Esprimi un desiderio

[The One]

La prima volta che ti sei sdraiata su di me il mondo ha fatto click, i pianeti si sono allineati, l’Oracolo di Delfi ha alzato le sopracciglia.

La prima volta che ti sei sdraiata su di me il bambino ha trovato la forma giusta da inserire nello spazio dentro di sé, ha smesso di esprimere a ogni candelina lo stesso desiderio, finalmente libero di godersi il soffio che spegne la fiammella e di guardare il rivolo di fumo che sale.

La prima volta che ti sei sdraiata su di me eravamo nudi e ti sei appoggiata con tutto il corpo possibile, dalla curva delle unghie ai raggi dei capelli.

La prima volta che ti sei sdraiata su di me sei rimasta lì non so dirti per quanto, ma ti sento ancora addosso.

Stanze vuote e benne piene

[Varietà]

Ci sono momenti in cui si fanno i conti con la propria vita fino al punto in cui si è arrivati, momenti in cui vengono messe alla prova le nostre capacità di adattamento, in cui testiamo duramente il nostro equilibrio mentale. Uno di quei momenti è il trasloco.

Essere mostruoso presente in tutte le mitologie e religioni conosciute dall’uomo, nei secoli il trasloco è stato rappresentato in modi assai diversi, ma con caratteristiche ricorrenti: per i Galiziani guidati da Bermudi II era spirito impalpabile seminatore di zizzania intrafamiliare; gli Aztechi della Triplice Alleanza lo rappresentavano come un viscido serpiforme divoratore di scatole; nella cultura Masai del clan Kisonko veniva tramandato il pericolo di un vortice psichico che causava raptus di censimento maniacale dei vestiti in eccesso. Ogni versione esistente è concorde in merito alle terribili conseguenze psicofisiche del trasloco.

Tutto questo però non deve fermare il nomadismo domestico, il desiderio di cambiamento e la voglia di avere un’anta in più per non dover accatastare le magliette ricreando delle colonne partenoniche di cotone e viscosa.

Perché il trasloco è sì una delle peggiori decisioni che si possano prendere nella vita, ma anche un’occasione di catarsi che trova la sua massima realizzazione nelle benne dell’Ecocentro. Forse solo Frodo può comprendere la sensazione che regala il trovarsi sulla cima di una rampa, di fronte a un enorme contenitore nel quale gettare mobili e oggetti, godendosi lo sforzo muscolare e gli applausi scroscianti dei vetri che si infrangono. Frodo e chiunque reputi il Capodanno il momento perfetto per fare spazio in casa.

Quando tutto sarà finito tra le dita rimarrà una malinconica fotografia, le stanze vuote e le benne piene, e la promessa che tutto questo non riaccadrà mai più. Fino al prossimo trasloco.

Sorgente

[Flussi]

Funziona che adesso ho mille rivoli alla ricerca d’una foce, impazienti di solcare un letto ancora sconosciuto, famelici di avventura; alcuni hanno un incedere molto lento, altri sono rapidi e impetuosi, alcuni sono ampi e pomposi, altri più snelli e sbarazzini.

Mille incipit o sprazzi o frasi o intenzioni in attesa di un percorso, lampeggiano per attirare la mia attenzione, alcuni sono già formati, altro ristagnano ancora nei vortici della mente.

Li tengo legati insieme con una sorta di senso di responsabilità, tutti vicini e tutti distinti, tutti accomunati dalla stessa sorgente, tutti alla ricerca d’una foce, tutti alla ricerca d’una voce.

Bucato

[The One]

C’è una torre di vestiti, tanti strati come una lasagna, che ciclo di colorati dopo ciclo di colorati cresce e punta al cielo, o almeno al soffitto.

Ogni tanto mi parla, mi chiede se so dove sei finita e perché non ti fai più vedere e se non mi pare inappropriato che ci si comporti in questa maniera con il proprio vestiario.
Io abbozzo e rispondo che non lo so dove sei e cosa fai, che sì, è un po’ sgarbato non farsi mai sentire, nemmeno per gli auguri, e prometto che se mai t’incontrassi ti raccomanderei di fare visita quanto prima a una certa torre di vestiti.

Poi esco dalla stanza e torno da te, che stai tagliando cipolle e mi chiedi di ritirare la roba stesa che si è asciugata. Sorrido-tibacio-tiamo, ammicco allo stendino che sghignazza e non ti dico nulla di una certa torre di vestiti.

Pois

[The One]

Tra le pieghe di un lenzuolo a pois si rincorrono le mani, scivolano sui mille colori del sesso e non si fermano mai, fiato nel fiato, corto come la distanza tra le pelli umide.

Lotta pelvica senza ring, senza regole, senza sosta, pareti di Larsen e due corpi che vogliono essere uno.

Suona forte la campanella delle menti che si gettano giù in picchiata e precipitano, poi planano e sorvolano due corpi nudi su un letto a pois.

Peli di barba

[The One]

Due pupille enormi, offuscate dai vapori della doccia, fissavano lui. Concentrate sulla bocca di lui ne seguivano ogni increspatura, ogni svolta barbara che la natura gli aveva ricalcato intorno alle labbra. Il rasoio emetteva il ronzio di una zanzara sotto steroidi, mentre veniva guidato dalla mano di lei che aveva deciso di occuparsi della barba di lui sotto la doccia.

Il volto di lei era coperto da frammenti di peletti, una costellazione di piccoli trattini neri che parevano disegnati a penna, che ricordavano uno di quei passatempi da settimana enigmistica. Era difficile toglierli con le dita, i peli rimanevano ostinatamente adesi alla pelle e sebbene per facilitare la pulizia ricorressero al getto della doccia, di tanto in tanto lui sceglieva un pelo da togliere a mano; lo faceva per un senso di cura e per godersi l’espressione di lei, sospesa un attimo nel vuoto, che tratteneva appena il fiato e lo guardava fisso, ridendo, amando.

Due brioches

[Varietà]

Ogni mattina alla stessa ora un uomo alto e pesante siede sul legno di una panchina solitaria.

Porta sempre con sé un rumoroso sacchetto di carta, nel quale si abbracciano due brioches.

Una, quella alla crema, la mangia, l’altra, quella vuota, la appoggia a fianco a sé e finisce che la mangiano sempre gli uccellini.

Ogni mattina un uomo alto e pesante finisce la sua colazione, sussurra “Mi manchi” alle nuvole e se ne va.

Buco nel muro

[Varietà]

Un buco nel muro di cinta

da cui si intravede un morso di cielo

è tutto ciò che ci resta

per sperare in qualcosa di più lontano

per immaginare uno spazio che sia oltre

oltre gli ostacoli umani

oltre le ferite autoinflitte

una lastra senza graffi

solo con qualche nuvola

che passa e vola via.

Ballava

[The One]

Ballava e gettava indietro la testa, come se qualcuno la stesse pettinando.

Ballava e senza voce cantava al soffitto, con gli occhi chiusi, bagnandosi di luce.

Aveva un ciuffo a forma di chiave di violino che si ergeva sbarazzino in mezzo agli altri capelli tenuti stretti da un elastico.

Si era pizzicata il fianco del vestito all’elastico delle mutande e la coscia sorgeva chiara tra i lembi della gonna.

Si muoveva soffice, tenendo tra le dita un bicchiere che fluttuava come sospeso nel nulla e i piedi sembravano onde sul bagnasciuga.

Ballava, intanto io scrivevo e mi innamoravo ancora un po’ di più.