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[Flussi]

Cerco parole che parlino di me

trovo solo immagini difficili, retoriche, già masticate

spulcio distratto in attesa di una conferma

tra le dita echi di cortile che raggiungono il me bambino rannicchiato in un angolo lontano

come se non volessi giocare con loro

come se niente mi assomigliasse.

Tu lo sai?

[Flussi]

Dove porta quest’eterno battibecco tra cinismo e dolore, che muove le dita,

le lacrime,

che tira giù le serrande e tira dentro i panni,

che lascia solo piccoli spiragli da cui sbirciare ciò che capita all’esterno,

al sicuro,

nel proprio pantano?

Quanto costa questa scostante comunicazione di vasi comunicanti,

accomunati,

solo da una striscia di DNA, niente più che un elenco di colori,

di ricordi,

che sfumano nel nulla?

Come finirà questo delirante saliscendi senza meta,

senza senso,

che si tuffa dal bordo di uno foglio e fa pluf in un mare calmo,

oleoso,

e rimane sul pelo dell’acqua, come una piuma,

come un senso di colpa?

Versi sul cesso

[Flussi]

Lungi da me definirmi poeta.

Credo che certe etichette artistiche non sia corretto autospillarsele sull’Eastpak – esistono ancora? -, credo che l’arte sia rappresentazione e comunicazione e che sia il pubblico, spettatore, lettore, critico, passante, a doversi prendere la briga di riconoscere o interpretare il valore del messaggio e a scegliere quindi il ruolo da affibbiare all’autore dell’opera. Scrittore, poeta, pittore, scultore, attore, artista, performer, scimmiottatore, saltimbanco, plagiario e aggettivi più o meno offensivi: qualsiasi di queste cose è vera purché venga dall’esterno.

Tutto questo per dire che sono a caccia di parole, senso e suoni da mettere in riga, sto cercando di assemblare un testo che mi convinca, magari anche che arrivi a qualcuno, e intanto rido.

Rido forte.

Rido, perché mi rendo conto che in questo momento sto componendo versi mentre sono sul cesso, e le battute sul valore artistico della mia produzione vengono da sé.

Vecchie parole

[Flussi]

“Ho una musica in testa e una strana felicità nel cuore.

Forse è il tempo che si fa beffe di me.”

Ritrovo vecchie parole, in vecchi quaderni, che richiamano vecchie sensazioni sciapite nel corso degli anni.

Come si affrontano gli appunti di una vita passata?

Si conservano?

Si lasciano andare?

Si riformulano usando il vocabolario del presente?

Cosa si merita la versione passata di noi stessi?

Sfilza di domande rivolte a chi legge, rivolte a se stessi, rivolte a chiunque abbia qualcosa da dire.

D’altronde siamo il mondo social.

O no?

Socialismo in coda

[Flussi]

– Chi è l’ultimo? – chiede la signora giunta in prossimità del capannello di persone di fronte all’ingresso della farmacia.

“Chi è l’ultimo”, perché ciò che scandisce la società sono le classifiche, le graduatorie, la meritocrazia del primo. Ciò che conta è l’oro, l’ordine cronologico, il diritto della precedenza basato sul dato di fatto.

In un altro mondo la stessa signora avrebbe potuto chiedere “Chi ha più urgenza?” o “Chi ha più bisogno?”: ognuno avrebbe esposto brevemente la propria situazione e un criterio di buon senso sociale avrebbe determinato l’ordine d’ingresso.

Un mondo con molte più parole, più lento forse, di certo non esente da bugie e truffe. Un mondo in cui società e condivisione avrebbero beneficiato di un peso diverso, un significato non solo ideologico, ma pratico e di applicazione quotidiana. Una realtà non per forza migliore, solo più umana, nella quale non sarebbe stata necessaria la condivisione di un freddo dato temporale o di una regola fisico-matematica per determinare azioni e interazioni tra persone.

In un mondo così, forse, la signora avrebbe posto un’altra domanda.

– Io, signora, sono io l’ultimo – rispondo con un cenno della mano, prima di tornare a spippolare sul telefono.

Stonature mentali

[Flussi]

Folli note stonate ingripperanno la mente di colui che, conscio di fare, creare, qualcosa di poco, o nullo, valore, si presterà comunque alla fabbricazione di una certa opera, di qualunque tipo essa sia.

Che sia per accondiscendenza, senso del dovere, amicizia o un qualsiasi tipo di motivazione esterna, un senso d’ingiustizia permarrà costante prima, durante e dopo, e porrà sulla lingua un gustaccio amaro che non sarà possibile mandar via con alcuna bevanda o vettovaglia. Questa sgradevole sensazione potrà essere attenuata, questo sì, dalle stesse sostanze che gommapiumano i sensi, ma eliminata del tutto, quello no. Si potrà imparare con il tempo a ignorarla, se non proprio a negarla, ma altro non sarà che una bugia alla quale non crederemo.

Intanto quelle note stonate continueranno a suonare lente, costanti, presenti.