[Varietà]
Siamo tutti poeti
andando
a capo
a cazzo.
Siamo tutti poeti
quando
il cielo
tramonta.
Siamo tutti poeti
basta una penna
una luce
un foglio.
Siamo
tutti
poeti.
[Varietà]
Siamo tutti poeti
andando
a capo
a cazzo.
Siamo tutti poeti
quando
il cielo
tramonta.
Siamo tutti poeti
basta una penna
una luce
un foglio.
Siamo
tutti
poeti.
[Varietà]
Sul comodino due mosche muovono compulsivamente le zampe, come due chef giapponesi in procinto di affettare un tonno gigante da un quintale. Eseguono i movimenti con la perizia di un samurai, perfettamente immobili se non per la danza dei loro arti che si sfregano, si allontanano, si riuniscono in un battito di ciglia di mosca.
Nel letto accanto al comodino il volto del dormiente è fiocamente distinguibile, grazie alla timida luce che filtra tra le tende, un’alba slavata da una foschia particolarmente materica. Il respiro è leggero, decisamente diverso da quello profondo e caldo di qualche ora prima, anche gli occhi sono meno infossati, più agili.
Le mosche, sempre intente nel loro frenetico armeggiare, puntano l’attenzione sulla figura del dormiente, all’erta, reattive.
Un leggero movimento della spalla, il collo che s’inclina verso destra, le labbra che si contraggono appena. Il dormiente a breve non sarà più tale.
Come due atleti sulla linea di partenza le mosche si voltano verso la figura umana, in uno stato di tensione pronta a deflagrare.
[Varietà]
Mi pareva
un ostacolo tra le coltri
una presenza incomoda
un ingombro caparbio
una fermezza arborea
un risveglio effervescente
un’idea come un’altra
e invece era
un’erezione mattutina.
[Varietà]
Saldo e irremovibile il platano, negli anni, era riuscito a trovare il proprio equilibrio in quell’angolo un po’ anonimo di periferia, nel risicato spazio di un giardinetto di quartiere, centro di scambio di convenevoli tra i cani della zona.
La bambina è riuscita ad arrivare al terzo ramo, si tiene forte alla corteccia, i polpastrelli ancorati alla superfice umida e sgarbata. Senza mai rivolgere lo sguardo verso il terreno che l’attende paziente due metri più in basso, l’attenzione della ragazzina è fissa sul movimento successivo, sul gradino che l’avrebbe portata un po’ più su. Il prossimo ramo sarebbe stato quello giusto, il prossimo passo sarebbe stato quello più importante.
La bambina inspira e tiene fermo il fiato, stacca le dita dal ramo e drizza le gambe, espira decisa e allunga le braccia. Si aggrappa al legno e spreme tutta la forza, come un tubetto di dentifricio, per tirarsi su; non si rilassa finché non si sente finalmente stabile e sicura, solo a quel punto guarda giù. Il terreno, tollerante, risponde al suo sguardo.
La bambina con una piccola smorfia muove il naso, alza un sopracciglio e si gira verso il prossimo ramo.
[Varietà]
Sdraiato a terra
gres porcellanato effetto legno sotto la nuca
rimbomba una canzone
pulsa nel cervello
ovatta le sinapsi
panna cotta i pensieri.
Ma poi, quali pensieri?
Qui è tutto un pot-pourri di melassa e bassi
quattro-quarti e comandi vocali
amplificato dal gress porcellanato effetto legno
che è un ottimo conduttore
o forse no
in fisica avevo 4.
Ma poi, che canzone è?
Quella canna era decisamente troppo forte.
[Varietà]
Appesa a un filo di nebbia
rintocca la campana dei giorni di pioggia
vibra una nota piatta, carica di pallore
e intanto noi
chiusi dentro una bolla cava
pesante
persistente
ticchettiamo sulle pareti come ballerini senza gioia
galleggiamo in attesa che passi un’altra ora
un’altra ora ancora.
[Varietà]
Il respiro, profondo, irregolare, della persona che dorme accanto.
Il ronzio della lampadina accesa a fianco del letto.
Il gorgoglio dell’acqua che scende nei tubi condominiali.
Lo scalpiccio della famiglia al piano superiore.
Il crepitio di una bottiglia di plastica in cucina, che tenta di tornare alla sua forma originale.
Il vocio di un gruppo di ragazzi che passa sotto la finestra.
Il latrato di un cane in lontananza.
Sopra un tappeto monofrequenza si stendono tutti i rumori, uniti da un filo metallico, acuto e costante, che ha cancellato il ricordo della forma del silenzio.
[Varietà]
Una notte di confine
tra mille scatole tenute insieme da rotoli di scotch
soffitti passeggeri
occhi stanchi
e poche, povere, banali parole.
Una notte che precede un giorno
Big Bang di nuovi spazi
nuove prospettive
nuovi giochi di luce
nuovi colori.
Una notte come tante
con un gusto un po’ retrò
con lo sguardo un po’ più in là
senza voglia di dormire
impaziente di sognare.
[Varietà]
Facce e paresi, lenti vortici di sorrisi scivolano nell’etere producendo un disgustoso gorgoglio, come di un lavandino color ruggine, come di un scarico di responsabilità intasato.
Cenni d’assenso rivolti al nulla si fanno strada tra inglesismi superflui, cataste di intuizioni banali e barricate di frasi fatte sprovviste di ragionamento.
Un’enorme, dilagante sensazione di disinteresse si espande nello stomaco, si arrampica sulla gola e si aggrappa all’ugola, godendosi lo spettacolo mentre si dondola nel vuoto.
Silenzi nauseanti si gonfiano come palloncini e volano alti sopra le teste, poi, quando non ne possono più, scoppiano, inondando la tastiera di sputacchi e imbarazzo.
“Scusate, ero in muto”.
[Varietà]
Mi pareva
un assalto aereo
un’invasione sensoriale
un tacito abbandono
un’olezzante vigliaccheria
un soufflé di retrobottega
una zaffata dissacrante
e invece era
una flatulenza non dichiarata