[Varietà]
Mi pareva
un vuoto ancestrale
una carenza vitale
un velo d’ingiustizia
una supplica nel deserto
uno spasmo di cordoglio
un’apocalisse di cellulosa
e invece era
finita la carta igienica.
[Varietà]
Mi pareva
un vuoto ancestrale
una carenza vitale
un velo d’ingiustizia
una supplica nel deserto
uno spasmo di cordoglio
un’apocalisse di cellulosa
e invece era
finita la carta igienica.
[The One]
Chissà perché
quando penso a te
faccio rime idiote
e mi abbandona il senno
fuggito insieme al nesso
su un treno qualsiasi
stretti in un abbraccio
assennati e annessati
loro
mentre io resto qua
a bagnar le rose
in attesa di un bocciolo
che ti faccia sorridere.
[The One]
Ti aspetto
sul ciglio di un marciapiede
tra gli echi di una canzone di strada
i riverberi spazzati dalle folate dei passanti
in balìa degli sguardi distratti di chi non sente
la canzone che ti sospinge come vento
quando affiori dalla porta di un negozio
e mi vedi
e mi sorridi.
[Varietà]
Eppure l’avevo messo qui
quel sogno,
sono certo di averlo messo qui da qualche parte.
Ricordo di aver pensato: “lo lascio qui, così sono sicuro di ritrovarlo”,
sarebbe stato il primo posto dove avrei cercato, quando sarebbe giunto il momento.
Ora che il momento è giunto,
o almeno credo,
di riprendere in mano quel sogno, di soffiarci sopra,
di farne qualcosa di più
di un semplice sogno buttato lì,
proprio ora,
non lo trovo più.
Com’è possibile?
Non è che i sogni sono volatili, vero?
Non è che sottoposti a una certa pressione, a una certa attesa, evaporano?
Non funziona così, vero?
A scuola non mi pare ce l’abbiano mai detto,
avrebbero dovuto dedicare un’intera lezione di chimica sui passaggi di stato dei sogni,
non ci hanno mai insegnato nulla del genere,
o magari non ero attento io,
ero così svagato,
preso com’ero da certi sogni.
[Varietà]
Mi pareva
un raglio asinino
una flatulenza vocale
un se io sarei
un’escrescenza purulenta
un bacione con l’alitosi
un’abbuffata tra sciacalli
e invece era
propaganda leghista.
[Varietà]
– Ma io non voglio andarmene, sto bene qui!
– Basta! Ne ho abbastanza delle tue lagne adolescenziali. Zitto e mangia.
Lucas osservò la pietanza che la madre gli aveva servito: un misto di pesce e crostacei presentati alla bell’e meglio.
– Mamma, lo sai che sono vegetariano, sembra che tu lo faccia apposta!
– Senti, se vuoi fare il vegericoso prendi la tua roba e vai a vivere da tuo Zio Armando, a coltivare quella robaccia viscida che Poseidone-solo-sa che cosa sia. Io sono stanca delle tue lamentele sulla casa, sul cibo, sul lavoro di tuo padre e su tutto quello che secondo te c’è di sbagliato nella vita che abbiamo costruito. Non accetto più questa insolenza sotto questo masso, fila in camera tua!
Lucas sbuffò rumorosamente e si ritirò nella sua conchiglia sbattendo le chele.
Era esausto, ogni giorno i suoi genitori tiravano fuori quella maledetta storia del trasloco naturale, necessario, imminente. “Oramai sei cresciuto, urti qualsiasi cosa appena ti giri”, “Non puoi pensare di rimanere tutta la vita nella stessa conchiglia”, “Alla tua età tuo padre aveva già un bilocale tutto suo” e quella che detestava più di tutte “Cosa diranno al Club dei Crostacei se ti vedranno andare in giro con quel guscio pieno di buchi e rattoppi?”.
A Lucas non interessava un plancton di quello che avrebbero detto quei bavosi dal ventre molle. Lucas era giovane, forte, pieno di energia e voleva una sola cosa dalla vita: la felicità. Ed era certo che non l’avrebbe mai trovata se avesse ripetuto quello che i suoi genitori avevano vissuto prima di lui.
Immerso nella sua rabbia sentì arrivare il padre con il solito passetto stanco e deluso.
– Bentornato amore, com’è andata oggi?
– Mi sono rotto i peduncoli di questa vita del plancton.
– Edgar!
Il marito si ritirò nella sua conchiglia senza dire più nulla, Marisa si sedette di fronte alla cena che aveva preparato, chinò il capo e pianse.
[The One]
Stasera hai deciso di non farmi scrivere.
