E mi vedi

[The One]

Ti aspetto

sul ciglio di un marciapiede

tra gli echi di una canzone di strada

i riverberi spazzati dalle folate dei passanti

in balìa degli sguardi distratti di chi non sente

la canzone che ti sospinge come vento

quando affiori dalla porta di un negozio

e mi vedi

e mi sorridi.

E invece 29

[Varietà]

Mi pareva

un sequestro alieno

una défaillance effimera

un mancamento fulmineo

una badilata temporale

uno svenimento post-apocalittico

una pausa sensoriale

e invece era

un abbiocco pomeridiano.

Fermo a uno sguardo esterno

[Varietà]

Un bambino stringe gli occhi e fissa il cielo. Vuole capire da che parte vadano le nuvole.

Dove corrono?

A che velocità si spostano?

Si muovono tutte insieme o ognuna per conto suo?

Il bianco esplode, fa lacrimare gli occhi, ma il bambino si impegna a non sbattere mai le palpebre, ché non vuole perdersi nemmeno un istante di quella corsa lenta e inesorabile.

Mentre placido passa il tempo, scorrono domande, pensieri e sogni, volano alti come palloncini, seguendo la scia di quelle nuvole mai ferme, sebbene, quando guardate, sembrino immobili.

In un gioco interiore con sé stesso e la natura, un bambino stringe gli occhi e fissa il cielo, lasciandosi libero e leggero, fermo a uno sguardo esterno, eppure in volo dentro di sé.

Preso com’ero

[Varietà]

Eppure l’avevo messo qui

quel sogno,

sono certo di averlo messo qui da qualche parte.

Ricordo di aver pensato: “lo lascio qui, così sono sicuro di ritrovarlo”,

sarebbe stato il primo posto dove avrei cercato, quando sarebbe giunto il momento.

Ora che il momento è giunto,

o almeno credo,

di riprendere in mano quel sogno, di soffiarci sopra,

di farne qualcosa di più

di un semplice sogno buttato lì,

proprio ora,

non lo trovo più.

Com’è possibile?

Non è che i sogni sono volatili, vero?

Non è che sottoposti a una certa pressione, a una certa attesa, evaporano?

Non funziona così, vero?

A scuola non mi pare ce l’abbiano mai detto,

avrebbero dovuto dedicare un’intera lezione di chimica sui passaggi di stato dei sogni,

non ci hanno mai insegnato nulla del genere,

o magari non ero attento io,

ero così svagato,

preso com’ero da certi sogni.

I fagiolini fanno toc

[Varietà]

Nella categoria “Azioni Proustiane” rientra a pieno titolo l’atto del pulire i fagiolini.

Elba, Zanca per la precisione, piena estate; al centro del salone un tavolo di legno massiccio, nascosto da una cerata ricoperta d’immagini di fiori e piante, ognuna con il proprio nome scritto in un corsivo minuto e sgranato. A capotavola un bimbetto, 6 o 7 anni, i capelli umidi dalla doccia, petto nudo e pantaloncini a righe. Alla sua sinistra la nonna, 60 o 70 anni, per il bimbo non c’è molta differenza, capelli gonfi dalla piega, vestaglia azzurrina e grembiule a righe. A dividere i due un cumulo di bastoncini verdi, appuntiti alle estremità; due chili almeno, forse più.

– Allora, stellina, per pulire i fagiolini devi togliere il capo e la coda, così.

Toc. Toc.

Il ragazzino fissa nella mente l’azione e annuisce. Prende un fagiolino e con la punta delle dita stringe un’estremità.

Niente toc.

– Guarda, non strizzarlo, pieghi leggermente e tiri.

Toc. Toc.

Le sopracciglia del bimbo si aggrottano appena, afferra un altro fagiolino, stringe e tira.

Niente toc.

Il nipote guarda interdetto la nonna che sorride e prende un baccello.

Toc. Toc.

– Nonna perché i miei fagiolini non fanno rumore?

– Che rumore?

– I tuoi fagiolini fanno toc.

– Oimmèna, anche i tuoi fagiolini possono fare toc, stellina. Se li pulisci bene faranno toc! Su, riprova.

Il bimbo prende un fagiolino dalla montagnetta, concentrato afferra l’estremità dal baccello da cui spunta un pezzettino di rametto secco, piega e tira.

Toc.

Il nipote sorride, alzo gli occhi verso la nonna e in uno sguardo si trasmettono la gioia.

