Le sensazioni della prima volta

[Flussi]

Esiste una gamma di sensazioni irripetibili per definizione.

Le sensazioni della prima volta.

Ricordi sinestetici che accompagnano la vita a braccetto con la nostalgia, e fanno da termine di paragone con tutto ciò che viene dopo. Spesso si trascinano dietro immagini, colori, parole e altre, indefinibili, sensazioni.

Vorrei poter percepire quelle emozioni ancora una volta. Vorrei sentire gli odori come se non li conoscessi, riempirmi delle emozioni binarie dell’infanzia, vorrei avere sensi vergini e illibati. Vorrei, ma non posso, quindi scrivo e rileggo.

Il primo tuffo in mare, il primo Fior di Fragola, la prima volta che ho ascoltato Stairway to heaven.

Il primo volo in aereo, il primo bacio, la prima volta che ho mangiato i pomodori dell’Isola d’Elba.

La prima carezza, il primo boato della Maratona, la prima volta che ho sentito il profumo di una pineta.

La prima focaccia, il primo stipendio, la prima volta che ho visto un concerto dal vivo.

La prima sbronza, la prima vacanza con gli amici, la prima volta che ho letto la morte di Druss.

Il primo giorno di università, il primo viaggio in autostrada, la prima volta che ho visto una lucciola.

La prima volta che ho sentito il nostro amore, quella no; quella la rivivo ogni volta che ci guardiamo negli occhi.

Rigidità

[Flussi]

Cubi mentali, pareti trasparenti su cui rimbalzano sinapsi illividite dalle botte infantili.

Danni generazionali con cui ognuno deve fare i conti, anche chi non vuole, anche chi non lo sa.

Mute crisi relazionali espresse in abbracci artici, parole senza forma che sgorgano dagli occhi, affogano tra le lacrime, soffocano nei silenzi.

Il tempo cristallizzatore e la pigrizia autoconservativa, in uno statico girotondo demoniaco senza fine, in perenne accelerazione verso il momento successivo.

I legacci che stringono lingue e cuori, ancorati alla soggettiva storia cerebrale di ognuno, pregando per un intervento chirurgico di rimozione emotiva forzata.

Sotto i piedi, intanto, scorrono fluidi i giorni.

Preso com’ero

[Varietà]

Eppure l’avevo messo qui

quel sogno,

sono certo di averlo messo qui da qualche parte.

Ricordo di aver pensato: “lo lascio qui, così sono sicuro di ritrovarlo”,

sarebbe stato il primo posto dove avrei cercato, quando sarebbe giunto il momento.

Ora che il momento è giunto,

o almeno credo,

di riprendere in mano quel sogno, di soffiarci sopra,

di farne qualcosa di più

di un semplice sogno buttato lì,

proprio ora,

non lo trovo più.

Com’è possibile?

Non è che i sogni sono volatili, vero?

Non è che sottoposti a una certa pressione, a una certa attesa, evaporano?

Non funziona così, vero?

A scuola non mi pare ce l’abbiano mai detto,

avrebbero dovuto dedicare un’intera lezione di chimica sui passaggi di stato dei sogni,

non ci hanno mai insegnato nulla del genere,

o magari non ero attento io,

ero così svagato,

preso com’ero da certi sogni.

La ricerca 5

[Varietà]

Una morbida schiumetta bianca si stava dissolvendo con tutta calma, mentre un giovane paguro riemergeva lesto dalla rena. Muoveva le zampe con decisione, lo sguardo fisso sull’obbiettivo, deciso a raggiungerlo prima della prossima onda. All’improvviso tutto si fece buio. Il paguro imprecò.

A qualche granello di distanza la bambina lanciava palettate di sabbia verso il bagnasciuga senza curarsi di chi avrebbero colpito, o ricoperto. La sua attenzione era tutta rivolta alla voragine sotto i suoi piedi e al progetto, immane nella sua testa, della buca che stava realizzando. Tra le mani una paletta, di quelle d’élite con manico di legno, affondava con foga nella sabbia, scavando all’interno dell’ovale che la bambina aveva disegnato con il piede.

