E mi vedi

[The One]

Ti aspetto

sul ciglio di un marciapiede

tra gli echi di una canzone di strada

i riverberi spazzati dalle folate dei passanti

in balìa degli sguardi distratti di chi non sente

la canzone che ti sospinge come vento

quando affiori dalla porta di un negozio

e mi vedi

e mi sorridi.

E invece 29

[Varietà]

Mi pareva

un sequestro alieno

una défaillance effimera

un mancamento fulmineo

una badilata temporale

uno svenimento post-apocalittico

una pausa sensoriale

e invece era

un abbiocco pomeridiano.

Preso com’ero

[Varietà]

Eppure l’avevo messo qui

quel sogno,

sono certo di averlo messo qui da qualche parte.

Ricordo di aver pensato: “lo lascio qui, così sono sicuro di ritrovarlo”,

sarebbe stato il primo posto dove avrei cercato, quando sarebbe giunto il momento.

Ora che il momento è giunto,

o almeno credo,

di riprendere in mano quel sogno, di soffiarci sopra,

di farne qualcosa di più

di un semplice sogno buttato lì,

proprio ora,

non lo trovo più.

Com’è possibile?

Non è che i sogni sono volatili, vero?

Non è che sottoposti a una certa pressione, a una certa attesa, evaporano?

Non funziona così, vero?

A scuola non mi pare ce l’abbiano mai detto,

avrebbero dovuto dedicare un’intera lezione di chimica sui passaggi di stato dei sogni,

non ci hanno mai insegnato nulla del genere,

o magari non ero attento io,

ero così svagato,

preso com’ero da certi sogni.

Ogni volta (o Riflessivi desueti)

[The One]

Ogni volta come la prima volta

mi beo

dell’effetto che fa la pressione del tuo corpo sul mio,

il peso di tutti i tuoi organi, posti esattamente in quell’ordine;

mi estasio

della sensazione di compressione sulle ossa

che si adattano, molleggiano,

plasmate dal desiderio di esserci addosso;

mi crogiolo

nel calore diffuso, colloso,

spanso sulle pelle come olio,

come quelli che ti spalmi sotto la doccia

mentre ti guardo e sorrido

come la prima volta.

E invece 26

[Varietà]

Mi pareva
il solletico d’un clown
l’insolenza d’un refolo
il frinire d’una cicala
l’astio della primavera
il fastidio senza requie
la genesi delle bestemmie
e invece era
allergia al polline.

Buio 3

[Varietà]

Due mani farneticano febbrilmente

balbettano

danzano

convergono in girotondi frenetici su loro stesse

senza requie

senza appigli

alla mercé di polpastrelli curvi sotto il peso delle aspettative

ricercano la strada perduta, la pace decaduta

o anche solo un paracadute lanciato a tutta velocità verso un suolo che non si vede

e se non si vede

forse non esiste.

Augurio

[Flussi]

Non so ancora cosa scriverò domani, quali parole, perché e se ne varrà la pena. Non so neanche se scriverò, se mi andrà di farlo, se avrò il tempo o se si disperderà in mille rigoli di distrazione; se avrò la forza, la testa, le palle.

Se mi accontenterò di quattro righe buttate lì o se saranno frasi curate, sofferte, convinte.

Se sarà rabbia, amore, fantasia, desiderio o puro esercizio fisico.

Eppure mi addormento con il solito, personale e assurdo augurio.

Spero di scrivere.

Proprio con quegli occhi lì

[The One]

Esco su balcone – è tornato il caldo –

prendi il sole su una sdraio da veri professionisti

mi guardi e sorridi – proprio con quegli occhi lì –

m’incanto – quegli occhi lì –

chiedo se vuoi un caffè

mentre tu non hai ancora messo via il tuo sorriso – e quegli occhi –

non rispondi

fai solo un cenno con la testa – si muove tutto, anche il mondo –

che no

non lo vuoi

però chiedi senza parlare

di starti vicino

proprio io

che vicino a quegli occhi lì è come essere al mare.