[Varietà]
Mi pareva
il tocco d’una ninfa
la carezza della sera
il sollievo benedetto
la speranza ridestata
l’anelito palatale
l’euforia beverina
e invece era
il primo sorso di birra.
[Varietà]
Mi pareva
il tocco d’una ninfa
la carezza della sera
il sollievo benedetto
la speranza ridestata
l’anelito palatale
l’euforia beverina
e invece era
il primo sorso di birra.
[The One]
Stasera hai deciso di non farmi scrivere.
Ti sei addormentata presto, espiri leggera, è stata una giornata pesante. Mi stai vicina, quasi attaccata, e i tuoi occhi sono così grandi da sembrare spalancati, se non fosse per quelle palpebre serrate che li nascondono.
Come ogni tanto accade ti svegli in uno stato di semi coscienza, mescolando sogni e realtà. Nel silenzio apri gli occhi e mi parli.
– Cosa?
– Che succede, amore?
– Che hai detto?
– Nulla.
Evidentemente non sei convinta.
– Ti ho sentito parlare.
– Non ho detto nulla.
– Che hai detto? Ti ho sentito parlare.
– Non ho detto nulla, amore.
Mantenendo un’espressione di scarsa convinzione, allunghi la mano e afferri la mia, quella che regge il quadernetto che raccoglie i miei scarabocchi notturni.
La accolgo, eppure subito cerco di divincolarmi con delicatezza, perché so che se ti lascio riaffondare nel sonno sarà impossibile liberare la mano. Le tue dita però stringono decise e trattengono il mio timido tentativo di fuga. Mi trovo così in una romantica trappola, impossibilitato a scrivere.
I tuoi respiri suonano come onde filtrate dalle persiane di una casa sul mare, per non svegliarti piego una gamba e appoggio il quadernetto sulla coscia, che diventa una superficie d’appoggio, alquanto instabile in verità.
Non mi scoraggio. Inizio a produrre scarabocchi più incomprensibili del solito e mi chiedo se domani sarò in grado di decifrarli.
Eppure in fondo chissenefrega, dato che poi ti sei svegliata, mi hai lasciato la mano e abbiamo fatto l’amore.
[The One]
Ogni volta come la prima volta
mi beo
dell’effetto che fa la pressione del tuo corpo sul mio,
il peso di tutti i tuoi organi, posti esattamente in quell’ordine;
mi estasio
della sensazione di compressione sulle ossa
che si adattano, molleggiano,
plasmate dal desiderio di esserci addosso;
mi crogiolo
nel calore diffuso, colloso,
spanso sulle pelle come olio,
come quelli che ti spalmi sotto la doccia
mentre ti guardo e sorrido
come la prima volta.
[Varietà]
Mi pareva
il solletico d’un clown
l’insolenza d’un refolo
il frinire d’una cicala
l’astio della primavera
il fastidio senza requie
la genesi delle bestemmie
e invece era
allergia al polline.
[Varietà]
L’acqua si era ritirata, lasciando un velo di schiuma bianca dietro di sé. Il paguro sbirciò fuori. Tutto sembrava tranquillo. Tirò fuori le zampe dalla conchiglia e sentì la sabbia umida sotto di sé. Si aggrappò con forza al terreno e si lanciò verso il punto dove era sicuro di aver visto un frammento di sogliola. Era lì e spuntava di un nulla dalla rena.
Il sole batteva forte, il rumore della risacca si fece più cupo, annunciando la prossima onda con un gorgoglio che pareva arrivare direttamente dall’inferno. Dei paguri.
Il paguro correva a chele basse, chiudendo gli occhi per proteggersi dalla salsedine che gli sferzava il volto, lo sguardo fisso sull’obiettivo. Ancora pochi centimetri, pochi centimetri ancora.
Di colpo tutto si fece nero. Il paguro imprecò.
I suoni gli arrivavano ovattati sotto lo strato di sabbia sotto cui era finito. Riuscì solamente a distinguere le parole “smettila”, “paletta” e “mammaaa-mi-ha-distrutto-il-castellooo”, poi grida e versi acuti che neanche alcuni delfini di sua conoscenza li avrebbero tollerati.
Il paguro non sopportava più quella vita.
Per l’ennesima volta ripiombò nei pensieri cupi che lo tormentavano da mesi. Cosa ci faceva ancora lì? Che prospettive aveva? Chi era diventato? Cosa voleva dalla vita? Era felice?
Dove prima vedeva un luogo pieno di vita dove poter stabilirsi, ricco di servizi e opportunità, un luogo di scambio e raccolta dove lui e la sua famiglia avrebbero potuto vivere felici, ora gli occhi gli restituivano una vista deprimente: una spiaggia affollata di cicche di sigarette e piedi umani, raggaeton e olezzo d’immondizia lasciata al sole. Che merda.
Edgar riemerse dalla sabbia, mandò a fanculo tutto il mondo, girò le chele e si diresse verso casa.
[Varietà]
Due mani farneticano febbrilmente
balbettano
danzano
convergono in girotondi frenetici su loro stesse
senza requie
senza appigli
alla mercé di polpastrelli curvi sotto il peso delle aspettative
ricercano la strada perduta, la pace decaduta
o anche solo un paracadute lanciato a tutta velocità verso un suolo che non si vede
e se non si vede
forse non esiste.
[Flussi]
Non so ancora cosa scriverò domani, quali parole, perché e se ne varrà la pena. Non so neanche se scriverò, se mi andrà di farlo, se avrò il tempo o se si disperderà in mille rigoli di distrazione; se avrò la forza, la testa, le palle.
Se mi accontenterò di quattro righe buttate lì o se saranno frasi curate, sofferte, convinte.
Se sarà rabbia, amore, fantasia, desiderio o puro esercizio fisico.
Eppure mi addormento con il solito, personale e assurdo augurio.
Spero di scrivere.
[The One]
Esco su balcone – è tornato il caldo –
prendi il sole su una sdraio da veri professionisti
mi guardi e sorridi – proprio con quegli occhi lì –
m’incanto – quegli occhi lì –
chiedo se vuoi un caffè
mentre tu non hai ancora messo via il tuo sorriso – e quegli occhi –
non rispondi
fai solo un cenno con la testa – si muove tutto, anche il mondo –
che no
non lo vuoi
però chiedi senza parlare
di starti vicino
proprio io
che vicino a quegli occhi lì è come essere al mare.
[Varietà]
Starnuti trattenuti disfano gomitoli di suoni
due orecchie si mettono sulle punte per farsi più alte
più capienti
allungano il collo verso un’idea di rumore ch’è solo loro
trattengono il fiato
si illudono
inventano suoni che non esistono pur di sentire qualcosa
qualcosa che irrompa nel fischio costante
che dilania il silenzio.
[Varietà]
Mi pareva
un invito a palazzo
un’invocazione celestiale
un florilegio d’ineleganza
una mostra del kitsch
un tuffo nel disagio
una tomba di congiuntivi
e invece era
il Boss delle cerimonie.