Arance

Spioncino

Sull’insegna svetta una T grassettata, resa appena più definita da un timido led, che la aiuta a stagliarsi sullo sfondo scuro. Le mura che fanno da contorno hanno un che di borghese, una serie di mattoni rossastri bordati da una cornice color cemento, di una gradazione cromaticamente gradevole. La porzione superiore della vetrina è coperta per circa venti centimetri da una serranda macchiata di smog, probabilmente sarebbe da aggiustare per farla arrivare a fine corsa. Al di là del vetro si mette in mostra un miscuglio disordinato di merce: giocattoli sciatti, un cartello che pubblicizza una marca di non-sigarette, un espositore girevole semi vuoto di occhiali da sole.

L’ingresso della tabaccheria è più accogliente dell’esterno, in particolare per chi apprezza i caleidoscopi di colori sgargianti e la confusione da primo prezzo. Un lungo bancone di marmo impera sulla destra, formando un angolo che ricopre anche metà della lunghezza del muro al fondo del locale. Al di là del bancone corre una murata di scaffali e led, studiata apposta per i prodotti che danno il nome all’esercizio commerciale. Pacchi di sigarette si rincorrono e si sovrappongono, come in una carta da parati disegnata da Escher.

Subito sulla sinistra, poco dopo la porta di ingresso e di fronte al bancone, una piccola folla si accalca con il naso all’insù, abbacinata da un televisore trentadue pollici marca Telefunken. La scena ricorda una celebrazione clericale, ognuno ha un fogliettino in mano che tiene con entrambe le mani, mentre fissa senza sbattere le palpebre lo schermo. Niente audio, solo uno sfondo blu e dei numeri bordati d’arancione che si alternano in primo piano.

32. 7. 68. 65. 12. I numeri si vanno a posizionare accanto alla scritta “Torino”.

Gli occhi delle persone calano sui quadratini di carta che stringono tra le dita, poi si rialzano in direzione del televisore, senza reazioni apparenti. Qualcuno tossisce, un signore con un cappello infeltrito sospira e biascica qualcosa di incomprensibile, una signora arriccia il naso e stringe le palpebre, deformate da lenti spesse diversi fondi di bottiglia, mentre rilegge le cifre sullo schermo. La funzione prosegue, i numeri riprendono la loro sfilata ammiccante. La folla ora perde, ora guadagna un membro, che si unisce al gruppo trascinando i piedi, senza salutare nessuno. È lunedì, la pensione è appena arrivata.

La mancanza di audio delle estrazioni del Lotto è parzialmente colmata da un susseguirsi di trilli e musichette da console di videogiochi vintage, che arrivano dal fondo del locale. Nell’angolo lontano a sinistra, celate in parte dal grumo di persone fermo di fronte al televisore che proietta le estrazioni nazionali, due cassoni colorati, dotati di schermo e pulsantiera, emettono seducenti richiami. Nessuno pensa che forse il loro potrebbe essere un grido d’aiuto per salvarli dallo strato di polvere alto due dita che li ricopre.

Di fronte alle macchinette dimorano due sgabelli di metallo sottile, di cui solo uno, quello più lontano dall’ingresso della tabaccheria, è occupato. Un uomo corpulento poggia il fondoschiena sul sottile cuscinetto della seduta, la gamba sinistra piegata e sostenuta da una barretta metallica che ne sorregge il piede, la gamba destra distesa mollemente. La schiena è ingobbita in avanti, il busto stratificato da porzioni di ventre pizzicate dalla polo a maniche lunghe che indossa. Il braccio sinistro, piegato sul bordo della pulsantiera, aiuta il molle mento dell’uomo a stare dritto, mentre la mano destra ad artiglio è l’unico elemento corporeo che si muove. Il palmo fa da perno, mentre le dita si muovono a scatti, precise e rapaci, sui pulsanti illuminati della slot machine. L’uomo non sembra divertirsi, non sembra stia vincendo, non sembra stia perdendo. L’uomo sta lì e gioca. Alle sue spalle ogni tanto si ferma qualcuno, osserva le grafiche accattivanti che si illuminano, nessuno rivolge parola al giocatore, e chi lo fa, comunque, non riceve risposta.

Dalla porta d’ingresso entra una signora con i capelli scoloriti, la pelle cadente, occhi accesi e una dentatura rarefatta. Porta tre buste di plastica bianche senza scritte, da cui si intravedono un paio di gambi di porri, del sedano, probabilmente dei finocchi e altra verdura. La donna ignora la folla sulla sinistra, si mette direttamente in coda al bancone, senza posare a terra la spesa. Arrivato il suo turno, alza la testa e si rivolge alla persona che sta dietro al banco.

– Buongiorno, mi dà due gratta e vinci da dieci euro? Sì, quello lì, esatto.

Posa le buste a terra e apre la borsetta che porta a tracolla, tirando fuori un portamonete sgualcito, in cui risuonano ramini e qualche banconota spiegazzata. Porge il denaro al tabaccaio, che in cambio le consegna i due foglietti da grattare.

– Grazie. Sa, oggi al mercato non ho preso le arance, per poter prendere questi. Grazie, a domani.

La signora si ricarica delle buste ed esce, con lo sguardo basso e un sorriso tirato.

È lunedì, la pensione sta già per finire e la malattia si fa beffe dell’ingenua speranza di essere vincitori.

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