Ti sei addormentata presto, espiri leggera, è stata una giornata pesante. Mi stai vicina, quasi attaccata, e i tuoi occhi sono così grandi da sembrare spalancati, se non fosse per quelle palpebre serrate che li nascondono.
Come ogni tanto accade ti svegli in uno stato di semi coscienza, mescolando sogni e realtà. Nel silenzio apri gli occhi e mi parli.
– Cosa?
– Che succede, amore?
– Che hai detto?
– Nulla.
Evidentemente non sei convinta.
– Ti ho sentito parlare.
– Non ho detto nulla.
– Che hai detto? Ti ho sentito parlare.
– Non ho detto nulla, amore.
Mantenendo un’espressione di scarsa convinzione, allunghi la mano e afferri la mia, quella che regge il quadernetto che raccoglie i miei scarabocchi notturni.
La accolgo, eppure subito cerco di divincolarmi con delicatezza, perché so che se ti lascio riaffondare nel sonno sarà impossibile liberare la mano. Le tue dita però stringono decise e trattengono il mio timido tentativo di fuga. Mi trovo così in una romantica trappola, impossibilitato a scrivere.
I tuoi respiri suonano come onde filtrate dalle persiane di una casa sul mare, per non svegliarti piego una gamba e appoggio il quadernetto sulla coscia, che diventa una superficie d’appoggio, alquanto instabile in verità.
Non mi scoraggio. Inizio a produrre scarabocchi più incomprensibili del solito e mi chiedo se domani sarò in grado di decifrarli.
Eppure in fondo chissenefrega, dato che poi ti sei svegliata, mi hai lasciato la mano e abbiamo fatto l’amore.
[Varietà]
L’acqua si era ritirata, lasciando un velo di schiuma bianca dietro di sé. Il paguro sbirciò fuori. Tutto sembrava tranquillo. Tirò fuori le zampe dalla conchiglia e sentì la sabbia umida sotto di sé. Si aggrappò con forza al terreno e si lanciò verso il punto dove era sicuro di aver visto un frammento di sogliola. Era lì e spuntava di un nulla dalla rena.
Il sole batteva forte, il rumore della risacca si fece più cupo, annunciando la prossima onda con un gorgoglio che pareva arrivare direttamente dall’inferno. Dei paguri.
Il paguro correva a chele basse, chiudendo gli occhi per proteggersi dalla salsedine che gli sferzava il volto, lo sguardo fisso sull’obiettivo. Ancora pochi centimetri, pochi centimetri ancora.
Di colpo tutto si fece nero. Il paguro imprecò.
I suoni gli arrivavano ovattati sotto lo strato di sabbia sotto cui era finito. Riuscì solamente a distinguere le parole “smettila”, “paletta” e “mammaaa-mi-ha-distrutto-il-castellooo”, poi grida e versi acuti che neanche alcuni delfini di sua conoscenza li avrebbero tollerati.
Il paguro non sopportava più quella vita.
Per l’ennesima volta ripiombò nei pensieri cupi che lo tormentavano da mesi. Cosa ci faceva ancora lì? Che prospettive aveva? Chi era diventato? Cosa voleva dalla vita? Era felice?
Dove prima vedeva un luogo pieno di vita dove poter stabilirsi, ricco di servizi e opportunità, un luogo di scambio e raccolta dove lui e la sua famiglia avrebbero potuto vivere felici, ora gli occhi gli restituivano una vista deprimente: una spiaggia affollata di cicche di sigarette e piedi umani, raggaeton e olezzo d’immondizia lasciata al sole. Che merda.
Edgar riemerse dalla sabbia, mandò a fanculo tutto il mondo, girò le chele e si diresse verso casa.
[Varietà]
Due mani farneticano febbrilmente
balbettano
danzano
convergono in girotondi frenetici su loro stesse
senza requie
senza appigli
alla mercé di polpastrelli curvi sotto il peso delle aspettative
ricercano la strada perduta, la pace decaduta
o anche solo un paracadute lanciato a tutta velocità verso un suolo che non si vede
e se non si vede
forse non esiste.
[The One]
Esco su balcone – è tornato il caldo –
prendi il sole su una sdraio da veri professionisti
mi guardi e sorridi – proprio con quegli occhi lì –
m’incanto – quegli occhi lì –
chiedo se vuoi un caffè
mentre tu non hai ancora messo via il tuo sorriso – e quegli occhi –
non rispondi
fai solo un cenno con la testa – si muove tutto, anche il mondo –
che no
non lo vuoi
però chiedi senza parlare
di starti vicino
proprio io
che vicino a quegli occhi lì è come essere al mare.