebbe sufficiente accostarla un po’?