Buio 1

[Varietà]

Due occhi vagano alla ricerca di un appiglio
cavalcano crinali di tende
sospinti dal vento di respiri
sbirciano oltre il limite del percepibile
poi si tuffano nelle pieghe dei pensieri
annaspano
riemergono
chiedono un attimo per riprendersi
ma il tempo
statico nella mescia olesa del buio
non risponde
non fiata
osserva muto
due occhi persi.

E invece 22

[Varietà]

Mi pareva

un corvo rognoso

una profezia sibillina

uno schiaffo postale

una pedata scrotale

uno scherzo del destino

una missiva del Demonio

e invece era

una cartella esattoriale.

Hanno portato via l’albero

[Varietà]

Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta.

E cosa gli vuoi dire?

In fondo era un pezzo di legno morto, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.

Insomma, un’azione comprensibile.

E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione?

Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia, perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?

Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.

Non morto, semmai abbattuto.

Non abbattuto, semmai caduto.

Non caduto, semmai addormentato.

Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, e schiamazzano, e ridono. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.

Corso di comunicazione: approfondimenti

[Varietà]

Pausa e storia.

Tutti sorridenti, mi raccomando, sfoggiamo denti di nylon per far contente le fronti spaziose, ariose, che ci fissano come se fossimo i personaggi di un videogioco in procinto di passare di livello.

Annuiamo diverti e fingiamo d’essere affetti dal morbo di Alzheimer, non perdiamoci neanche una pellicina dei quattro aneddoti riproposti con gli stessi cambi di tonalità.

Godiamoci la novità: un’abbondanza di volgarità nauseabonda, servita solo per riempire il nulla, per riempire le pance.

E come diceva Rockefeller.

Qui si allenano gli dei.

Ve lo giuro su mio figlio.

Questa volta sono in imbarazzo.

Questa volta ho il vomito.

Sindacalismi

[Varietà]

Udite udite!

Squillino le trombe!

Si dispieghino i tappeti sdruciti!

Che entrino gli sciagattatori del senso comune!

Facciano il loro ingresso gli sciorinatori dei vuoti a rendere!

Date il benvenuto agli srotolatori delle arringhe di pluriball!

Al tavolo della fuffa troverete posate satinate e tegami caldi, tovaglioli di superlativi e taglieri d’avverbi.

Accomodatevi e gustatevi questa perdita di tempo che solletica le papille e appassisce le palle.

Non

[Varietà]

Eh

oh bellino

cos’è quello sguardo lì?

Quel luccicore rimettilo in tasca, che è meglio.

Che non è mica il caso

che non sei mica il caso

che mica ti puoi permettere

di essere ciò che non sei.

Non è che adesso arrivi tu

splendido splendente

e fai del mondo ciò che ti pare.

Eh, no

non si fa così.

Dai retta a me

che sono venuto prima di te

e so

come non fare.

La ricerca 5

[Varietà]

Una morbida schiumetta bianca si stava dissolvendo con tutta calma, mentre un giovane paguro riemergeva lesto dalla rena. Muoveva le zampe con decisione, lo sguardo fisso sull’obbiettivo, deciso a raggiungerlo prima della prossima onda. All’improvviso tutto si fece buio. Il paguro imprecò.

A qualche granello di distanza la bambina lanciava palettate di sabbia verso il bagnasciuga senza curarsi di chi avrebbero colpito, o ricoperto. La sua attenzione era tutta rivolta alla voragine sotto i suoi piedi e al progetto, immane nella sua testa, della buca che stava realizzando. Tra le mani una paletta, di quelle d’élite con manico di legno, affondava con foga nella sabbia, scavando all’interno dell’ovale che la bambina aveva disegnato con il piede.

Superato il primo velo di sabbia asciutta e abbrustolita dal sole, lo scavo era arrivato a uno strato più umido e solido, una grana più grossa, sassosa e scura pesava sul piatto della paletta e si ritrovava improvvisamente esposta ai raggi ultravioletti, sparsa senza troppa grazia lontana dalla fossa.

La bambina procedeva nei suoi movimenti frenetici senza guardarsi intorno, quando con un gesto deciso asportò una quantità di sabbia tale che dovette prendere il manico con entrambe le mani per poterla tirare fuori. Dal fondo della buca comparve dell’acqua.

La bambina fissò per qualche secondo il laghetto sotterraneo in miniatura, che pian piano erodeva i bordi di sabbia, prima di dare ancora un paio di palettate decise al fondo dello scavo. Il diametro dello specchietto d’acqua aumentò, ma in poco tempo fece crollare una porzione di bordo; la bambina piantò la paletta nella spiaggia asciutta, accanto alla buca, e si diresse contrariata verso il mare, calpestando un certo cumulo di sabbia dal quale si sentì distintamente provenire una maledizione in antico Pagurese.