Siena 1

[In viaggio]

La prima immagine che conservo di te è la discesa che da San Domenico porta verso il tuo cuore.

Sei tutta lì. In uno scorcio, uno spacco di coscia, mostri tutto il tuo meglio. Tetti, righe e torri ammucchiati tra le curve dei seni, pietra liscia e terra che ti fanno da trucco, ricordi e sorrisi come nuvole di profumo. Da lì, incorniciata in una piccola sezione di cielo, sei più bella che mai.

Mi manchi, ma ti ritrovo sempre nelle scorciatoie, nelle cantilene, nelle luci della sera. Ci stendiamo uno sull’altra in quella piazza che sai, quella che rivedo sempre passando dall’entrata della prima volta, quando, sceso l’ultimo gradino, il fiato si tuffò ai piedi.

Mi manchi, ma so che sei lì e tu sai che io, presto o tardi, tornerò.

Tallinn 1

[In viaggio]

Il panorama da una panchina.

Solo una ragazza che legge

una voce di donna che canta in sottofondo

uno schizzo maldestro sul quaderno

e una promessa a me stesso:

non dimenticare mai

il cielo di Helsinki

le pietre di Tallinn.

Marzamemi 1

[In viaggio]

Esiste un gatto color Marzamemi.

Spunta da un vicolo ma non lo vedi, si confonde con i muri, prende il colore delle pietre.

Miagola appena, il giusto da farti credere di averlo sentito, senza però dartene la certezza.

Salta soffice sui tetti, guarda il mare muovendo la coda al ritmo delle onde, sta fermo ore.

Tutti i cani lo conoscono, tutti i gatti lo rispettano, tutti i topi lo esorcizzano.

Esiste un gatto che non vedrai mai, ma se passerai da casa sua sarai quasi convinto del contrario.

Esiste un gatto e lo chiamerò Marzamiao.

Berlino 1

[In viaggio]

Hai uno spirito nuovo e un tono immenso, eppure non ti sento.

Hai tele grigie a disposizione di colori nuovi, forme quadrate a disposizione di pensieri tondi, spazi ampi a disposizione di mille piccole vite, eppure non ti sento.

Ho voglia di rivederti, ho voglia di mostrarti, ho voglia di leggerti e di ascoltarti, eppure non ti sento.

Una storia folle

[The One]

Si incontrarono dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome.

SI baciarono per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.

Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio.

Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce; videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.

Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori.

Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti.

Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.

Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori.

Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.

Nessuno sa dove siano ora, ma se in un posto affollato sentirete due voci altissime e folli giratevi velocemente e cercate due paia d’occhi con dentro il mare e il cielo.

Portogallo 5

[In viaggio]

Quando sei pronta riportami a Porto

Dimentica i portici e perdiamoci per le strade.

Parioli, Parigi, Parma; nei paraggi niente pareggia l’apertura purpurea dei palazzi.

Ti prego facciamo presto, la pelle d’oca me la sento ancora addosso.

Quando sei pronta riportami a Porto, questa volta per restarci.

Portogallo 4

[In viaggio]

L’oceano ha un suono diverso. Più profondo, più cupo, più potente. Chiede rispetto con vigore e mostra i muscoli alla terra.

Anche l’odore è differente. Sa di abissi e luoghi sconosciuti, selvaggio e naturale.

Mi chiedo come facciano le rocce e la sabbia a resistergli, a non cedere alla sua autorità, al suo amore carnale.

Di chi mi innamoro?

[The One]

Mi innamoro delle artigiane dietro bancarelle improvvisate che intrecciano gioielli bruciando i fili delle collane con l’accendino; delle artiste di strada, tutte sorriso e colore, canottiera senza reggiseno e un rasta, uno solo; delle bariste tatuate che corrono senza guardare in faccia nessuno, con un grembiule liso, un foulard in testa e le labbra umide; delle pittrici indipendenti con l’anello al naso e i pantaloni larghi da genio della lampada.

Mi innamoro di chi non è distratto dalla normalità, di chi non scavalca i piedi altrui, di uno sbaffo di matita nera, di un corpo, di un movimento, di un’intercapedine tra mento e collo, di un paio d’occhi.

Portogallo 3

[In viaggio]

Quindi costui è l’oceano. Il fratello grande, quello con un nome e una carriera, un’autorità nel suo campo.

Non possiamo che fare le giravolte tra le sue dita, non possiamo smettere di osservarlo tanto è il tutto che esprime.

Impressionante è il suono, che pare voler riempire ogni vibrazione presente nell’aria, egocentrismo sonoro.

L’oceano pretende di colmare tutti i sensi, ottiene attenzione per natura.

Lascia che i bambini giochino con lui, che i ragazzi si convincano di domarlo, che le ragazze si ritraggano insieme a lui, che le coppie si distraggano per un rapido bacio, che gli uomini fingano di non esserne impressionati, che i poeti si facciano suggerire le parole dal vento, che i musicisti tentino di riprodurne le note sulle corde di una chitarra, che i pittori piangano cercando la spuma sulla tavolozza, che i vecchi gli sorridano perché sanno che tutto questo crediamo di farlo quando in realtà è l’oceano che ci concede il lusso di stare con noi per un attimo.

[Musica suggerita per la lettura: John Butler – Ocean]

Portogallo 2

[In viaggio] e anche un po’ [The One]

Óbidos è uno di quei borghi tutto vicoletti e salite, scalette sconnesse, improvvise piazzette.

Le mura, alte, grigio-marroni, lo proteggono come il secchione, odioso, nascondeva con la mano le risposte del compito in classe, per non far copiare.

Muri bianchi, strisce blu e ocra alla base e agli angoli.

Un paio di viuzze dove si sono stretti tutti gli artigiani, i paccotigliari, i venditori di Ginja.

I ristoranti non mancano e mi chiedo se forse non siano troppi per un posto che puoi attraversare da parta a parte in dieci minuti.

Intanto un gatto è passato a salutarmi, rispondendo al classico richiamo a bacetto.

C’è una fiera del cioccolato all’interno di quella che suppongo sia la fortezza, il castelletto. Non sono entrato e un po’ mi dispiace, forse di sera chiuderanno l’ingresso. Come stona quella scritta “Chocolate” dal font molle e giocoso su delle mura così antiche. Qui stona tutto quello che ha meno di mille anni. Le automobili, i cavi a terra della piazza centrale, le persone. Non stona invece la campana che ha appena suonato, chiamando l’adunata alle armi puntute dei turisti che sentono nello stomaco l’avvicinarsi della fine di un altro giorno di vacanza.

Mentre scrivo, e ti pensavo, sei passata. Capelli castani al vento, zaino in pelle marroncino e passo pesante, rapido. Ti sei girata e già non ci sei più.