Superato il primo velo di sabbia asciutta e abbrustolita dal sole, lo scavo era arrivato a uno strato più umido e solido, una grana più grossa, sassosa e scura pesava sul piatto della paletta e si ritrovava improvvisamente esposta ai raggi ultravioletti, sparsa senza troppa grazia lontana dalla fossa.

La bambina procedeva nei suoi movimenti frenetici senza guardarsi intorno, quando con un gesto deciso asportò una quantità di sabbia tale che dovette prendere il manico con entrambe le mani per poterla tirare fuori. Dal fondo della buca comparve dell’acqua.

La bambina fissò per qualche secondo il laghetto sotterraneo in miniatura, che pian piano erodeva i bordi di sabbia, prima di dare ancora un paio di palettate decise al fondo dello scavo. Il diametro dello specchietto d’acqua aumentò, ma in poco tempo fece crollare una porzione di bordo; la bambina piantò la paletta nella spiaggia asciutta, accanto alla buca, e si diresse contrariata verso il mare, calpestando un certo cumulo di sabbia dal quale si sentì distintamente provenire una maledizione in antico Pagurese.

Nuovi contenuti disponibili

[Flussi]

Cerco parole che parlino di me

trovo solo immagini difficili, retoriche, già masticate

spulcio distratto in attesa di una conferma

tra le dita echi di cortile che raggiungono il me bambino rannicchiato in un angolo lontano

come se non volessi giocare con loro

come se niente mi assomigliasse.

La ricerca 4

[Varietà]

Saldo e irremovibile il platano, negli anni, era riuscito a trovare il proprio equilibrio in quell’angolo un po’ anonimo di periferia, nel risicato spazio di un giardinetto di quartiere, centro di scambio di convenevoli tra i cani della zona.

La bambina è riuscita ad arrivare al terzo ramo, si tiene forte alla corteccia, i polpastrelli ancorati alla superfice umida e sgarbata. Senza mai rivolgere lo sguardo verso il terreno che l’attende paziente due metri più in basso, l’attenzione della ragazzina è fissa sul movimento successivo, sul gradino che l’avrebbe portata un po’ più su. Il prossimo ramo sarebbe stato quello giusto, il prossimo passo sarebbe stato quello più importante.

La bambina inspira e tiene fermo il fiato, stacca le dita dal ramo e drizza le gambe, espira decisa e allunga le braccia. Si aggrappa al legno e spreme tutta la forza, come un tubetto di dentifricio, per tirarsi su; non si rilassa finché non si sente finalmente stabile e sicura, solo a quel punto guarda giù. Il terreno, tollerante, risponde al suo sguardo.

La bambina con una piccola smorfia muove il naso, alza un sopracciglio e si gira verso il prossimo ramo.

La ricerca 3

[Varietà]

Tante piccole orme, una dopo l’altra, una catena di ombre su un manto tanto bianco da infastidire lo sguardo.

Una bambina cammina nella neve con il capo chino, controllando meticolosamente ogni movimento del corpo. Ad ogni passo appoggia piano la suola delle scarpe sulla superficie bianca, si ferma un attimo, si sforza di percepire il confine tra aria e neve, poi molla gli ormeggi e lascia che il peso della gamba faccia affondare il Moon Boot rosso fuoco.

La bambina tende l’orecchio, assaggia lo sgranocchio dello stivaletto che trova un’improbabile resistenza, annusa il freddo che si compatta, intuisce il cambio di stato da neve fresca a neve schiacciata e sporcata. Poi di nuovo silenzio.

La bambina si blocca un attimo, resta completamente immobile fatta eccezione per il vapore del suo fiato, poi muove un muscolo e fa un altro passo.

Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.