Ti ho sentito parlare

[The One]

Stasera hai deciso di non farmi scrivere.

Ti sei addormentata presto, espiri leggera, è stata una giornata pesante. Mi stai vicina, quasi attaccata, e i tuoi occhi sono così grandi da sembrare spalancati, se non fosse per quelle palpebre serrate che li nascondono.

Come ogni tanto accade ti svegli in uno stato di semi coscienza, mescolando sogni e realtà. Nel silenzio apri gli occhi e mi parli.

– Cosa?

– Che succede, amore?

– Che hai detto?

– Nulla.

Evidentemente non sei convinta.

– Ti ho sentito parlare.

– Non ho detto nulla.

– Che hai detto? Ti ho sentito parlare.

– Non ho detto nulla, amore.

Mantenendo un’espressione di scarsa convinzione, allunghi la mano e afferri la mia, quella che regge il quadernetto che raccoglie i miei scarabocchi notturni.

La accolgo, eppure subito cerco di divincolarmi con delicatezza, perché so che se ti lascio riaffondare nel sonno sarà impossibile liberare la mano. Le tue dita però stringono decise e trattengono il mio timido tentativo di fuga. Mi trovo così in una romantica trappola, impossibilitato a scrivere.

I tuoi respiri suonano come onde filtrate dalle persiane di una casa sul mare, per non svegliarti piego una gamba e appoggio il quadernetto sulla coscia, che diventa una superficie d’appoggio, alquanto instabile in verità.

Non mi scoraggio. Inizio a produrre scarabocchi più incomprensibili del solito e mi chiedo se domani sarò in grado di decifrarli.

Eppure in fondo chissenefrega, dato che poi ti sei svegliata, mi hai lasciato la mano e abbiamo fatto l’amore.

Ogni volta (o Riflessivi desueti)

[The One]

Ogni volta come la prima volta

mi beo

dell’effetto che fa la pressione del tuo corpo sul mio,

il peso di tutti i tuoi organi, posti esattamente in quell’ordine;

mi estasio

della sensazione di compressione sulle ossa

che si adattano, molleggiano,

plasmate dal desiderio di esserci addosso;

mi crogiolo

nel calore diffuso, colloso,

spanso sulle pelle come olio,

come quelli che ti spalmi sotto la doccia

mentre ti guardo e sorrido

come la prima volta.

Vita d’un paguro 1

[Varietà]

L’acqua si era ritirata, lasciando un velo di schiuma bianca dietro di sé. Il paguro sbirciò fuori. Tutto sembrava tranquillo. Tirò fuori le zampe dalla conchiglia e sentì la sabbia umida sotto di sé. Si aggrappò con forza al terreno e si lanciò verso il punto dove era sicuro di aver visto un frammento di sogliola. Era lì e spuntava di un nulla dalla rena.

Il sole batteva forte, il rumore della risacca si fece più cupo, annunciando la prossima onda con un gorgoglio che pareva arrivare direttamente dall’inferno. Dei paguri.

Il paguro correva a chele basse, chiudendo gli occhi per proteggersi dalla salsedine che gli sferzava il volto, lo sguardo fisso sull’obiettivo. Ancora pochi centimetri, pochi centimetri ancora.

Di colpo tutto si fece nero. Il paguro imprecò.

I suoni gli arrivavano ovattati sotto lo strato di sabbia sotto cui era finito. Riuscì solamente a distinguere le parole “smettila”, “paletta” e “mammaaa-mi-ha-distrutto-il-castellooo”, poi grida e versi acuti che neanche alcuni delfini di sua conoscenza li avrebbero tollerati.

Il paguro non sopportava più quella vita.

Per l’ennesima volta ripiombò nei pensieri cupi che lo tormentavano da mesi. Cosa ci faceva ancora lì? Che prospettive aveva? Chi era diventato? Cosa voleva dalla vita? Era felice?

Dove prima vedeva un luogo pieno di vita dove poter stabilirsi, ricco di servizi e opportunità, un luogo di scambio e raccolta dove lui e la sua famiglia avrebbero potuto vivere felici, ora gli occhi gli restituivano una vista deprimente: una spiaggia affollata di cicche di sigarette e piedi umani, raggaeton e olezzo d’immondizia lasciata al sole. Che merda.

Edgar riemerse dalla sabbia, mandò a fanculo tutto il mondo, girò le chele e si diresse verso casa.