Grigio

[Flussi]

In cielo c’è un tempo che non esiste, un limbo grigio senza identità, senza occhi né bocca, non vede e non parla. I colori del mondo vivacchiano e attendono un motivo, un motivetto, una nota qualsiasi che vibri appena, un refolo di musica che tocchi il tasto di accensione di una vita in standby.

Sospeso su un filo per i panni mi asciugo lentamente, in balìa dell’assenza di vento che ora proprio non ce la fa, ora proprio non ha le forze per tirarmi su.

Appeso, con la testa ciondoloni e il non-sorriso di un clown, attendo e spero, mangio pietre e sputo silenzi.

Basta

[Varietà]

Sai cosa?

Non ne voglio più sapere

di vivere o morire

di contare ogni mattina i miei averi

di sperare in un tramonto sul mare.

Non ne voglio più sapere

di amare o fare finta

di cambiare le lenzuola

di dare la caccia alle zanzare.

Ne ho abbastanza

del potere della parola

dell’aura incantata del poeta

della necessità dell’arroganza.

Non ne posso più

di tutte queste stagioni

dei ricordi di una vita

del tasto – Scopri di più –

Sai cosa? Ora basta.

Lascia un segno

[Flussi]

Unisci tutti i puntini.

Fai un viaggio in solitaria.

Levati le scarpe usando i piedi.

Urla quando nessuno ti sente.

Incidi il tuo nome su un banco di legno.

Lascia sciogliere il cioccolato sulla lingua.

Chiedi il bis dello snack omaggio in aereo.

Rutta forte in mezzo alla gente.

Asciugati le mani sui pantaloni.

Lecca un francobollo.

Rovista tra le scatole in cantina.

Ruba qualcosa all’Autogrill.

Origlia il litigio di due estranei.

Alita su un vetro e scrivi con il dito.

Suona un citofono e scappa.

Mangia una fetta di pane senza sale con l’olio.

Piscia in un parco senza alberi.

Chiedi un rimborso per il ritardo di un treno.

Scrivi su un muro con una bomboletta.

Lascia un segno del tuo passaggio e durante il viaggio sii pazzo senza doverlo essere; mangia, bevi, godi e pensa che, da vivo, tante cose senza senso ti hanno fatto pizzicare la pelle.

Ultime volontà

[Flussi]

Serate d’inutilità, orari di lavoro protratti su tavole unte di sorrisi, mentre il cervello alterna corrente correndo altrove cercando salvezza nell’uniformità, nella ripetizione, nel sottofondo della constatazione del decesso.

Tra le mani la boccia del tempo si scuote da sola e perde un secondo, un minuto, uno ancora.

Nella conta dei giorni rientrano migliaia di ore passate su un videogioco senza divertimento che si riavvia, non si salva, toglie il sonno e fa calare la vista, mentre rincorri un Boss-di-fine-livello randomico che ha sempre e solo la tua faccia. Lo uccidi e ricominci, ti ricerchi, ti ritrovi, ti riuccidi. Ricominci.

Mollo tutto.

Non posso.

Scelgo altro.

Non posso.

Nuove strade.

Non posso. Cosa voglio? Voglio vivere, che poi muoio.