Vita d’un paguro 2

[Varietà]

– Ma io non voglio andarmene, sto bene qui!

– Basta! Ne ho abbastanza delle tue lagne adolescenziali. Zitto e mangia.

Lucas osservò la pietanza che la madre gli aveva servito: un misto di pesce e crostacei presentati alla bell’e meglio.

– Mamma, lo sai che sono vegetariano, sembra che tu lo faccia apposta!

– Senti, se vuoi fare il vegericoso prendi la tua roba e vai a vivere da tuo Zio Armando, a coltivare quella robaccia viscida che Poseidone-solo-sa che cosa sia. Io sono stanca delle tue lamentele sulla casa, sul cibo, sul lavoro di tuo padre e su tutto quello che secondo te c’è di sbagliato nella vita che abbiamo costruito. Non accetto più questa insolenza sotto questo masso, fila in camera tua!

Lucas sbuffò rumorosamente e si ritirò nella sua conchiglia sbattendo le chele.

Era esausto, ogni giorno i suoi genitori tiravano fuori quella maledetta storia del trasloco naturale, necessario, imminente. “Oramai sei cresciuto, urti qualsiasi cosa appena ti giri”, “Non puoi pensare di rimanere tutta la vita nella stessa conchiglia”, “Alla tua età tuo padre aveva già un bilocale tutto suo” e quella che detestava più di tutte “Cosa diranno al Club dei Crostacei se ti vedranno andare in giro con quel guscio pieno di buchi e rattoppi?”.

A Lucas non interessava un plancton di quello che avrebbero detto quei bavosi dal ventre molle. Lucas era giovane, forte, pieno di energia e voleva una sola cosa dalla vita: la felicità. Ed era certo che non l’avrebbe mai trovata se avesse ripetuto quello che i suoi genitori avevano vissuto prima di lui.

Immerso nella sua rabbia sentì arrivare il padre con il solito passetto stanco e deluso.

– Bentornato amore, com’è andata oggi?

– Mi sono rotto i peduncoli di questa vita del plancton.

– Edgar!

Il marito si ritirò nella sua conchiglia senza dire più nulla, Marisa si sedette di fronte alla cena che aveva preparato, chinò il capo e pianse.

Il diario di Topexan

[Flussi]

Dopo tanti anni ho riaperto il vecchio quaderno delle poesie. Quello dell’epoca liceale, quello che non è mai stato mostrato a nessuno, quelle delle poesie con i brufoli.

L’ho riaperto per vivere un flashback su carta a righe e per rivalutare, con il gusto di adesso, il materiale che scrivevo con la penna buona, sforzandomi in una calligrafia quantomeno comprensibile.

Dammi tre parole: vergogna, fastidio e tenerezza.

Un pot-pourri di cuore, mare, volare, spiaggia, vento e cuore. Rime da gote rosse e chiose da far volgere lo sguardo dall’altra parte.

Eppure all’epoca tutto ciò era parte di me e del mio gusto.

Tra venti, trent’anni mi faranno lo stesso effetto queste frasi, queste parole che ora concludo, rileggo e pubblico?

Oppure l’adolescenza è un tempo a parte, con regole tutte sue e sensibilità completamente diverse dal resto della vita?

Eppure è giusto seguitare a scrivere, sentire il proprio presente, come un adolescente che scrive con cura la sua prima rima cuore-amore.

La finestra deve rimanere aperta

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola FINESTRA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @una_goccia_di_pioggia, @lasognatricedelnullapoesia, @alicenonsa, @iosonorainmaker, @gabbianigrassifoglivolanti, @hotel_caracas_cc, @laragazzachecorreconilupi, @respiro_nero. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Negli occhi del ragazzino scorreva lento il paesaggio della città, filtrato attraverso il vetro della macchina. Accanto a lui il padre guidava placido, ossequiando la segnaletica e le buone norme stradali.

L’uomo parlò senza preavviso, sintetico e diretto come era spesso, senza staccare gli occhi dalla strada.

Mi raccomando quando esci. Dai sempre un occhio a cosa ti succede attorno. Le altre persone, le uscite di sicurezza. È importante avere la situazione sotto controllo.

Semaforo rosso, freni che fischiano, breve pausa, cenno d’assenso.

– Tieni sempre aperta una finestra sulla razionalità, qualsiasi cosa tu faccia.

Semaforo verde, marcia che scala, chiusura del discorso, cenno d’assenso.

Quella finestra il ragazzino non l’avrebbe chiusa mai più, neanche in caso di pioggia forte con raffiche di vento; sembrava un consiglio importante.

La tenne aperta durante ogni uscita serale, ogni vacanza tra amici, ogni approccio amoroso, ogni decisione lavorativa.

La finestra deve rimanere aperta.

Il ragazzino, divenuto giovane uomo, grato del consiglio paterno e conscio delle buone intenzioni che lo accompagnavano, vide entrare da quella finestra delle domande.

E se quella finestra, ogni tanto venisse chiusa, cosa accadrebbe?

E se tenendo quella finestra sempre aperta certe emozioni non avessero il coraggio di farsi vedere?

E se quella finestra aperta impedisse al giovane uomo di vivere situazioni, sensazioni, lacrime, brividi?

E se quella finestra fosse ormai impossibile da chiudere?

Sarebbe sufficiente accostarla un po’?